Ancora oggi poco si sa di John Lloyd Stephens (1805-1852), diplomatico e scrittore americano di Shrewsbury, divenuto improvvisamente celebre per la scoperta delle vestigia archeologiche della antica civiltà Maya, effettuata in collaborazione con l’architetto ed illustratore inglese Frederick Catherwood (1799-1854). Quest’ultimo, forte di una solida preparazione accademica, e pittore apprezzabile, formatosi presso la Royal Academy of Arts di Londra (fondata da Re Giorgio II di Hannover, nel 1768), fece, inizialmente, viaggi di studio, negli antichi Stati italiani, specie in Sicilia, nonché in Grecia, interessato ad architettura e a scultura di epoca classica, visitando siti e rovine di Taormina, Messina, Siracusa ed Atene: di fatto, ancora un Grand Tour, sui modelli settecenteschi e illuministici, alla ricerca delle radici storiche e mediterranee della classicità, approcciati con la mente dell’antiquario che andava facendosi, allora, archeologo. Un passaggio comune a molti intellettuali tra XVIII e XIX secolo, nel Vecchio come nel Nuovo Mondo.

Nel 1815, ancora giovanissimo, il precoce Catherwood poteva vantare una cultura di prim’ordine, nel campo della grammatica, dell’oratoria e della lirica greco-latina antica. Il suo successivo passo fu – nel 1823, nominato consulente per il restauro della Moschea presso Il Cairo – quello di portarsi in Medio Oriente, in Egitto, Arabia e Terra Santa. Conclusi gli studi egittologici e islamici, negli anni Trenta, Catherwood si trasferì negli Stati Uniti, dove svolse la professione di architetto. A New York, ove stava allestendo una mostra dei suoi primi lavori, frutto di ricerche svolte sul campo, conobbe Stephens, che lo convinse a partecipare, con lui, ad un viaggio di esplorazione geografica ed archeologica, in America centrale, in particolare nell’area dello Yucatan, per studiarvi, in loco, i resti delle antiche civiltà meso-americane. Era il 1839. Stephens era allora famoso per i suoi libri di viaggio, che aggiornavano al XIX secolo la cultura settecentesca del Grand Tour, ma era altresì, da sempre, affascinato dall’idea di vedere in prima persona i già favoleggiati resti delle civiltà perdute nelle giungle dello Yucatan.
I due stabilirono insieme un rigoroso e particolareggiato piano di lavoro: Stephens si sarebbe occupato di descrivere gli antichi centri urbani centro-americani, mentre a Catherwood sarebbe toccato il compito di disegnarli in forma matura e compiuta, ritraendo fedelmente opere, monumenti ed iscrizioni antiche, in ogni minimo dettaglio. Prima di partire ci vollero anni, al fine di allestire minuziosamente la spedizione, che era insieme scientifica, geografica ed archeologica. Nel 1841, finalmente, vide la luce il loro libro, Incidents of Travel in Central America, Chiapas and Yucatan, in due volumi, rivolto, soprattutto, a studiosi e accademici. Era il frutto di un vero lavoro di squadra atto a illustrare i siti archeologici di Copan, Quirigua, Uxmal e nella fattispecie Palenque, oggi in Messico e scoperta nel 1567 dal frate domenicano Pedro Lorenzo de la Nada, che aveva predicato la religione cristiana, in Nuova Spagna, nel XVI secolo. La zona archeologica di Palenque, con i suoi misteri irrisolti, è ancora uno dei siti di maggiore interesse in America centrale, fonte di ipotesi e suggestioni.
Stephens e Catherwood intrapresero un secondo viaggio di studio nel 1842. Questa volta furono a Chichen Itza, Cozumel, Tulum ed Izamal. Per oltre sette mesi, lavorarono su rovine e monumenti della cultura Maya, lottando anche contro condizioni (climatiche e non solo) alquanto avverse. Rientrati poi a New York, i due esploratori ricavarono dalla propria nuova avventura – perché anche tale di fatto fu – un secondo libro, le Views of Ancient Monuments in Central America, Chiapas and Yucatan. Lettissima, l’opera fu uno dei grandi successi, sul mercato editoriale anglofono – marcata ne fu l’eco anche sul continente europeo – dell’anno 1843. Ancora oggi, del resto, è assai importante e notevole l’analisi tecnica fatta da Catherwood, circa l’architettura dei Maya, da lui ritenuta superiore, sul piano matematico-geometrico e costruttivo, persino a quella romana di Ercolano e Pompei (che l’archeologia illuministica aveva iniziato a studiare, in termini scientifici, sul finire del secolo XVIII). Inoltre, sia lui, sia Stephens, rimasero entrambi molto colpiti dalla similitudine – religiosa e culturale, prima ancora che tecnologica – tra le piramidi egizie (che Catherwood aveva potuto vedere e studiare, nei primi anni Venti), e quelle Maya. Il secondo libro dei due fu la loro ultima fatica. Stephens morì nel 1852, provato dai due viaggi, mentre Catherwood perse la vita in mare, soltanto un paio di anni più tardi: era imbarcato, di fatti, sulla SS Artic, che, partita da Liverpool per raggiungere New York affondò nella traversata atlantica a causa della scarsissima visibilità e dello scontro col piroscafo francese Vesta. Moltissime furono le perdite e il nome di Catherwood figurò stranamente nell’elenco delle vittime solo alcune settimane dopo il tragico incidente. Una grandissima perdita, per la scienza ottocentesca e anche per l’allora nascente storia delle religioni precolombiane.
Sino a metà circa dell’Ottocento, ricordiamolo, dei Maya non si conosceva neppure il nome. Vari eruditi europei ancora pensavano che gli Amerindi discendessero dalle tribù perdute d’Israele, dai Fenici o dagli scandinavi, e che fossero stati privi di una propria ed originale civiltà. La scoperta dei Maya, dei loro splendidi monumenti e della loro raffinata ed evoluta civiltà, fu dovuta all’intuito, al coraggio e all’innata abilità di Stephens e Catherwood (il quale aveva già sperimentato in maniera competente, sul Nilo, le emozioni della neonata archeologia ed egittologia moderna). Fu dal loro incontro che nacque e prese vita il progetto, senza ritorno, di un’esplorazione vasta e sistematica delle terre meso-americane – tra mille fatiche e pericoli – un viaggio che li portò ad entusiasmanti e decisive scoperte, documentate da resoconti e disegni fatti in situ. La loro grande impresa, in due atti, aprì la strada ai successivi studi – archeologici e storiografici, congiuntamente – sull’antica e ricchissima cultura dei Maya. Questi ultimi, fra l’altro, costruivano i loro edifici sacri (templi e piramidi, che non potevano già allora non ricordare quelle egizie antiche) in base a precisi allineamenti, longitudinali ed arche-oastronomici, solo in seguito portati alla luce. Fu l’avventuroso gusto per la scoperta, unito al fascino verso l’ignoto – come nel caso di tante conquiste geografiche, scientifiche e archeologiche di età moderna – ad ispirare le ricerche portate avanti da Stephens e Catherwood. Occorre, più che mai, crediamo, tornare a rileggere le loro ricche e circostanziate relazioni di viaggio sull’ancora misterioso sito archeologico di Palenque ed in generale nei territori dello Yucatan, da loro cartografati e studiati in maniera assolutamente pionieristica.


