Un mese prima del 7 ottobre il presidente emiratino Al Nayan aveva avvisato Netanyahu

Nella notte del 24 ottobre 1917 gli eserciti austro-ungarico e tedesco lanciarono un’offensiva contro il Regio esercito italiano che si tradusse in quella che è passata alla storia come «disfatta di Caporetto». L’umiliante sconfitta militare fece cadere il governo Boselli e portò alla sostituzione del generale Luigi Cadorna con il generale Armando Diaz. Il 7 ottobre 2023 gli attacchi terroristici scatenati da Hamas hanno rappresentato per Israele una tragedia di pari gravità ma, inspiegabilmente, il premier Netanyahu, il principale responsabile politico dell’evento, non solo non è stato rimosso ma è diventato ancora più potente e ha dato il via a un genocidio contro i palestinesi a Gaza e due guerre contro l’Iran il cui prezzo viene pagato da tutti. Adesso cominciano a emergere dettagli precisi sul fatto che il premier era a conoscenza dei piani di Hamas ma non fece nulla per bloccarli. È iniziato il conto alla rovescia per Netanyahu?

«Erano gli ultimi giorni di settembre 2023. Gli attacchi terroristici infiammavano la striscia di Gaza, masse di gazawi protestavano regolarmente agli sbarramenti che delimitavano il confine e Israele era scosso dagli scontri sulle nuove leggi accusate di essere un golpe giudiziario. Chiunque avesse osservato gli eventi senza paraocchi sarebbe riuscito a percepire l’escalation che si nascondeva dietro ogni angolo». Questo è l’incipit dell’articolo comparso sul quotidiano israeliano Haaretz l’8 settembre 2026 a firma di Shlomi Eldar e Ruth Yuval in cui viene rivelato che, sulla base delle indagini per un nuovo libro condotte dai due giornalisti, si è scoperto che nel settembre del 2023, un mese prima del pogrom, Mohammed bin Zayed Al Nayan, presidente degli Emirati Arabi Uniti, aveva avuto una lunga conversazione telefonica con il primo ministro israeliano.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz il presidente emiratino Al Nayan aveva informato Netanyahu con un mese di anticipo sul pericolo di un possibile attacco di Hamas da Gaza. Nella foto Al Nayan riceve il presidente israeliano Isaac Herzog durante una visita del 2022 (Foto di Amos Ben Gershom, da Wikipedia).

Durante il colloquio Al Nayan aveva informato Netanyahu che Yahya Sinwar e Hamas stavano preparando un attacco su grande scala a Israele ma questa informazione non era stata passata ai ministri competenti, all’esercito e all’intelligence. Netanyahu ha accusato la stampa di mentire e ha minacciato azioni legali contro chi ha diffuso la notizia. Ma è inutile che si scaldi tanto, visto che le informazioni sul piano di Hamas erano perfettamente note al governo israeliano e già il 9 ottobre 2023 un funzionario dell’intelligence egiziana aveva dichiarato all’Associated Press sotto condizione di anonimato di aver fatto sapere agli israeliani che Hamas «stava preparando qualcosa di grosso». Successivamente, secondo il sito di notizie israeliano Ynet, il generale egiziano Abbas Kamel, ministro dei servizi di informazione, affermava di aver telefonato al primo ministro dieci giorni prima del 7 ottobre e di avergli rivelato che era in preparazione un attacco massiccio «qualcosa di fuori dal comune, un’operazione terribile». In entrambi i casi, l’ufficio del primo ministro ha negato che l’Egitto avesse fornito alcuna anticipazione e che non c’erano stati contatti «né diretti né indiretti». Nel messaggio alla nazione del 9 ottobre 2023 Netanyahu ha smentito recisamente di essere stato avvertito dell’attacco in anticipo e ha definito la storia «una bufala».

Non lo hanno svegliato

 Ma oltre agli egiziani, molte altre fonti hanno confermato che le cose sono andate proprio così. In un servizio del 13 ottobre 2023 la BBC riferisce che, due giorni prima, il deputato Michael McCaul, membro del Comitato affari esteri della Camera degli Stati Uniti, aveva dichiarato ai giornalisti: «Noi sappiamo che l’Egitto aveva avvisato gli israeliani tre giorni prima dell’evento che cose del genere sarebbero potute succedere». Invece di rafforzare il controllo e la sorveglianza, il governo ha spostato truppe da Gaza in Cisgiordania (e questa è stata una delle ragioni per cui la risposta dell’esercito è stata così tardiva e inefficace e il numero delle vittime israeliane così alto). Durante un’intervista al programma radiofonico Today Podcast su BBC4, sir Alex Younger, capo dello spionaggio estero britannico tra il 2014 e 2020, ha affermato che i combattenti di Hamas erano riusciti nel loro attacco del 7 ottobre a causa di una «compiacenza istituzionale» da parte di Israele; ha aggiunto inoltre che tale compiacenza potrebbe essere dipesa dall’aver fatto troppo affidamento sui mezzi tecnologici per tenere Gaza sotto controllo e questo aveva generato un senso di falsa sicurezza. Molti altri analisti hanno confermato in seguito che proprio il senso di onnipotenza e di schiacciante superiorità tecnologica dell’intelligence israeliana avevano contribuito all’orrore del 7 ottobre. In realtà, i servizi segreti israeliani non avevano nessun bisogno delle informazioni esterne perché, come aveva rivelato un articolo del New York Times del 2 dicembre 2023, dei funzionari israeliani erano entrati in possesso dei piani di Hamas per il 7 ottobre ben un anno prima, ma li avevano valutati troppo complessi da mettere in atto da parte di un’organizzazione come Hamas e non avevano preso nessuna contromisura.

Netanyahu ha sempre negato in modo categorico ogni responsabilità, addossando la colpa ai funzionari dell’esercito e dell’intelligence e, incredibilmente, nessuno ha avuto il coraggio di mettere in discussione queste scuse palesemente inadeguate. La linea difensiva del premier è stata che lui non può essere accusato di nulla perché dopo l’inizio dell’attacco nessuno l’ha svegliato. Secondo un comunicato dell’ufficio presidenziale «la notte dell’attacco, il capo dello Shin Bet [il servizio segreto interno, NdR], non ha ritenuto opportuno svegliare il primo ministro, una decisione ovvia e fondamentale che andava invece presa senza esitazioni». Le linea di Netanyahu è stata e rimane quella di dire che lui non può essere considerato responsabile perché stava dormendo e chi avrebbe dovuto svegliarlo non lo ha fatto. Si capisce chiaramente che una tale linea di difesa è molto fragile e, soprattutto, non prende minimamente in considerazione le responsabilità politiche del primo ministro. A marzo 2025 lo Shin Bet ha pubblicato un suo rapporto sull’attacco di Hamas in cui diceva di essere venuto a conoscenza dei piani di Hamas per una vasta offensiva denominata “Le mura di Gerico” in due occasioni, nel 2018 e nel 2022. Nonostante le chiare indicazioni raccolte, lo Shin Bet aveva valutato che Hamas «non fosse interessato nell’escalation» e, inoltre, i piani non erano stati percepiti come una minaccia attiva.

Secondo i funzionari dell’agenzia di intelligence molti erano stati i fattori che avevano contribuito al successo del 7 ottobre. Tra questi, il rapporto indica i finanziamenti del Qatar a Hamas che erano stati accettati da Israele, il cui governo riteneva che fossero utili a far crescere le differenze politiche tra Gaza e la Cisgiordania. Un portavoce del Qatar ha smentito con veemenza ogni coinvolgimento nell’attacco affermando che «è ben noto sia a Israele sia a livello internazionale che l’aiuto a Gaza è stato inviato con la piena conoscenza, sostegno e supervisione dell’amministrazione attuale e di quelle precedenti e delle loro agenzie di sicurezza, incluso lo Shin Bet» aggiungendo che «nessun aiuto è stato mai consegnato alle organizzazioni politiche o militari di Hamas». Spesso il sostengo qatariota arrivava a Gaza sotto forma di valigie piene di dollari portate nell’area da emissari di Abu Dhabi con la scorta dell’intelligence israeliana. Finora, non c’è stata nessuna indagine indipendente sul fallimento delle strutture governative israeliane nel prevenire gli attacchi di Hamas ma è chiaro che oltre alle défaillances tecniche ci sono enormi e dirette responsabilità politiche che non possono non ricadere sulle spalle dell’uomo al vertice della piramide. In decine di dichiarazioni Netanyahu ribadisce che l’esistenza stessa di Hamas è un’assicurazione contro la nascita di uno Stato palestinese. Come è possibile che un politico con una tale strategia sia rimasto al suo posto dopo il 7 ottobre?

Qualcosa comincia a muoversi

La notizia sugli avvertimenti arrivati agli israeliani ha fatto molto clamore a livello internazionale ma, insieme a questo, ci sono dei segnali significativi che il genocidio a Gaza e gli spregiudicati allargamenti territoriali a scapito dei vicini cominciano a suscitare reazioni. L’8 settembre 2026 il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha dichiarato che i coloni sostenuti dal governo Netanyahu stanno realizzando una pulizia etnica in Cisgiordania ed è arrivato a definirli “terroristi”. Lo stesso giorno, il primo ministro britannico Andy Burnham aveva pubblicato un articolo sul quotidiano Guardian in cui dichiarava di credere nella soluzione a due Stati e che il suo governo avrebbe intrapreso azioni concrete per mantenere viva tale speranza. In una dichiarazione congiunta Burnham, il presidente francese Macron e il premier canadese Carney avevano affermato: «È arrivato il momento di fare azioni ulteriori per rafforzare il nostro impegno per proteggere la soluzione a due Stati, i nostri interessi e per difendere i nostri valori, prima che sia troppo tardi». Il primo risultato di questa strategia, che pone fine alla ingiustificabile passività con cui il mondo ha assistito alle politiche espansionistiche di Israele, è la proposta britannica di sanzionare le esportazioni di beni provenienti dalle colonie israeliane in Cisgiordania, illegali secondo la legge internazionale. Alcuni osservatori hanno fatto notare gli enormi ostacoli tecnici che una proposta di questo tipo potrà incontrare, visto che di solito gli insediamenti dei coloni esportano i loro prodotti tramite Israele e, quindi, sarò molto difficile distinguere tra le merci prodotte nelle colonie illegali in Cisgiordania e quelle che vengono dallo Stato ebraico.

L’osservazione ha una sua consistenza, ma trascura completamente il dirompente significato politico delle sanzioni che rappresentno un segnale esplicito che Tel Aviv non può più continuare a violare impunemente la legge internazionale. Ci si aspettava che le sanzioni contro i coloni venissero imposte solo da Regno Unito, Francia e Canada e, invece, la proposta è stata inaspettatamente firmata anche da Danimarca, Finlandia, Irlanda, Islanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia. A luglio 2026 l’Olanda aveva annunciato sanzioni simili e quindi gli Stati europei che hanno imposto sanzioni sono ben dodici a cui va ad aggiungersi il Canada. L’Italia, come capita spesso, non ha preso nessuna posizione. La decisione sulle sanzioni ha fatto infuriare il governo israeliano che ha reagito con accuse durissime e ha dato un mese di tempo ai britannici per chiudere il loro consolato a Gerusalemme est, lo strumento con cui Londra teneva i contatti diplomatici con la comunità palestinese. Seguendo un copione ben collaudato ma molto stantio, Sir Ephraim Mirvis, rabbino capo del Regno Unito, ha definito la scelta «un giorno buio per gli ebrei britannici» e ha ammonito che le sanzioni potrebbero servire a incoraggiare le persone che «si servono dell’odio come un’arma contro gli ebrei». Sfortunatamente per Sir Ephraim, non può usare l’accusa di antisemitismo contro il ministro degli Esteri Miliband, visto che questi si proclama «orgoglioso appartenente alla comunità ebraica britannica».

Le dure dichiarazioni del rabbino capo hanno però spaccato la comunità ebraica britannica perché alcuni anziani rabbini, che rappresentano l’ala progressista della comunità, hanno sottolineato la diversità di vedute che esiste sull’argomento. Alcuni rabbini hanno infatti appoggiato le scelte del ministro degli Esteri, mentre altri hanno ammonito che le preoccupazioni sulle sanzioni non dovrebbero diventare una scusa per ignorare la violenza dei coloni e il loro espansionismo a spese dei palestinesi. Probabilmente, le sanzioni sulle merci esportate dai coloni non avranno un risultato pratico immediato ma rappresentano un segnale molto chiaro che un numero crescente di Paesi non intende accettare senza reagire l’estremismo israeliano. Netanyahu è il politico israeliano più longevo e navigato sulla scena, pronto a ogni compromesso e avventurismo per restare al potere (non dimentichiamo che è stato lui a convincere Trump a lanciare la fallimentare offensiva contro l’Iran), ma i nodi cominciano ad arrivare al pettine anche per lui. Anche se per ora non ci sono troppi motivi di ottimismo sui risultati delle prossime elezioni del 27 ottobre, un forte indebolimento di Netanyahu potrebbe finalmente permettere l’apertura di una inchiesta indipendente sul 7 ottobre e contribuire a far emergere forze che puntano su un futuro diverso per lo Stato ebraico che non siano il genocidio e la pulizia etnica.

 

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