“Il vivere e operare all’interno di un territorio in cui la stratificazione storica del paesaggio è percepibile e intuibile praticamente in ogni luogo aiuta, se si è attenti e disponibili, ad agire alla ricerca della giusta misura per ogni progetto con la consapevolezza che la costruzione è, contemporaneamente, un segno all’interno di questo paesaggio sempre mutevole e un luogo di osservazione del paesaggio così com’è venuto a formarsi”. Quanto scrive Marco Contini, nell’introdurre il volume in cui sono raccolte immagini e commenti delle sue principali opere architettoniche (molte delle quali ubicate nelle aree emiliane dell’Appennino parmense e reggiano, e in quelle della Lunigiana e della Garfagnana), riassume il senso del suo impegno e della sua arte. E con singolare capacità di sintesi il volume si intitola La giusta misura (Edicom, pagine 196, euro 20,00) perché, da quando è caduta in disuso l’espressione “a misura d’uomo”, e tirar fuori locuzioni quali “est modus in rebus” pare decisamente alcunché di strampalato in quest’epoca in cui ovunque si vede vigere l’esagerazione, trovare manifestazioni ispirate dal garbo, dalla delicatezza, dalle buone maniere suona strano.
Ma dovrebbe essere invece questa la consuetudine. Soprattutto in un’arte invasiva, persistente nel tempo e capace di condizionare comportamenti, percezioni e stati d’animo qual è l’architettura, nella quale gli artefici troppo spesso ambiscono a imporre “gesti” che suonano come schiaffi al benessere urbano. Assai diverso, e in questo assai originale, è l’approccio di Contini. Come scrive Giovanni Vragnaz, l’approccio di Contini ricorda quello di Heinrich Tessenov, per descrivere il quale è usuale ricorrere a parole quali “semplicità, onestà costruttiva, ordine, misura… naturalezza e serenità”.
L’architettura non ha bisogni di continue invenzioni di cose nuove, lo insegnava Vittorio Gregotti di cui Contini è stato allievo e assistente: basta considerare bene gli scopi funzionali che si desiderano ottenere e armonizzarli con l’ambiente in cui si trovano. La difficoltà sta nell’ottenere la “facilità”, nella ricerca dell’equilibrio tra il nuovo e l’antico, tra il costruito e la natura. Nello sfogliare le pagine del volume si nota come l’allievo abbia portato a un livello di eccellenza la lezione del maestro. Nelle piccole cose, come la ricostruzione di un vecchio ricovero di pastori e di animali a Tufi d’Agna, nel comune montano Corniglio, non trasformato ma riformato in villetta su due livelli che poggia sul prato dando ordine al paesaggio e rendendolo abitabile con la sommessa discrezione dell’oggetto che si presenta come organico al sito nei materiali, nella forma e nella presenza. E nelle cose grandi, qual è la chiesa e centro comunitario di Castel di Lama (Ascoli Piceno) in cui anzitutto compare la vigorosa composizione della piazza definita dal porticato la cui scansione ritmica s’infittisce nell’ordinata trama della facciata da cui si accede al capiente grembo dell’aula liturgica, sapientemente conformata dai suoi luoghi eminenti e dalla composta dialettica di questi con lo spazio per l’assemblea.
Un volume che si legge e, soprattutto, si guarda con piacere: perché manifesta rispetto, per le cose, le azioni e le persone. E lo fa con quella giusta misura che si spera possa ispirare anche tanti altri che si esercitano nell’arte dell’architettura.

