La riedizione, a mezzo secolo dalla prima uscita (postuma), della Guida dell’Europa minore (Milano, Mimesis, 2025) di Mario Manlio Rossi, curata da Erica Baricci, Elisa Bianco e Paolo L. Bernardini, è un ulteriore, prezioso tassello di quella riscoperta di Rossi, di quella «Rossi-renaissance» di cui gli stessi curatori parlano nella postfazione al volume. Nato a Reggio Emilia il 10 novembre 1895 e spentosi a Pontecagnano, vicino a Salerno, il 4 novembre 1971, Rossi è stato figura notevole di intellettuale nel Novecento italiano, per il quale il paese d’origine fu abbastanza avaro d’onori, in vita e a lungo anche dopo la morte. Filosofo, storico e anglista, Rossi non riesce mai a inserirsi nel mondo universitario italiano, ma deve incardinarsi in Scozia, all’Università di Edimburgo, dove dal 1947 insegna “Italian Studies” – non il suo campo di ricerca principale, quindi. Leggendo la postfazione di cui si è già accennato, ci si può fare una prima impressione del profilo intellettuale e umano di Rossi, «scettico, anti-storicista, simpatetico verso alcune posizioni liberali-classiche […], anti-crociano e anti-marxista», dotato di «un carattere reattivo e peculiare», «spigoloso», «soggetto ad attacchi d’ira e ad antipatie virulente e protratte», partito a combattere volontario nella Prima guerra mondiale e allontanatosi dal paese durante il Regime. Soprattutto, il lettore interessato ad approfondire questa figura affascinante troverà tutti i riferimenti bibliografici aggiornati, con gli studi e le edizioni di opere che negli ultimi decenni hanno segnato la riscoperta dell’opera rossiana.
Di questa ripresa, la Guida dell’Europa minore è una tessera di pregio. Si tratta di una raccolta di settantotto contributi scritti da Rossi nel corso dei suoi viaggi negli anni ’50 (a parte due scritti risalenti al 1932, di cui si dirà), preceduti da una prefazione dell’autore. Da quest’ultima bisogna partire, perché Rossi vi espone le “linee programmatiche” di questa raccolta. A partire dalla peculiare definizione di «Europa minore», che Rossi identifica con l’unica «vera Europa». Conviene fare qui una citazione lunga, perché da sola rende lo “spirito” dell’intero libro:
Per trovare la vera Europa, dovete evitare le città e girare per le campagne, ovvero per le zone industriali, ma giù per le strade secondarie. Per vivere da Europei, dovete soffermarvi in uno dei mille borghi e villaggi. Ovvero, cercare i quartieri meno celebri, qualche angolo oscuro delle grandi città. Ovvero, interessarvi a città, a quadri, a cose celebri, ma per un’altra ragione, una ragione meno ovvia e più intimamente europea.
Un africano, un cinese possono vivere in un albergo di lusso di Parigi o di Varsavia, o di Londra, o di Praga. È sempre la stessa vita; Europei e non Europei ci si sentono come a casa loro. Chiunque può abitare a Londra o a Roma. A chiunque può piacere qualche grande metropoli, che so io, Madrid o Milano o Lione. Ma piacciono come Londra o come Roma o Madrid o Milano o Lione: non piacciono solo perché sono in Europa, solo perché sono città europee.
Ma nell’albergo di una cittadina, nell’osteria di un qualunque villaggio europeo, chi è soltanto italiano, o soltanto francese, o soltanto spagnolo, e non è europeo, si troverà spaesato.
Viaggiare è la prova del fuoco per distinguere il vero Europeo. Un viaggiare che però non è né quello dei turisti che affollano città, località balneari o stazioni sciistiche, né quello dei «mille hitchhikers che infestano le strade, che chiedono un passaggio a tutte le auto», nient’altro che «ragazzacci che vogliono arrivare a qualche loro assurda destinazione senza spendere»: alle soglie degli anni Sessanta, Rossi stronca gli hippies prima ancora che il termine si diffonda… Il modello cui Rossi fa riferimento è quello di Montaigne, di chi viaggia anzitutto per il piacere di viaggiare, non per vedere località celebri o seguire una guida turistica. Solo da uno sforzo personale e originale di questo tipo sarà possibile andare a fondo nello spirito europeo, percepire le sue diverse «variazioni», ma arrivare infine a comprenderle, a non farsi sorprendere da esse, anche quando ci sono nuove. L’Europa si sostanzia di queste variazioni, essere Europeo non significa annullarle, ma farle proprie.
Si può affermare davvero, senza che si tratti della solita frase di circostanza, che questo libro è attuale. È dell’identità europea che si parla, dell’idea d’Europa, per citare Federico Chabod, questa idea così cangiante e sfuggente, fin dalla prima occorrenza del nome «Europa» riferito a una zona geografica, nello pseudo-omerico Inno ad Apollo. E Rossi affronta alcuni dei problemi relativi senza compromessi, secondo il suo stile. Anzitutto, quali i confini dell’Europa? Inghilterra e Russia ne fanno parte? È necessario dare una risposta a questo interrogativo, come Rossi afferma di aver detto già «trent’anni addietro» al conte Coudenhove-Kalergi, il profeta della Paneuropa; ma allo stesso tempo non è possibile rispondere davvero. Se si pensa a Tolstoj, ai grandi romanzieri russi, ma persino ai teorici panslavisti che volevano salvare l’Europa dal suo materialismo, non si può non collocarli nella civiltà europea; l’Inghilterra ha un piede sul continente, prima le sue mode si sono diffuse nei paesi europei, mentre ora è successo il contrario, tanto che «sembra un’altra Europa». Però queste due «varietà estreme» della civiltà europea sono appunto liminali: l’altro piede dell’Inghilterra è «nei sette oceani», quello russo in Asia. E oggi, ai tempi della Brexit e della guerra in Ucraina, queste sembrano tutt’altro che astratte considerazioni accademiche.
Con queste premesse, si può affrontare più “consapevoli” la lettura dei diversi contributi, per la maggior parte brevi cronache che Rossi aveva pubblicato su giornali e periodici nel corso degli anni e che aveva poi rielaborato per una pubblicazione, poi uscita postuma nel 1974. Vari i paesi toccati: Spagna, Francia, Belgio, Olanda, Inghilterra, Irlanda, Scozia, Danimarca, Germania, Polonia, Cecoslovacchia, con anche sei scritti riferiti a viaggi extraeuropei, ma con sempre l’Europa e i suoi «frammenti» nel mondo come fil rouge. Fedele al suo credo, Rossi va alla ricerca del dettaglio, della particolarità, della variazione locale autentica: l’architettura mudéjar e in generale l’incontro/scontro di elementi occidentali, romani e latini con aspetti della civiltà orientale, araba e musulmana in Spagna; le donne frisoni coi caratteristici elmetti argentati e le gite in barca nella torbiera in Olanda; le tradizioni goliardiche degli studenti universitari in Germania; gli allevamenti di oche in Polonia. Questa ricerca del particolare è però sempre accompagnata da una parallela ricerca della continuità tra fenomeni solo apparentemente diversi e distanti: continuità nello spazio e nel tempo. I churros andalusi sembrano ai bomboloni italiani o ai Krapfen tedeschi. Le feste nazionali della Repubblica francese, attentamente cadenzate e coordinate dai sindaci di tutto il paese, seguono gli stessi schemi che le cerimonie civili hanno seguito nelle varie epoche e nei diversi paesi europei. In Polonia, Rossi lascia a malincuore gli abitanti di un villaggio di campagna, che lo hanno aiutato quando è rimasto senza benzina, mettendogli a disposizione carburante preso dal mercato nero, malgrado i duri divieti del potere comunista: «Mi stacco a fatica, come da gente del mio paese».
Si è detto dell’attualità della Guida di Rossi. Ora si può discuterne anche come fonte storica. Sono racconti di prima mano, certo solo frammenti e istantanee, ma comunque danno informazioni di sicuro interesse sulla società di diversi paesi europei degli anni Cinquanta. È l’Europa del secondo dopoguerra, ancora ferita e devastata. A Overloon, località olandese sede di una tremenda battaglia nel 1944, a testimoniarlo c’è un suggestivo «Museo della Guerra» a cielo aperto. In Francia, le città sono ricostruite con uno stile uniforme, dopo che i bombardamenti hanno cancellato le precedenti costruzioni, che testimoniavano, nella loro varietà, il passaggio dei secoli. Ben più tragicamente, in Germania vi sono ancora detriti e rovine, accanto a edifici solo parzialmente ricostruiti.
Gli anni Cinquanta sono anche una cerniera, un momento di passaggio fra il mondo prebellico e tradizionale e quello invece che emergerà dal Sessantotto, dalla contestazione e dalle grandi rivoluzioni culturali e di costume. Quella che descrive è per molti versi ancora la società tradizionale, anzi si vede proprio quella reazione (con l’ascesa in vari paesi di governi democratico-cristiani, socialmente molto conservatori) che caratterizza i primi 10-15 anni dopo la Seconda guerra mondiale, contro quegli aspetti delle dittature fascista e nazionalsocialista che erano percepiti come “rivoluzionari” (per esempio in ambito sessuale). Potente è la descrizione del soggiorno ad Acquisgrana nel 1952, soprattutto perché nel libro è collocata subito dopo gli unici due scritti cronologicamente stravaganti, Il sergente di Altburg e A lume di naso, del 1932, in cui si descrivono rispettivamente il diffuso militarismo della società tedesca e la partecipazione (a mo’ di sfida, viste le sue fattezze “semitiche”, secondo i detestabili criteri fisiognomici nazionalsocialisti) di Rossi a un’adunata dell’NSDAP. Vent’anni dopo il soggiorno nella Germania alla vigilia dell’ascesa di Hitler, delle passioni revansciste tedesche non rimane più niente, nell’antica capitale di Carlo Magno solo la cattedrale è rimasta in piedi, un predicatore richiama i fedeli al pentimento per i propri peccati, e questi ascoltano attenti, anzi pare che non si aspettino altro. Gli imperi sono crollati, Carlo Magno è «una memoria, una seggiola vuota», e «del Sacro Romano Impero resta Cristo sovrano», perché «la casa di Dio ha resistito ai secoli […]. È l’ultima casa degli uomini».
Per Rossi, Cristianesimo ed Europa sono inscindibili: la «storia dell’Europa […] è storia del Cristianesimo». Nato in una famiglia di origini valdesi, Rossi non era digiuno di teologia, sapeva discutere di dottrina anche con perizia, ma questo aspetto non si nota molto nei contributi della Guida. Pur attraversando molti territori di tradizione protestante, egli non presta molta attenzione a questo mondo: il riferimento a una scuola biblica in Olanda è quasi casuale, mentre del reverendo scozzese Robert Kirk cita le credenze relative a fate e folletti, non proprio ortodossi per un pastore presbiteriano. Le descrizioni di chiese e rituali cattolici in Spagna e Francia non sono entusiastiche, ma il tono cambia completamente quando Rossi parla della Polonia, «sentinella cristiana dell’Europa». Entrato nella cattedrale di Cracovia, testimonia sbigottito della religiosità profonda e universale dei Polacchi, rimasta impermeabile al comunismo e ai cambiamenti culturali. Una «ragazzetta» coi vestiti attillati e le gambe nude, che di primo acchito infastidisce Rossi per la sua apparente irriverenza, lo sbalordisce quando si getta in ginocchio sulla nuda pietra, in fervorosa preghiera. Un intellettuale marxista-leninista, con cui fino a pochi istanti prima Rossi discuteva di materialismo dialettico, si comporta allo stesso modo e, di fronte alle incalzanti richieste di spiegazioni del suo interlocutore, afferma che il comunismo è una soluzione per i problemi pratici quotidiani, ma che «la religione cristiana, invece, vale per sempre. […] è l’assetto del mondo per l’eternità».
Questi sono solo alcuni spunti di riflessione su un libro che merita certamente di essere riletto e meditato. Parla di ieri, parla di oggi, parla forse, soprattutto, di domani.
