Salviamo la vita delle donne iraniane condannate a morte!

Il 16 settembre 2022 Mahsa Amini, una ragazza iraniana di 23 anni, è morta in seguito alle brutali percosse ricevute dalla polizia religiosa. Era stata arrestata tre giorni prima con l’accusa di non aver indossato correttamente il velo. La sua uccisione aveva dato vita a un movimento che aveva fatto vacillare il regime innescando grandi proteste di massa in cui era stato urlato lo slogan “Donna, vita, libertà”. Oggi, c’è un’altra ragazza iraniana di 23 anni che rischia la vita perché è stata arrestata e condannata a morte per un post sui social che ha fatto scattare l’accusa di blasfemia. L’Iran Human Rights con sede a Oslo ha denunciato che nel 2026 sono già state eseguite 600 condanne a morte senza grandi reazioni internazionali. Gli ayatollah non sono dei coraggiosi combattenti anti-imperialisti ma una teocrazia sanguinaria che usa la ferocia contro le giovani generazioni che chiedono soltanto di avere un futuro. Purtroppo, il regime si è ulteriormente rafforzato dopo la guerra scatenata da Netanyahu e Trump e il potere è stato preso saldamente dall’ala più fanatica della repubblica islamica.

La tomba di Mahsa Amini nel cimitero di Aychi a Saqez (Foto di Darafsh Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International)

La ragazza arrestata, una studentessa di economia che si chiama Najmeh Amini, è attualmente detenuta nella prigione di Vakilabad e ha subìto due diversi procedimenti penali. Nel primo, tenutosi di fronte a un tribunale penale ordinario, è accusata di aver agito contro la sicurezza nazionale e di aver diffuso “propaganda” contro il regime per cui è stata condannata a dodici anni di reclusione. Il secondo procedimento, stavolta di fronte a un tribunale rivoluzionario, riguarda invece l’accusa di “insulto al profeta” formulata dalla polizia informatica iraniana che aveva monitorato la sua attività sulla rete. Per quella accusa è stata condannata a morte. Il contenuto esatto del post incriminato non è stato reso pubblico.  Nel mese di settembre 2026 è stata diffusa una registrazione audio attribuita alla ragazza arrestata in cui la giovane chiedeva un intervento internazionale ed esortava l’ONU, gli avvocati e le organizzazioni per i diritti umani a indagare sul suo caso. «Non voglio passare per un’eroina oggi. Voglio solo una cosa: siate la mia voce», è stato l’appello di Amini. La condanna può ancora essere ribaltata dalla Corte suprema ma è chiaro che il regime intende usare la mobilitazione bellica come una cortina fumogena per coprire l’aumento esponenziale degli arresti e delle condanne a morte. Secondo la Human Rights Activists in Iran con sede negli Stati Uniti i dimostranti arrestati finora si aggirano sui 50mila.

Najmeh era stata fermata dalla polizia a gennaio 2026 durante alcune delle proteste più massicce da quando i giovani avevano cominciato a scendere in piazza. Secondo un articolo dell’autorevole settimanale Time del 25 gennaio 2026, durante le dimostrazioni dell’8 e 9 gennaio potrebbero essere state uccise fino a 30mila persone, un massacro di enormi proporzioni che evidenziava però anche la debolezza del regime che cominciava a traballare di fronte a proteste sempre più agguerrite. Alcuni analisti hanno calcolato in circa 60mila il numero dei dimostranti uccisi nei vari mesi che hanno preceduto l’arresto di Najmeh. La ferocia della repressione aveva sollevato orrore in Occidente, dopo che erano state diffuse immagini di miliziani e poliziotti che sparavano sulla folla con armi di precisione, il che spiega anche l’alto numero di vittime. Il regime dava chiari segni di debolezza che non si intravedevano da decenni. Le associazioni democratiche iraniane all’estero si erano mobilitate, era ripartita la campagna del figlio dell’ultimo scià che vive negli Stati Uniti e che vaneggiava di un suo ruolo in un Iran post-ayatollah, ipotesi totalmente irrealistica, visto che non ha nessun radicamento nella società iraniana di oggi. Si erano riaccese le speranze che il lungo incubo iniziato nel 1979 potesse essere fermato e si potessero riaffidare al popolo iraniano le chiavi del proprio futuro. Ma poi è successo qualcosa.

Grazie alla guerra il regime si è rafforzato

È successo che l’11 febbraio 2026 Benjamin Netanyahu si è recato in visita alla Casa Bianca portando sottobraccio un piano dettagliato in cui dimostrava che l’uccisione del leader supremo avrebbe poi portato a ribellioni generalizzate, alla mobilitazione delle minoranze azere, curde e beluci e al crollo del regime (prima il New York Times e poi la stampa mondiale hanno riferito tutti i particolari dell’incontro, minuto per minuto). Trump si è lasciato facilmente convincere, sognando di porre fine per sempre a un regime che umilia gli Stati Uniti dal 1979 e diventando il grande statista che getta le basi di un Medio Oriente finalmente pacificato e desideroso di fare affari lucrosi innanzitutto con la famiglia Trump e poi, a scalare, con tutti gli altri. Come sappiamo, le cose non sono andate così e l’unico punto del piano che ha funzionato è stata l’uccisione di Alì Khamenei. La teocrazia non è crollata, il potere si è consolidato nelle mani dei militari e dei Guardiani della rivoluzione, l’ala più potente e fanatica del regime che, oltre al controllo dell’ideologia, domina i principali settori dell’economia. I religiosi hanno perso potere ma il regime si è irrigidito e si fa forte dell’emergenza bellica per accusare chiunque osi criticare il governo di essere un agente del nemico americano e israeliano. Gli oltranzisti hanno saputo gestire con grande abilità il blocco dello stretto di Hormuz, stanno umiliando Trump e hanno dimostrato al mondo e alla propria popolazione che hanno la situazione sotto controllo.

Proprio perché si sentono forti hanno potuto usare la mano pesante negli arresti e nelle condanne a morte perché se il regime non è stato abbattuto dalle bombe non teme troppo la riprovazione internazionale. D’altronde, in Europa non si sono viste grandi dimostrazioni di protesta e le centinaia di impiccati sono stati considerati come una fatalità della storia, un qualcosa che non ci riguarda direttamente. La campagna per la sospensione delle esecuzioni in Iran dovrebbe invece entrare nell’agenda politica dei governi ma anche dell’opinione pubblica europea e sarebbe molto importante se, nelle tante manifestazioni che infiammano le piazze d’Europa, ci fossero anche cartelli che condannino un regime sanguinario come quello iraniano che usa le forche per mantenersi al potere. Non dovremmo attendere che anche Najmeh Amini venga uccisa, come è successo a centinaia di altri giovani iraniani, per poi commemorarla come martire. Una campagna internazionale in difesa dei giovani iraniani arrestati avrebbe un grande impatto politico e contribuirebbe a controbattere l’argomentazione che, in politica, i risultati si ottengono soltanto con l’uso massiccio della forza. Proprio la guerra contro l’Iran dimostra la falsità di questa argomentazione, visto che la più grande potenza militare del mondo non è riuscita a piegare Teheran usando tutto il suo potentissimo arsenale. Una campagna per salvare Najmeh Amini rafforzerebbe il movimento “Donna, vita, libertè” e indebolirebbe il regime molto più di quanto hanno fatto le superbombe sganciate da Trump e Netanyahu.

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