L’Europa è drammaticamente divisa sull’Ucraina, soprattutto da quando alla Casa Bianca è tornato un presidente come Trump, facilmente manipolato da Putin e che non fa mistero delle sue intenzioni di abbandonare il Vecchio continente. Le decisioni strategiche dell’Unione Europea vengono prese dai capi di stato e di governo dei 27 e tra questi ci sono diversi filorussi con diritto di veto. La Commissione presieduta da Ursula von der Leyen ha poteri esecutivi soltanto per quanto riguarda l’economia. Per la politica estera e la difesa può solo fare raccomandazioni che dovranno essere poi messe in atto dai singoli stati (alcuni dei quali potrebbero essere accusati di intelligenza col nemico). Questa è la situazione oggettiva per cui le ipotesi formulate in un interessante saggio vanno vagliate con grande accuratezza.
Carlo Masala, nato a Colonia da padre italiano e madre austriaca, insegna Politica internazionale alla Bundeswehr Universität (una delle due università delle Forze armate tedesche) di Monaco di Baviera ed è un apprezzato commentatore dei media tedeschi e stranieri. Lo scenario che presenta nel suo ultimo saggio ipotizza che la Russia attacchi l’Estonia, dopo aver vinto la guerra in Ucraina ed è basato su «circostanze reali, su scoperte scientifiche e su numerosi scambi di vedute che ho avuto negli ultimi due anni con colleghi e colleghe, ma anche con persone che lavorano nei ministeri e nello stato maggiore delle forze armate, preoccupate dell’impatto che un’eventuale vittoria russa in Ucraina potrebbe avere sui futuri sviluppi delle politiche di sicurezza». L’autore tiene a precisare che lo scopo di uno scenario è quello di contribuire alla discussione di temi strategici e, non meno importante, far sì che le situazioni analizzate non si realizzino. Se organizzato in modo rigoroso, questo è un esercizio che ci aiuta a capire gli sviluppi che potrebbero avvenire nei prossimi mesi e anni.
L’ipotesi di lavoro prevede che alla guida della Russia non ci sia più Putin ma Oleg Obmančikov, un economista quarantasettenne che ha trascorso un periodo di studio nel Regno Unito e lavorato a Dubai (molti analisti temono però che sia una facciata dietro alla quale lo zar continua a gestire il potere nell’ombra). L’arrivo di un personaggio giudicato aperto e moderno, e senza legami apparenti col vecchio apparato del KGB, era stato salutato con grande favore in Occidente. Durante la riunione del gruppo ristretto che deve pianificare l’attacco alla NATO, un ex generale, stretto confidente del presidente russo, richiama un importante precedente storico, quello della regione tedesca della Renania, smilitarizzata dopo la firma del trattato di Versailles del 1919. La clausola era stata imposta soprattutto dai francesi, timorosi che la presenza di truppe tedesche in Renania avrebbe rappresentato una minaccia per la loro sicurezza.
Nonostante questo impegno, il 7 marzo 1936, circa trentamila soldati della Wehrmacht occuparono la Renania, adducendo come motivazione il trattato di assistenza franco-sovietico concluso a febbraio. La strategia nazista era quella di ritirarsi immediatamente in caso di resistenza, ma di rimanere nella regione se non ci fosse stata opposizione. L’avanzata delle truppe tedesche fu accompagnata dalla retorica pacifista nazista, che affermava solennemente di non avere intenzioni aggressive nei confronti dei suoi vicini. Sorprendentemente, la Gran Bretagna ci cascò e, come la Francia, non reagì all’invasione. Le truppe tedesche rimasero in Renania e sappiamo come è andata a finire. Gli strateghi russi conoscono bene quest’episodio ed è per tale ragione che l’ipotesi di Masala ha basi più solide di quello che potrebbe sembrare a prima vista.
Attacco all’alba
Questo è lo scenario presentato dal saggio. Kyiv è stata sconfitta, Zelensky si è dimesso e l’Ucraina “libera”, la zona non occupata dai russi, è nel caos economico e politico. I veterani e i disabili che hanno combattuto al fronte manifestano quasi ogni giorno, i sindacati sono in agitazione e la grave situazione sociale facilita il reclutamento di informatori da parte dei servizi segreti russi. Nel frattempo, c’è uno sviluppo inatteso. Narva, Estonia, 27 marzo 2028: nelle prime ore del mattino si sentono forti esplosioni mentre due brigate russe entrano in città da nord e da est. I soldati russi incontrano poca resistenza anche perché sono sostenuti da parte della popolazione russofona locale a cui erano già state fornite armi leggere e mitragliatrici nelle settimane e mesi precedenti. Al sorgere del sole, il vessillo russo sventola già dalla torre dello storico municipio della cittadina estone. Nella stessa operazione circa quattrocento marine russi conquistano l’isola di Hiiumaa, al largo della costa estone e issano la bandiera russa nella cittadina di Kärdla, che conta quattromila abitanti.
Entrambe le azioni hanno un senso strategico dal punto di vista russo: Narva è una città in cui parla russo l’ottantotto per cento della popolazione, mentre la conquista di Hiiumaa offre l’opportunità di minacciare e, se necessario, attuare un blocco navale della regione del Baltico, tra i porti di San Pietroburgo a nord e Kaliningrad a sud, già sotto controllo della marina russa. Nei mesi precedenti erano state condotte operazioni preparatorie sullo scacchiere mondiale. Nella città di Kidal, nel nord del Mali, erano arrivati improvvisamente camion militari con milizie armate che, con l’aiuto di mercenari russi, avevano caricato centinaia di persone e le avevano portate verso la costa per farle imbarcare per l’Europa e creare artificiosamente un’emergenza migranti. La criticità venutasi a creare nel Mediterraneo aveva portato allo spostamento nell’area di navi tedesche che avevano quindi sguarnito il fronte del Mar Baltico.
Nel frattempo, le tensioni tra la Cina e le Filippine sono alle stelle per il controllo di Woody Reef, un’area contesa nel Mar Cinese Meridionale. La marina cinese prende possesso dell’isolotto oggetto di disputa, Manila chiede aiuto agli USA che inviano una portaerei nell’area ma poi, cominciano a chiedersi se vale la pena entrare in guerra con la Cina per una barriera corallina. In Russia la crisi del Mar Cinese Meridionale è accolta con gioia perché ha distolto l’attenzione dal fianco orientale della NATO. Il 26 marzo 2028 alle sei del pomeriggio (ma sono le tre del mattino del 27 in Europa), il presidente americano riceve una telefonata dal capo della CIA che gli comunica che dalle immagini satellitari si vede che piccole unità russe si stanno dirigendo verso Narva. L’attacco agli stati del Baltico è iniziato.
Morire per Narva?
Il presidente USA e il suo consigliere per la sicurezza nazionale organizzano una riunione con il cancelliere tedesco, il premier britannico, il presidente francese (esponente di un partito populista di estrema destra) e il segretario della NATO, con la presenza dei capi militari statunitensi. Si cominciano a formulare varie risposte possibili ma ben presto si concretizza il timore dello scoppio di una guerra generale con la Russia. Si fissa quindi la riunione successiva, a cui parteciperanno i capi si stato e di governo dei principali Paesi alleati della NATO. Il presidente americano ha perfettamente chiaro quale sarà il messaggio più importante da consegnare agli alleati: non rischierò una Terza guerra mondiale per una piccola città estone, ma sono pronto a mettere sotto pressione militare la Russia affinché ritiri le sue truppe. Ovviamente, l’ambasciatore russo convocato d’urgenza alla Casa Bianca giura che l’unica finalità dell’intervento a Narva è quello di proteggere la popolazione russa i cui diritti era stati brutalmente violati dagli estoni. Aggiunge però che negli ultimi trentacinque anni il suo Paese si è visto sottrarre sempre più territori, un’umiliazione che si accompagna a una sempre maggiore repressione dei cittadini russi che vivono al di fuori dei confini nazionali. Masala immagina che l’ambasciatore, guardando dritto negli occhi il consigliere per la Sicurezza nazionale, dica: «Quei tempi sono finiti. Proteggeremo noi il nostro popolo, se gli altri non lo faranno. E lo proteggeremo a tutti i costi».
Una volta chiarito che Mosca non indietreggia di fronte a un possibile scontro nucleare, vengono convocati i massimi vertici della NATO per una riunione che si preannuncia storica. Qui il primo a prendere la parola è il presidente USA che, pur condannando l’attacco a Narva, dice di capire le motivazioni russe e si mostra molto irritato dal fatto che, nonostante le insistenze americane, il carico della difesa europea ricade ancora tutto sugli USA, per non parlare poi dello squilibrio della bilancia dei pagamenti. Il presidente è molto netto quando dice di non essere disposto a rischiare la Terza guerra mondiale per una cittadina estone. Non esclude, però, che gli europei vogliano intraprendere un’operazione militare ma senza il sostegno americano. Poiché gli USA forniscono più del sessantacinque per cento delle forze belliche della NATO, senza le capacità di ricognizione e di trasporto americane, l’Europa non è in grado di agire. Il cancelliere tedesco protesta con veemenza ma è ghiacciato dalla Francia, schierata ormai su posizioni neutrali, che non vuole rischiare la distruzione della civiltà. La NATO non farà nulla. La Russia ha vinto.
Epilogo
Nelle sue considerazioni finali Masala ricorda che nel corso della guerra contro l’Ucraina Putin ha minacciato ripetutamente l’uso delle armi nucleari e questa minaccia, l’induzione della paura nel nemico, ha funzionato egregiamente. L’autore nota che né gli Stati Uniti né gli alleati hanno mai chiarito quali dovessero essere le finalità degli aiuti a Kyiv e hanno sostenuto l’Ucraina con alti e bassi senza avere in mente una strategia ben definita. Il saggio puntualizza inoltre che solo con lentezza, e forse troppo tardi, ci si è resi conto che il presidente russo non è interessato a una soluzione diplomatica e che «per troppo tempo, e in parte ancora oggi, Putin non è stato visto per quello che è: un dittatore che considera l’uso della forza come strumento legittimo per far rispettare quelli che considera gli interessi russi. Questo deve cambiare, se l’Occidente vuole sopravvivere in uno scenario come quello da me descritto».
Per coloro che ritengono troppo pessimistiche le ipotesi di Carlo Masala e rifiutano di accettare l’idea che la Russia stia conducendo da anni una “guerra ibrida” contro l’Occidente elenco alcuni degli ultimi eventi che hanno sollevato più allarme. Il 31 agosto 2025 l’aereo su cui viaggiava la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è stato costretto a usare mappe manuali per atterrare perché il sistema Gps di bordo era stato colpito da interferenze, attribuite alla Russia. Nella notte tra il 9 e il 10 settembre 2025 una ventina di droni russi sono entrati nello spazio aereo della Polonia, che ha subito fatto alzare in volo caccia di vari Paesi alleati, Italia inclusa, e ha chiesto una riunione d’urgenza alla NATO. Il 20 settembre tre jet russi hanno violato lo spazio aereo dell’Estonia per dodici minuti. Il ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna ha dichiarato: «Quest’anno la Russia ha violato lo spazio aereo estone quattro volte, il che è inaccettabile di per sé, ma la violazione dei tre jet di oggi è oltremodo sfrontata». A buon intenditor poche parole.
Carlo Masala
Se la Russia attacca l’Occidente
Uno scenario possibile
Rizzoli, pp. 160, € 16

Giornalista pubblicista dal 1990, esperto di politica internazionale, speechwriter, collabora a Frontiere.online e dirige nonsiamounisola.eu. Ha pubblicato il saggio “Shakespeare e l’arte del buon governo”.
