
Il patrimono del Polesine
a C. M.
Grazie allo spirito di iniziativa di Giovanni Boniolo, storico e filosofo della scienza di calibro internazionale, e personalità legata strettamente a Rovigo – Boniolo, oltre che cattedratico a Padova, è stato tra l’altro per diversi anni presidente dell’Accademia dei Concordi, una delle maggiori e più antiche accademie non solo in relazione al Veneto, ma anche all’Italia e all’Europa stesse – “La Voce”, il quotidiano per eccellenza, ha dedicato un nuovo supplemento alla storia e cultura della città e del Polesine tutto. Il supplemento, “Visioni e altre narrazioni”, pubblicato ogni due domeniche, per 24 numeri totali, si conclude con l’ultima uscita il 28 settembre 2025. Ha raccolto voci di studiosi, grafici, intellettuali, cervelli di ogni genere, ma anche artisti, cuochi, inventori, insomma, un’ottima scelta tra le personalità di rilievo – in ambito culturale e non solo – della città padana. Credo abbia fornito davvero una serie di spunti, occasioni di riflessioni, ripensamenti sulla storia e le vicende attuali di una città considerata troppo spesso (a torto o a ragione, ma non è qui il caso di discuterne) la “Cenerentola del Veneto”, certamente non meta turistica come le altre, né sede di università indipendente, né centro industriale e snodo commerciale di primaria importanza europea come la vicina Padova. Terra per eccellenza di confine, divisa storicamente tra Padova e Ferrara, è luogo ove anche oggi si vivono tensioni sociali non indifferenti, certamente diverse da quelle vissute peraltro in gran parte del Veneto, e dove le due sfere di influenza – veneta ed emiliano-romagnola – si fanno ancora sentire, come è accaduto da sempre. Eppure, sono convinto – e lo sono tutti i collaboratori a questo felice esperimento di “Visioni e altre narrazioni” – che Rovigo abbia non solo una storia pari per intensità ed eccellenza a quella di Padova e Ferrara, ma abbia anche un potenziale inespresso, dovuto proprio al suo essere cerniera nell’estremo lembo padano, alle foci di quel fiume che ha reso ubertosa la pianura, centro d’Europa, e ha poi reso possibile la nascita dell’Italia industriale senza per questo eliminare o soppiantare quella agricola. Qui il Po finisce, ed in quale modo trionfa. D’Annunzio non incluse Rovigo – mi vien da pensare, nell’approssimarsi del centenario dell’edizione Govone de “Le città del silenzio”, splendida impresa editoriale, nel 1926 – tra le città del silenzio, appunto. Ci girò intorno. Ravenna, Padova, Vicenza. E Ferrara, naturalmente, Perugia e Brescia. Insomma delineò una costellazione ove Rovigo è al centro, ma non compare. In qualche modo, senza neppure volerlo, questo elegante quindicinale ha sottratto al “silenzio” Rovigo e il Polesine. Dando ampio spazio anche alla progettualità futura, come gli editoriali dello stesso Boniolo, sempre molto puntuali, puntualmente, per l’appunto, indicano. Indicano la direzione da prendere, nella valorizzazione di un patrimonio immenso. Nell’attesa che magari sorga qualche benefattore che possa costruire – su solidissime, secolari basi – nuove realtà, magari accademico-scientifiche, come è accaduto in altre zone di pianura, relativamente marginali, nello splendido Veneto tuttora faro mondiale di civiltà. Penso – ma è solo un esempio – a quella realtà trevigiana che H-FARM, scuola modello presso le Portesine (splendido esempio di chiuse fluviali, peraltro visitabili) a Roncade. Riccardo Donadon ebbe quest’eccellente intuizione nel 2005 e ora H-FARM è ben nota in tutto il mondo, con campus a Roma e Milano. L’innovazione parte dalla formazione. Regola aurea. Puoi può anche partire dal genio individuale, magari anche solo da un “colpo” di genio, ma generalmente occorre fare sistema, e creare istituzioni.
Il 2024 ha rappresentato un anno importante per Rovigo, con tutte le iniziative legate al centenario del delitto Matteotti. Uno degli episodi peggiori della storia politica italiana del Novecento. Giustamente il supplemento si è inserito in un ritorno generale di interesse per Rovigo, ritorno di interesse che controbilancia l’immagine negativa di Rovigo che continua a circolare. La città appare, tra l’altro, proprio all’inizio del controverso documentario Food For Profit, del 2024 scritto e diretto da Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi, come sede di alcuni allevamenti intensivi di maiali. Al di là di ogni discorso politico e ideologico, di ogni considerazione sulle politiche agricole dell’Unione Europea, non è stata una bella pubblicità per Rovigo. Questo peraltro detto da un liberale classico, come il sottoscritto, che non vede nulla di male nel fatto che il cibo, ovvero l’industria alimentare, possa e debba creare profitto: dalle origini, o quasi, dell’umanità che alleva animali per cibarsene.
Qui dunque raccolgo i miei 12 interventi, pubblicati regolarmente, a quindicina alterna, su questo supplemento anche graficamente curatissimo. Sono escursioni, episodiche, non sistematiche, nella storia di Rovigo, scritte da chi in Veneto felicemente vive (contemplando da casa e gli Euganei e gli scampoli padani fin quasi a Rovigo, tra industrie, campi coltivati, strade e campanili, alberghi e cantieri edili) – non sempre, ma gran parte dell’anno – da un quarto di secolo, e – da eterno studente – continua ad imparare dalle sue terre e dalle sue genti, dal passato ma anche abbondantemente dal presente. Sono spunti per nuove ricerche, piuttosto che conclusioni di ricerche già fatte, e “a spot” illuminano qui e là una vicenda vastissima, saltando “di palo in frasca”, locuzione proverbiale felicissima per un territorio di pianura. Naturalmente l’esperienza che si conclude qui sarà, spero, prodromica ad altre, vista l’attenzione viva suscitata da questo esperimento editoriale, che si inserisce in un più vasto progetto, si potrebbe dire, di “riqualificazione” di un’intiera, e vastissima area. Buona lettura!
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Il Polesine come confine
Se è vero – e indubbiamente lo è, come gli storici sostengono – che «l’identità polesana è plurima. È terra di confine, anzi di più confini», occorre riflettere su questi confini, e la loro logica. Innanzi tutto, ogni confine è valicabile: la Serenissima poneva come confine ideale, a Sud, il Po: ma non era sacro, molte città romagnole, tra cui Rimini, divennero nel tempo, anche se brevemente, possesso della Dominante. E se a Nord vi era un confine ideale – religioso – col mondo protestante, anche se mediato dal cuscinetto dell’Austria e della Baviera (mentre però la Svizzera era limitrofa), a Nord teoricamente no: siamo sempre in ambito cattolico. Eppure, la storia insegna come nelle Marche pontificie fiorisse l’eresia: e dunque Rovigo e il Polesine potevano servire da argine alla diffusione del morbo eretico. Fu davvero così? O, al contrario, Rovigo servì come testa di ponte per la diffusione dell’eresia stessa, ancor più pericolosa di quella che giungeva da Nord? Un bellissimo tema, con Rovigo avamposto dell’eresia calvinista, proveniente – un bel paradosso – dal sud, dalle Marche piuttosto che dalla Svizzera. I confini sono i luoghi ove si gioca il destino del mondo.
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Identità di confine: uomini e idee nel Polesine
Se è proprio delle terre di confine il creare identità esse stesse di “confine”, ebbene tali identità non sono solo quelle delle terre, o delle acque, ma anche quelle degli individui. Uomini, donne tesi e talora lacerati tra un Paese e l’altro, spaccati come i rami del Po che si sciolgono morbidamente nell’Adriatico, rendendo quasi vero il motto di Eraclito: “Non ci si bagna due volte nello stesso fiume”, ché spesso è lo stesso fiume a moltiplicarsi, o dividersi, quantomeno, in due. Tante le identità individuali di confine nel Polesine. Si pensi al lendinarese Alberto Mario, di cui ricorre l’anno prossimo il secondo centenario della nascita. Legato al Polesine, all’Inghilterra, all’Italia tutta – che sognava un giorno repubblicana e federale, come il suo maestro ideale Cattaneo, Mario era uomo dalle molteplici patrie. Nella lapide tombale, Jessie White, sua moglie, volle che si parlasse prima del “genovese” (Mazzini) che non del rodigino, ma in fondo Mario era ampiamente “genovese” anch’egli: a Genova Mario visse anni fondamentali per la formazione politica, con tanto di soggiorno in carcere. “Atene senza servi / Venezia senza dieci / Firenze senza frati / erano per Alberto Mario / la patria ideale”, così lo commemora l’amico Carducci, devastato dalla sua morte, menzionandone i sogni e propositi. Prodigiosamente spinto in luoghi diversi e lontani, Mario è immagine del Polesine di confine. “Il più artisticamente italiano dei repubblicani”. E forse il più cosmopolita e lungimirante.
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Ebrei in terra di frontiera. Il caso di Rovigo
Posta in un punto nevralgico di quella che l’antropologo Alberto Castaldin ha chiamato “Padana Judaica”, Rovigo è parte di quella rete di comunità ebraiche padane che si estende dal Monferrato al Friuli. Come per altre vicende storiche rodigine non esiste esaustiva ricerca sul tema. Ma quella degli ebrei a Rovigo, non solo per l’esistenza di almeno due cimiteri ebraici, uno centrale, è storia piena di fascino. Che paradossalmente è indagata solo quando si avvicina alla fine. Perché Rovigo – anzi Badia Polesine – è luogo ove si compie l’ultimo atto della tragica farsa delle accuse di omicidio rituale contro gli ebrei. Ebrei vampiri, che succhiano il sangue dei cristiani per i loro misteriosi rituali. 1855. Il dominio austriaco è al tramonto. Una donna accusa Caliman Ravenna, ebreo locale, di averle praticato salassi estremi, al fine di impossessarsi del suo sangue, e ucciderla. A Damasco vi era stato un caso simile, clamoroso, nel 1840. Chissà che la signora non avesse preso ispirazione. Diviene un caso nazionale, ne discute la stampa, la nascente opinione pubblica italiana (siamo alla vigilia dell’Unità) si interessa, eccome, ad un evento dal sapore di noir. L’accusa è però smentita. Non è successo niente di ciò. Ma le comunità ebraiche in Italia sono scosse e spaventate. Vi ha scritto un libro anni fa storico Emanuele D’Antuono. Bello e ricco, ma rimangano da indagare secoli e secoli di presenza ebraica in terra di frontiera. Fisica, col Po, politica, col ducato estense e lo stato della Chiesa. Se è vero che la comunità superò gli 800 individui, ad un certo punto, non si può definire “minore”. Per niente. Rovigo, un luogo di tensioni di ogni genere. E dunque, anche qui, e ad un certo punto numerosi, gli ebrei furono ben presenti. La loro storia, anche nel quadro dei giacimenti culturali, merita eccome nuove indagini.
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Ludovico Ricchieri: un rodigino rivale d’Erasmo
Se il 2024 è stato – per Rovigo e per l’Italia – il centenario dell’assassinio di Matteotti, il 2025 sarà l’anno di Ludovico Ricchieri, noto come Celio Rodigino. Un umanista eccellente, amico e rivale di Erasmo da Rotterdam, fu figura centrale – anche se non sempre riconosciuta come tale – nell’umanesimo veneto. La sua morte, a Padova, nel marzo 1525, è posteriore di sei anni a quella di Leonardo ad Amboise, tra le braccia, narra la leggenda, di Francesco I. Come Leonardo, Ludovico era attratto dalla Francia, ove forse si era recato in gioventù, e ben vedeva la presenza francese in Italia, a Milano, dove a lungo aveva insegnato, in una carriera di chierico errante che – se non lo portò in tutta Europa, come Erasmo – quantomeno lo vide protagonista nell’Italia del Nord, da Milano a Padova, e ovviamente nella sua città natale, Rovigo. La sua opera maggiore, uscita da Aldo Manuzio a Venezia nel 1516, e poi variamente aggiornata e ristampata, fino a tutto il Seicento, è un’enciclopedia sul modello, soprattutto, di Plinio il Vecchio e di Aulo Gellio. I 16 libri di Lezioni degli antichi si situano nella tradizione umanistico-rinascimentale delle enciclopedie che ebbe in Raffaele Maffei e Alessandro Alessandri i suoi maggiori esponenti. Sogni di Francia, libri pubblicati da Frobenius in Svizzera, viaggi e insegnamenti in Italia, sapere senza confini. Ricchieri è rodigino universale. E sarà giusto come tale ricordarlo. In un’opera di carattere universalistico, Ricchieri inserì una considerazione generale sulla maggior minaccia mai subita dalla Serenissima, la Lega di Cambrai e il suo assalto – vano – alla libertà di Venezia. Non un caso: con ben tre paci (Noyon, Bruxelles, Friburgo), nell’anno di uscita dell’opera di Ricchieri, la guerra contro Venezia era stata conclusa. Non cercheranno più di conquistarla fino a Napoleone. Ma certamente l’avevano indebolita. E Rovigo, da poco veneziana, aveva sofferto enormemente.
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Il mistero del Duca di Rovigo
Una delle figure più affascinanti legate alla città di Rovigo è quella di Anne Jean Marie René Savary, noto come il Duca di Rovigo. Ora, vi sono personaggi che si sono inventati un titolo nobiliare. Casanova, ad esempio, di cui celebriamo quest’anno il trecentesimo compleanno. “Cavaliere di Seingalt”, è il titolo affatto fittizio che si attribuì il grande seduttore. Invece questo generale e ministro della polizia di Napoleone, suo fedelissimo con una vita piena di ombre, e misteri, del titolo fu insignito da Napoleone stesso, insieme ad una diecina di altri, dopo la battaglia di Friedland, a due passi da dove nacque Kant, del 1807, che sancì la vittoria francese contro la quarta coalizione. Ora, Napoleone, come imperatore e sovrano francese, era legittimato a creare e conferire titoli onorifici, come da tradizione, e non solo francese. Savary poi era suo fedelissimo, aveva tentato perfino di accompagnarlo a Sant’Elena, col risultato di venir arrestato dagli inglesi e esiliato a Smirne. Morirà nel 1833, dopo aver addirittura, brutalmente, partecipato alla colonizzazione francese dell’Algeria. Mise mai piede a Rovigo? Non lo sappiamo, fu in Italia con la seconda campagna napoleonica, e poi di nuovo a Roma negli anni Venti. Caduto il tiranno, seguì evidentemente i destini della famiglia. Ma un’altra questione si pone. Esistette mai formalmente un ducato di Rovigo? Lo menziona ad esempio una lettera del cardinale d’Ossat ad Enrico IV di Francia, di fine Cinquecento, in cui si sostiene la tesi, giusta, secondo cui i veneziani avevano tutto l’interesse ad avere un ducato, vero, quello di Ferrara, piuttosto che un papa che fosse anche duca dei territori confinanti. La lettera poi si conclude: “i veneziani hanno usurpato una volta sui duchi di Ferrara, e ancora se lo tengono, il ducato di Rovigo…” Misteri da sciogliere, che fanno bella la Storia.
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Francesco Brusoni. Colui che scrisse un poema epico sull’origine di Rovigo
Anche Rovigo ebbe la sua “Eneide”, con al posto dell’eroe troiano il vescovo Paolo che vede in sogno San Pietro, il quale gli indica il luogo ove fondare la città, e far rinascere altrove Adria distrutta dagli Unni ma soprattutto dalle alluvioni. Pochi ricordano oggi Francesco Brusoni (nato intorno al 1470 e morto introno 1535), letterato, umanista, protagonista della stagione rinascimentale rodigina. Stagione che molti negano – a torto – sia mai esistita. Brusoni, originario di Legnago, scrisse nel 1589 il De Origine Urbis Rhodiginae, mentre si trovava come precettore in città (una ristampa del 1708 è contenuta nella biblioteca dell’Accademia dei Concordi). Ne ottenne lodi e privilegi. Non è figura da sottovalutare, se è vero che la voce su di lui sul “Dizionario Biografico degli Italiani” porta la firma di Gian Luigi Beccaria. Il poema si ferma al primo libro. Forse un destino locale, quello dell’incompiutezza? Del non-finito? In esametri a volte contorti, di difficile traduzione, esso narra l’epica origine di Rovigo, con la falsa etimologia che lega il nome alla rosa – più accreditata l’origine celtica, da “rodo”, fiume, “ghum”, villaggio -, etimo il primo, però, largamente accettato nel Medioevo. Rovigo nasce sulle rovine di Adria, ne prende l’eredità, e si sposa con un fiume, l’Adige, meno devastante rispetto al Po, di cui è secondo per lunghezza (in Italia), ma molto inferiore per bacino di acque. Il “Padus” è comparato dal poeta addirittura al Nilo. Rovigo appare qui in una costellazione mediterranea, se non globale. Ma soprattutto si instaura un legame “verticale” della città lambita dall’Adige con il resto d’Italia e con il mondo germanico (passando per Venezia), che contrasta con la linea “orizzontale” del Po, in un gioco di contrasti, una dialettica molto interessante, che divide anche territori, appartenenze politiche, ideali. Insomma, pianura padana e pianura atestina non sono la stessa cosa. E non sempre vanno d’accordo.
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La vocazione di Emma Tettoni. Patriottismo e libertà delle donne nella Rovigo post-unitaria
Vi sono, nella storia di Rovigo, come in quella di ogni altra città di confine, trame e figure che s’intrecciano alla vicenda nazionale (e talvolta in quella globale) nei modi più vari. Anche per quel che riguarda la tormentata vicenda dell’emancipazione femminile in Italia. Non di Rovigo, ma di un’altra sponda della grande “Lombardia” (l’antico nome della pianura padana), era nativa Emma Tettoni. Questa notevole scrittrice, nobile difensora dei diritti delle donne, nacque a Novara, infatti, nel clima fervido della vigilia dell’unificazione, nel 1859. E morì a Bergamo poco più che quarantenne, nel 1901. Ma a Rovigo soggiornò per sei anni fondamentali per la sua crescita intellettuale, direttrice della locale Scuola Normale Femminile, ascoltata oratrice presso i Concordi, campionessa del ruolo femminile nella società, dalla scienza alla letteratura. Non per nulla s’appassionò della Roccati. Quando si decise di celebrare il (presunto) sesto centenario della morte di Beatrice Portinari, nel 1890, iniziativa fallimentare di Angelo de Gubernatis, fu organizzata a Roma una “esposizione nazionale” in omaggio a “tutti i prodotti dell’ingegno e dell’industria femminile italiana”. Ebbene, forte del suo soggiorno rodigino, nel volume che accompagnò la mostra – ora gemma per bibliofili – Emma parlò delle “scienziate italiane”. L’impressione che esercitò su di lei la Roccati diede i suoi frutti. Prima allieva donna del Carducci, Emma fu protagonista della “Rovigo carducciana”. La si ricorda per la difesa – profondamente avversata se non da tutta, almeno da parte della Chiesa – delle donne, della loro capacità, pari a quella maschile, di operare nei più svariati ambiti dell’umano agire. Nell’anno prima della morte vide la luce un piccolo capolavoro di letteratura al femminile, la raccolta “Anime buone”. Un racconto, “Leggendo Dante”, svela il complesso rapporto tra sensibilità femminile e “Commedia”. Il libro ben meriterebbe una nuova edizione.
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Il Tempio della Rotonda, la città dell’ogdoade e il Veneto ottagonale
Una delle glorie – anche turistiche – della città di Rovigo è la Rotonda, il Tempio della Beata Vergine del Soccorso. Come non esserne affascinati? Quanti vi hanno scritto, anche di recente. “Ogdoade” è l’antico nome patristico dell’ottagono. Simbolo dell’ottavo giorno, che non esiste, se non per l’appunto come il giorno della Resurrezione di Cristo, “il giorno senza tramonto”. L’eternità. Facile che poi il simbolo transitasse nell’ermetismo; quindi nella simbologia massonica. Ma quando la Serenissima si immagina come “ottagono”, e cosparge di ottagoni architettonici il proprio territorio? Storia affascinantissima, a mio modo di vedere, e piena di sfaccettature. Rovigo e il suo Tempio ne sono testimonianza eloquente. L’ottagono lega i territori di terraferma del Nord con quelli del Sud. Ed ecco che la città ottagonale per eccellenza, per quanto circondata dalla stella a nove punte, è Palmanova. La sua prima pietra viene posata il 7 ottobre 1593. Che intrigante coincidenza temporale con la Rotonda rodigina! Monsignor Laureti il 13 ottobre 1594 presenziò alla solenne cerimonia di consacrazione e posa della prima pietra del Tempio. Il Veneto settentrionale, all’estremo confine coi ridisegnati confini imperiali, incontrava, nella figura dell’ottagono, là secolare, qui sacra, quello meridionale. Qui a Rovigo, ai tormentati – al tempo – confini con i domini pontifici. In quello stesso 1594 Sarpi si scontra ancora una volta duramente col Sant’Uffizio. Ma ecco che con l’ottagono rodigino la città si lega anche alla sua antica rivale, e modello, Adria. Ove vi è un meraviglioso fonte battesimale (risalente al VII-VIII secolo!), in un’altra basilica mariana, quella della “Tomba”, ovvero Santa Maria Assunta. Quattro ottagoni in forma di isoletta – una in vendita, a trattativa super-riservata ovviamente – punteggiano la Laguna. Insomma, tanti materiali per un libro ancora da scrivere.
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Le maioliche di Xanto: tra alchimia, estetica, e magia naturale
Sono passati esattamente venti anni da quando a Pittsburgh, nel cuore industriale e ora post-industriale della Pennsylvania, una mostra ha ricordato il rodigino Xanto Avelli. Al Frick Art Center, ceramiche di Avelli provenienti da Washington D.C., dalla Corcoran Gallery, erano il cuore della mostra “Marvels of Maiolica. Italian Renaissance Ceramics”, curata da Jacqueline Musacchio. Nel frattempo è cresciuta l’attenzione per Xanto, che dalla natia Rovigo si trasferì ad Urbino e diede il via ad una scuola unica, che fondeva l’arte con la mistica, le tradizioni occidentali, e soprattutto venete, con l’antica arte delle maioliche arabe, iniziata, singolarmente, quando Maometto era ancora in vita, nel 622 d.C. Fu figura dunque del pieno Rinascimento, Xanto, legato alla corte di Francesco I della Rovere, e fu poeta prima che ceramista. E in grado di toccare – coll’universalità del suo genio e della sua cultura – temi biblici e mitologici, ma anche profani – lo splendido piatto “Le Bagnanti” (ora alla Wallace Collection di Londra) è di 500 anni fa esatti – e perfino contemporanei (il sacco di Roma del 1527). Sicuro di sé, firmava e datata le proprie opere, di cui è dunque certo l’anno di produzione, mentre incerti restano ancora il suo anno di nascita (1486? 1550?) e quello di morte (1542?). Non solo il Sacro, ma anche erotismo, conturbamenti, passioni, tutto fissate nella maiolica in modo perfetto, in una squisita linea rinascimentale che unisce Este a Ferrara, Ferrara a Urbino, Faenza e Gubbio. E con una scuola ben definita: con Giulio da Urbino che portò di nuovo a Nord, a Verona, la tecnica dell’istoriato, che Xanto aveva perfezionato. L’antica arte dei “bochaleri” veneti produsse con Xanto il frutto migliore. Un’associazione che tiene vive la tradizione veneziana, in particolare, è attiva nella Dominante dal 2003. Molto resta da fare. Come un catalogo comprensivo di tutta la sua opera artistica e un’edizione critica completa di quella letteraria.
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La provincia della provincia e il fascino di Pincara
Se è vero che – a torto, ovvio – si considera il Polesine la Cenerentola del Veneto – a maggior ragione dunque vi è il rischio di vedere i suoi lembi estremi come la “provincia della provincia”. Eppure, vi sono almeno tre centenari, uno via l’altro, che dovrebbero invitarci, ad esempio, a riscoprire il paese di Pincara, pigramente collocato tra Fratta e Fiesso. Il primo, che il Comune ricordò nel 2023, sono i 550 anni della nascita. Si era nel 1473, all’indomani della grave rotta del Po del ‘71. Un paese nuovo, piena di speranza, sorgeva dalle rovine. S’era sotto il dominio estense. Genti vi giunsero dal Sud e dal Nord. Poi – facendo un bel salto cronologico – ecco il 1824. Nella Pincara austriaca sorge la Mantovani, nota azienda di liquori, ancora ben viva. E anche lì, in omaggio alla “terra di confine”, si producono liquori sia della tradizione veneta, sia di quella italiana e internazionale. Perfino un Gin raffinatissimo, il “Ghost”. E un tocco Serenissimo? Eccoci allora alla terza ricorrenza, che è un terzo centenario: nel 1625, 400 anni fa, San Giovanni Battista, la parrocchiale, viene ampliata, non bastava più per un popolazione allora in continua crescita: stando tutti pressati gli uni agli altri in luogo sacro, v’era rischio di malattie (e altri, meno gravi, ma più…imbarazzanti!). Neo-classica delicata, appena decorata da lesene sulla facciata a capanna e all’interno, la chiesa ospita capolavori misteriosi. All’esterno la Vergine con Cristo bambino, altorilievo marmoreo al centro del timpano, di autore sconosciuto, forse metà del Cinquecento. All’interno, tra l’altro, affreschi di Riccardo Cessi, pittore rodigino dell’800 da ri-scoprire, padre dello storico Roberto. Meno noti di quelli di Villadose, ma ugualmente belli. Ecco, si può scrivere una “Global History” perfino di Pincara, e in parte lo fece il compianto Carlo M. Prando.
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Benvenuto Tisi, un rodigino al centro del Rinascimento
Chi abbia avuto il piacere di visitare la recente mostra a Ferrara sul Cinquecento estense, avrà ammirato varie opere di n Benvenuto Tisi da Garofalo (forse1476-1559). Attraversò con intensità unica la prima metà del secolo, sodale di Dosso Dossi, influenzato – nel ritorno alla compostezza classica, alla serenità della visione – da Raffaello, maestro, forse, di Girolamo da Carpi. La Scuola ferrarese lo ebbe protagonista. Ma il nome intriga anche gli storici “puri”, non solo dell’arte. I cultori della “Public History” si godranno il MuViG, il “museo virtuale” allestito nel 2016 nella casa natale del pittore, a Canaro. Località nota anche per belle ville. In qualche modo l’Ottocento lo rivalutò davvero, in quel movimento “neo-estense” teso a far rinascere i fasti della città, dopo decenni di languore. Una Società per la promozione delle arti col suo nome nacque a Palazzo dei Diamanti nel 1868 – il Veneto era ora italiano – e fino al 1933 (ma con tracce fino al 1959) essa fu assai attiva. Promosse Ambrogio Zuffi, neo-classico scultore sepolcrale ferrarese, dal fascino ambiguo. Nulla di più lontano dalla grazia e leggiadria del primo Tisi, dunque. In quel complesso culto del Rinascimento nell’Italia pre- e post-unitaria anche la salma del pittore subì una singolare “translatio”: dalla basilica di Santa Maria in Vado al cimitero della Certosa, singolare esempio di camposanto “intra moenia”. S’era nel 1829. Poi Angelo Conti, scultore e paleontologo, gli dedicherà il monumento funerario, anni dopo. Da Ferrara a Rovigo: il busto bronzeo del pittore si deve, siamo già nel Novecento celebrativo del fascismo, a Colognesi: lo eseguì tra 1935 e 1937. Il busto subì anch’esso una “translatio”. Voluto dal Comune di Canaro per la casa natale del pittore, venne trasferito a Rovigo negli anni Cinquanta, per tornare poi al luogo originario, dove si trova tuttora. Ma mutilato. Singolare vicenda postuma di una quieta stella del Rinascimento.
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Da Rovigo alla Francia: Mario Oddone Cavaglieri
Se il 1924 vide l’assassinio di Matteotti, l’anno successivo fu legato ad un evento meno eclatante, ma anch’esso suscitato dall’avvento del regime. Ma andiamo con ordine e cominciamo a dire che la sua città – Rovigo – non ha mai scordato il pittore Mario Cavaglieri (1887-1969), tanto che ad inizio millennio in sua memoria e onore si pensò di istituire in città un museo di arte contemporanea. Cavaglieri lasciò Rovigo perché, essendo di origini ebraiche, intuiva che il fascismo non gli sarebbe stato favorevole. Era il 1925. Tornerà in Italia solo per un breve tormentato periodo durante la guerra, per fuggire dalla Francia conquistata dalla Germania nazista. Si ritrovò in un’Italia a caccia di ebrei, sanguinaria, sanguinosa ed egualmente tormentata, divisa. Nel 1946 tornerà per sempre in Francia. Era reduce da una stagione meravigliosa di successi europei, lui erede della tradizione coloristica veneta, eccelso ritrattista di interni alto-borghesi, legato a quella élite ebraica basso-padana che comprende, ad esempio, Giorgio Bassani. E lo scrittore di Cavaglieri parlò, in toni elogiativi. Appartenevano allo stesso ambiente, culturale e religioso, l’alta borghesia ebraica che prima il fascismo discriminò, poi il nazi-fascismo cercò di annientare. Fece propria la scuola post-impressionistica francese, Vuillard e Matisse. Ma le basi erano venete: il grande Giovanni Vianello, che fu maestro anche di Casorati. Cavaglieri divenne una celebrità in quella parte remota ma affascinante della Francia sud-occidentale che è la Guascogna. Ad Auch sono conservate, al Museo delle Americhe, numerose sue opere. La sua casa a Pavie (la Pavia francese) è monumento storico, e nei suoi colori delicati e dolcissimi sembra ricordare la pittura di Mario. Molti ancora si recano alla “Maison de Peyloubère”. Forse è più noto in Guascogna che non in Veneto. Tornò in Italia ma poi dovette trovar di nuovo rifugio in Francia: molti dei suoi amici e familiari furono deportati. In Francia si muoveva tra Parigi, che frequentava dal 1911, e Pavie, e qui morì nel 1969. Storici dell’arte del calibro di Guido Perocco hanno scritto su di lui. Sergio Garbato lo collocò giustamente, in volume del 1992, tra i “grandi del Polesine”.

