Note di viaggio in Connecticut. 2. Il destino dei Pequot: una visita a Mashantucket

Il “foliage” è quasi al suo culmine, in questa splendida giornata di metà ottobre. Il rosso, il giallo, l’ocra, conquistano pian piano il verde degli alberi, querce, ontani, aceri e infiniti altri. Il sole splende sulla ricca terra del Connecticut, che attraversiamo godendoci le variazioni cromatiche delle foreste mentre il cielo rimane di un azzurro perfetto, immobile. Ma visitare gli Stati Uniti significa anche confrontarsi con quel che era il “world before Columbus”, che non era poi così “crudele”, o così “piatto e oscuro” come nel famoso motivo di Suzanne Vega, che mi è peraltro oltremodo cara. Era il mondo degli indiani d’America, che l’Europa spazzò via quasi come neve al sole, un mondo di imperi (quello comanche), e di un’infinita varietà di culture e organizzazioni socio-politiche.

L’ambiente dei Pequot in quel che oggi è Connecticut. Foto di Elisa Bianco

Tra queste, nel Connecticut, i Pequot, che ebbero il destino tragico di scontrarsi con i colonizzatori inglesi in una lunga guerra che durò da inizio Seicento al 1638, quando con il trattato di Hartford i Pequot, che scelsero sciaguratamente come alleati gli olandesi, furono sconfitti e in un vero proprio moto genocidiario degli inglesi, condannati alla dispersione e perfino alla “damnatio nominis”, non avrebbero dovuto più essere chiamati “Pequot”, ma col nome delle tribù vicine e nemiche, che avevano invece scelto fortunosamente gli inglesi come alleati. Poi ebbero davvero vita difficile, rischiarono come moltissime altre etnie l’estinzione, vi furono “gli ultimi dei Pequot” quasi come l’ultimo – celeberrimo – dei Mohicani. Ebbero traversie immense a partire da poco prima della Guerra di secessione, le loro proprietà furono minacciate a partire da inizio Novecento fino al tentativo di totale annichilimento di una legge del 1953; ma poi – anche grazie a donne eccezionali – i Pequot risorsero, e ora sono (relativamente) risorti.

Il Museo Pequot. Foto di Elisa Bianco

Tutto questo e molto altro racconta un museo straordinario, il maggiore in tutti gli Usa tra quelli dedicati ai nativi americani. Il Pequot Museum di Mashantucket è un immenso edificio modernissimo di vetro acciaio e cemento, che si erge come una base lunare nel mezzo della campagna, e della riserva indiana dei Pequot, che hanno ottenuto un riconoscimento federale nel 1993, tale da farli trattare come una comunità ampiamente autonoma dotata di proprio autogoverno, e di proprie corti di giustizia con discreta giurisdizione. Sono quasi 15.000 metri quadrati coperti dedicati a mostre temporanee e permanenti sulla storia dei Pequot, a partire dal 20.000 a.C. , dall’era glaciale, in cui tale civiltà cominciò ad emergere in quella vasta distesa di ghiaccio che solo molto tempo dopo sarebbe diventato il New England. Una storia affascinante che intreccia la natura con la civiltà umana con mammut, castori grandi come orsi, e “lupi terribili” o “metalupi” (così in italiano i “dire wolves” preistorici, antenati del lupo grigio e non troppo dissimili da lui); e che viene restituita in modo grandioso, unico e indimenticabile nella ricostruzione di un intero villaggio Pequot, in modo straordinariamente realistico, con fiumi, alberi, falò, capanne, animali, canoe, bambini e donne a seno scoperto, allegramente intente a contribuire ad una vita agreste: prima cacciatori-raccoglitori, poi anche agricoltori, come mostra bene questo museo. Che è una gioia, ci piace immaginare, per i bambini, poiché non si estende solo nel vasto edificio, dotato anche di torre panoramica, ma anche in un bosco didattico circostante, pieno di insegne che raccontano di volpi rosse e grigie, di falchi, di alberi locali, di serpenti dal collare giallo, di tartarughe e moltissimi altri animali, piccoli e grandi, generalmente innocui.

L’attenzione didattica è sempre molto presente nei musei americani e il Pequot Museum non fa eccezione. Ma racconta anche, nelle sale iniziali, di come la riserva sia ora un luogo di fervente attività economica, sia per l’adiacente casinò – gigantesco, una micro-Las Vegas con tanto di ristoranti, shopping mall, annessi e connessi –, ma anche per una serie di iniziative compresa la creazione di una linea di traghetti tra New London e Long Island, ovvero New York. Insomma, gli indiani ora (e da tempo) sono in gran parte avviati verso un’integrazione progressiva e le “riserve” almeno qui non paiono essere ghetti, anzi. Ci accoglie una gentilissima Pequot dai tratti afroamericani, che ci invita a mettere uno spillino colorato sul nostro Paese di provenienza in un mappamondo di stoffa. Appuntiamo uno spillino giallo che è anche il primo sull’Italia (il che ci rende particolarmente orgogliosi).

Il complesso comprende anche una biblioteca con 10.000 volumi per i bambini, e 150.000 testi specialistici, nel Research Center, dedicati alla storia degli indiani d’America, che rimane di estremo fascino, ed anche ci sembra in gran parte inesplorata. Non sempre chi visita gli Usa riflette sul fatto che l’America è “europea” solo da tempi molto recenti, che quel “qualcosa” che c’era prima è di immensa portata e non può essere cancellato (per fortuna) né dalla realtà, né dalla storia. Il primo di libro di Charles C. Mann, “1491. New Revelations of the America beforre Columbus” è del 2006, se ne celebrano i 20 anni: poi Mann ha scritto anche un sequel, “1493”, di eguale interesse. Conviene rileggerlo, magari insieme ad opere di natura meno divulgativa, come il bellissimo libro “The Comanche Empire” di Pekka Hamalainen (2009), e, per la nostra storia, “The Pequot War” di Alfred Cave, che non ostante sia del 1996 è ancora insuperato, mentre il resoconto di prima mano di uno dei protagonisti di quelle guerre, Lion Gardiner, ufficiale e ingegnere inglese, è stato di recente ripubblicato (Porirua, 2024).

Stile di vita Pequot. Foto di Elisa Bianco

Certamente, uscendo dal museo, ci si domanda che cosa davvero resti delle cinquecento e passa “nazioni” indiane che popolavano questo subcontinente prima di Colombo. I 250 anni della Dichiarazione di indipendenza hanno portato a nuove ricerche, e soprattutto, a nuove riflessioni sul loro destino, un po’ come il 1992 ha portato a immensi passi avanti nel loro destino, ivi compreso questo museo che ha cominciato a venir concepito nel 1993. Se il museo offre una visione tutto sommato rosea e proiettata nel futuro, la realtà non indica la stessa cosa, almeno in numerose situazioni. In ogni caso, occorre lodare le amministrazioni di stato americane: valorizzano la loro storia in ogni modo, e cercano di fare un’opera capillare di divulgazione soprattutto tra i più giovani, investendo immensi capitali. Questo non stupisce nel Paese di gran lunga più ricco del mondo, ovviamente, ma rappresenta un modello per molti altri. In un Paese che sembra, da sempre, proiettato ciecamente verso il futuro, il passato è in realtà presente ovunque e in ogni modo, fosse pure il passato di rovine che osserva, trascinato dal vento della storia verso l’avvenire, l’Angelus Novus di Paul Klee che ha ispirato la filosofia della storia di Walter Benjamin. La schiena va verso il futuro, ma gli occhi sono puntati verso un passato che si amplifica sgretolandosi, vertiginosamente, o si sgretola amplificandosi, a seconda delle prospettive. L’America anche in questo caso è davvero un Giano bifronte, perché al contrario dell’angelo di Benjamin ha occhi anche sulla schiena, e guarda al contempo, attentamente, sia al passato, sia al futuro. Qui si nutre un rispetto verso la Storia – e, occorre dire, verso gli storici – che non sempre ritroviamo in Europa.

Torna in alto
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.