Natura sive Deus: Cristina Mittermeier a Vicenza

                                     A Martina

A Palazzo Leoni Montanari, nel cuore di Vicenza, Banca Intesa e Gallerie d’Italia, proiezione della prima, presentano una mostra meravigliosa: “Cristina Mittermeier. La grande saggezza”, visitabile fino al 6 aprile, e corredata da un catalogo ove le splendide foto (circa 70, in bianco e nero e a colori) sono riprodotte egregiamente, come consente la tecnologia di oggi. La fama di “Mitty”, come la chiamano gli amici e i milioni di fan, crescit eundo. Indubbiamente. Anche la sua idea di “Conservation Photography” ha fatto passi immensi.

Squalo alle Bahamas (particolare). Foto di P. L. Bernardini

Ora, molto casualmente, giunto da Padova, ho parcheggiato nei pressi del Conservatorio vicentino, e, al di là e al di qua del Bacchiglione, fiume così caro al Veneto e a me, sono stato accolto da un viatico semantico perfetto per giungere alle meraviglie ritratte da Mitty. A tacer d’altro, prima mi sono imbattuto nella lapide dedicata ad un vicentino illustrissimo, geografo e giramondo, Filippo Pigafetta, sepolto nel tempio di San Domenico, presso il Conservatorio; che nacque qualche anno dopo la morte del suo ben più noto parente, Antonio: colui che aveva narrato, tra i pochi superstiti, dell’avventura di Magellano. La quale, pur tragica nei suoi esiti immediati, per prima aveva insegnato al mondo che il mondo stesso è unito dal mare, e percorribile in una direzione o nell’altra. Rendendo la globalizzazione in corso già allora consapevole di sé stessa. Filippo Pigafetta non ha circumnavigato il globo come il suo più noto parente, ma ha girato in lungo e in largo Europa e Oriente, avventuriero, diplomatico, spia e curioso, perfetto prodotto del tardo Rinascimento: lo ricorda un libro di Andrea Savio, del 2020, ma molto ancora ci sarebbe da scrivere su di lui.

Poi, una brevissima passeggiata mi porta sulle rive del Bacchiglione. Superato il fiume sul ponte degli Angeli, mi accoglie il largo dedicato a “Volfango Goethe. Poeta”, e dunque un altro segno: il poeta-naturalista per eccellenza che avrebbe composto chissà quali carmi se gli fosse stato dato di viaggiare nel tempo e vedere le meraviglie del mondo fotografate da Mitty, o anche solo se avesse potuto viaggiare in quei luoghi estremi, che gli furono esclusi. Ma già tutto quel che il genio di Weimar scrisse sulla natura la dice abbastanza sul fascino che essa esercitò su di lui.

Nell’elegante, candido palazzo Leoni Montanari Mitty ci racconta una natura vivissima, spettacolare, estrema, per l’appunto, ma proprio per rendercela familiare. Prima di parlare delle immagini: già la sua biografia insegna molto.

Ad esempio, il fatto che il Messico non è quel paese di squallidi deserti, di templi abbandonati, di cartelli della droga e desesperados balordi, grifagni armati di machete, come è stato troppo spesso dipinto: è invece una terra in costante movimento e crescita, che ha anche università di eccellenza, come quella a Monterrey (ITESM) (non distante dal confine americano), che è città centro di arte e sapere e innovazione, ove Mitty si è formata in scienze marine; per poi studiare fotografia al Corcoran College a Washington d.C., e diventare la star che è ora. Se deprivato di tutto il catastrofismo di maniera, l’ecologismo – ma, diciamo meglio, l’ecologia – è parte dell’umano sapere, e sentire, e la parte più grande. Sentirci dentro la natura, sentire la natura come parte di noi, è qualcosa di …naturale, ma non è così scontato. Il poema sinfonico e trionfale (quasi da Ottorino Respighi) che Mitty scrive, di continuo, e aggiornandolo di continuo, ci mostra tutto quel che vi è di grandioso negli animali e nei popoli del mondo, nei loro volti, ma anche nella fisiognomica della natura, sia che si colga il lupo o la manta o l’orso nella loro solitudine, sia li si rappresenti in branco, nelle loro moltitudini. Non per nulla il National Geographic la vanta tra i suoi principali collaboratori. Le formazioni animali spesso seguono un ordine geometrico, ma spontaneo, e sovente si costituiscono quali frattali, idealmente riproducendo all’infinito le loro configurazioni, moltiplicandole.

E così si riflette, mentre ci si commuove, o ci si commuove, mentre si riflette. Il che poi è la stessa cosa. E anche gli aspetti “ideologici” vanno colti con attenzione. “Enoughness” – concetto chiave nella filosofia di Mitty – l’essere-sentirsi-bastanti, l’accontentarsi, forse, non è preludio a chissà quali “decrescite felici” auspicate da foschi personaggi solo interessati a crescere (infelicemente) loro stessi, a spese dei beoti di turno. È un concetto di autosufficienza che proviene dal mondo naturale, e che racchiude tutta la distanza tra l’organicità e la meccanicità. Un po’ come il concetto di “Illth” coniato da Dickens, o forse dal critico d’arte amante di Venezia John Ruskin (nel 1862). Non è un attacco al capitalismo, alla presunta “malattia” insita nella “ricchezza”, astrattamente: ma è una riflessione sulla dimensione che lega “spreco” e “lusso” in una sostanza unica, in un intreccio complesso dove l’uno dipende dall’altro, ma senza che nessuno dei due sia davvero negativo. (Detto in maniera filosofica: ma espresso invece in soldoni, lo spreco continuo di denaro pubblico è negativo, eccome: ma questo è un altro discorso).

Mitty ci conduce nel sublime naturale. I suoi lupi, i suoi ghiacciai, i poli opposti che si incontrano (qui fisicamente, nella stessa sala che ospita visioni di Artide e Antartide), gli abitanti della Groenlandia veri, che sono gli animali (una muta superba e silenziosa di cani da slitta), gli squali, le orche, le razze, le balene e i capodogli che emergono dall’acqua come sculture/fontane, in branco, gli iceberg, la sublimità dei fondali marini, e delle vette nordiche. E poi gli uomini, le donne, i bambini, i guerrieri e gli scolari, ritratti in modo diretto, nella loro bellezza di tratti, nella costante ricerca dell’invariante “umana” in una infinità di fisiognomiche.

La mostra si apre, quasi doverosamente, con un omaggio al Messico, una donna di etnia “mestizo”, ovvero una meticcia, nello stato di Oaxaca, nel sud del Messico, luogo di storie infinite, di intrecci culturali, etnici, religiosi unici. E di architetture meravigliose. E la meticcia sorridente ha il volto dipinto da Santa Muerte, questa “santa ibrida” figlia di strati secolari di sincretismo, non amata dalla Chiesa cattolica (talvolta viene raffigurata addirittura come incinta), ma ampiamente adorata, si sa, e riprodotta in monili, statuette, magliette, santa del merchandising prima che dell’Aldilà. Il Messico, uno stato federale come gli Stati Uniti d’America, andrebbe riscoperto e almeno una volta nella vita visitato. E poi dal Messico, come seconda immagine, si passa alla valle dell’Omo in Etiopia e alto Sudan – ben nota agli italiani per il discorso coloniale, che vide allora il macellaio Graziani tra gli altri compiere misfatti orrendi – con una fanciulla dai meravigliosi capelli e collana di piante e fiori, di etnia surma. I surma o suri sono un’etnia legata a culti ancestrali, alla pastorizia e al proprio corpo, che diviene nelle loro mani un oggetto d’arte. E si vede. Peraltro, i surma riescono a conciliare il consumo di proteine animali col rispetto per l’animale stesso: ne estraggono il sangue, per berlo: ma non uccidono i bovini. Tutto ciò avrà colpito di certo Mitty: e le sue immagini così perfette ovviamente invitano ad esplorare cosa vi sia dietro l’immagine stessa.

Come ho fatto io.

Alberi, foreste, ma soprattutto mari. L’attenzione per l’Oceano (il mare tutto che copre la terra), e i diversi oceani, è soverchiante. D’altra parte, ad essi la terra deve la vita, essi ne dominano il paesaggio, nella loro infinita estensione, nella loro tridimensionalità, poi, che non è propria della terraferma, se non occasionalmente. Non ci si può liberamente immergere nel sottosuolo. In genere, ci veniamo posti al termine della vita, da altri. Mitty subacquea provetta scrive: “Ad ogni immersione, vedo sempre più chiaramente come l’oceano regga l’equilibrio della vita.”

Poi alla fine – “la grande saggezza” del titolo della mostra – ecco la gigantesca bestia di terra che – come ben s’avvide per primo o tra i primi Plinio il Vecchio –, incarna la saggezza assoluta. L’elefante. Il miglior congedo possibile. Un’immagine dal Kenya, suo regno, purtroppo assai minacciato anch’esso. Grazie a Lauren Johnston, la curatrice della mostra, per questo viaggio emozionante.

L’ecologia è il racconto della nostra casa, che è la terra, prima di tutto. Una minuscola e imperfetta sfera cerulea.

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