Il cardinale Giambattista Spinola III: cultura, committenza e collezionismo nel primo Settecento

La storia religiosa della cultura italiana, tra XVII e XVIII secolo, non è solo qualcosa di erudito e per specialisti del settore, ma al contrario una realtà intellettuale dai mille collegamenti e rimandi. Né la si può liquidare, sbrigativamente, alla stregua di una mera estensione della politica teologica di stampo contro-riformistico e post-tridentino. Proprio tra Barocco e Lumi – anche quelli cattolici settecenteschi – a fronte della crisi della coscienza europea, in parte reagendo ad essa e in parte assorbendone motivi e ispirazione, il mondo cattolico italiano ripensò e se stesso e il proprio ruolo, sociale ed istituzionale, tra conservazione e riformismo, tradizione e novità. Notevolissima rimase poi la funzione storica di esso al servizio della produzione artistica – pittorica, scultorea ed architettonica – tra legami di patronage, reti sociali e spazi del sapere. Un protagonista da riscoprire di questi ultimi – un autentico gigante, entro le maglie del network accademico ed ecclesiastico, durante la prima metà del Settecento – fu il Cardinale genovese Giambattista Spinola III (1681-1752), al centro dello splendido e curatissimo libro pubblicato da Sara Garaventa, dal titolo Il Cardinale Giovanni Battista Spinola III (Genova 1681 – Albano Laziale 1752): committente e collezionista (Colomò Editore, 2026).

Spinola, esponente del patriziato colto e della cultura clericale ligure di antico regime, fu prima il cameriere segreto di Sua Santità (1707), poi governatore di Benevento (1712), relatore della Congregazione della Consulta e auditore del Camerlengo di Santa Romana Chiesa (1717). Nominato governatore di Rimini nel 1719, pertanto vice-legato pontificio a Ravenna, fu quindi chierico della Camera Apostolica nel 1722 e governatore di Castelnuovo l’anno dopo, prima infine di diventare Segretario della Congregazione della Consulta, nel 1724. Incarichi prestigiosi, tappe di una carriera illustre, stridenti almeno in parte con il fatto che Spinola prese gli ordini sacri solo a metà febbraio del 1728, conferitigli da Papa Benedetto XIII. Fu quest’ultimo a farlo governatore di Roma e Vice-camerlengo della Chiesa, lo stesso anno, alla fine di maggio. Il concistoro indetto da Clemente XII cinque anni più tardi lo creò cardinale e nel 1741 Spinola venne anche nominato prefetto della Congregazione dell’Immunità ecclesiastica. Nel 1742 si spostò a Santa Maria degli Angeli. Rimini – la Rimini di Davia e Bianchi, quindi del galileismo che guardava al retaggio linceo e rinascimentale, della nuova fisica e storia naturale – Ravenna, Roma e Genova furono i punti cardinali dell’operato di Spinola, i vertici del suo quadrilatero di relazioni, tanto ecclesiastiche, quanto culturali. Gran mecenate, dotto studioso, appassionato viaggiatore – negli anni in cui il Grand Tour andava codificando le proprie dinamiche, e dentro e fuori i confini italiani – Spinola, nel gennaio del 1746, entrò anche nel Collegio cardinalizio e fu un membro attivissimo della cerchia di papa Benedetto XIV (al secolo Prospero Lambertini), il pontefice che aprì la Chiesa romana ai fermenti dell’Illuminismo moderato e riformatore, vero e proprio punto di riferimento istituzionale, per i seguaci ed alfieri del cattolicesimo illuminato italiano a metà circa del secolo XVIII. Nondimeno – e nonostante una indubbia rilevanza, sul piano storiografico – la figura di Spinola, a parte il lemma treccaniano (vedi S. Tabacchi, Giovanni Battista Spinola, in Dizionario biografico degli Italiani, XCIII, 2018, ad vocem), non ha mai riscosso moltissima attenzione, da parte degli storici, salvo quelli del cristianesimo e della Chiesa. Un motivo in più per leggere con attenzione la bellissima monografia dedicata, al Cardinale, da Sara Garaventa, autrice di una analisi ad ampio raggio: una vera gemma, di storia sociale e culturale del collezionismo artistico e della committenza aristocratica, lungo l’asse, settecentesco, Genova-Roma. Il volume è documentatissimo, e la ricerca basata, come sempre dovrebbe essere, su fonti d’archivio dalla grande e purtroppo oggi dimenticata importanza. Contestualizzando il personaggio – un attore storico-sociale di primaria levatura, sul piano sia intellettuale, sia religioso – Garaventa ci restituisce un mondo di marcata ed affascinante complessità storica, tracciando un dettagliato profilo del protagonista, delle sue committenze (Spinola fu, in particolare, protettore dello scultore Francesco Queirolo), nonché delle sue vaste raccolte: porcellane, quadrerie, argenti,, gemme ed altro.

Spinola III fu fulcro di un’ampia rete sociale, tra palazzi e benefici ecclesiastici, in Corsica, Piemonte e Ponente Ligure. I suoi agenti furono intermediari culturali, attivi principalmente nella galassia delle opere d’arte. Ricostruendo, con fine metodologia storica, un uomo e il suo mondo, Garaventa illustra ed illumina da vicino – indagando anche il lascito Spinola, e le sue donazioni di suppellettili sacre, senza dimenticare di investigare altresì l’asse ereditario privato – un contesto di immagini e documenti, manoscritti e testi a stampa, trascrivendo oltre quaranta documenti manoscritti inediti. Ne emerge, così, il ritratto di un Cardinale e del suo universo di relazioni: un autentico spaccato di storia socio-culturale delle pratiche collezionistiche, nel secolo dei Lumi. Membro di un illustre casato genovese, Spinola III fu un esponente di spicco del gusto antiquario ed estetico nella Roma primo-settecentesca, protagonista di primo piano nel panorama politico-religioso dell’epoca. Simbolo di una committenza nobiliare, dotta e clericale, Spinola ebbe rapporti con i milieux liguri (Doria e Durazzo) ed emiliani (il Cardinale Silvio Valenti Gonzaga tra gli altri). Grande filantropo e benefattore, Spinola III fu anche amico del Celesia, il massimo illuminista e diplomatico del ‘700 genovese, insieme a Lomellini e Ageno. Le sue relazioni di carattere cardinalizio inclusero Milano, Ferrara, Bologna, Venezia, Lione, Madrid, e Vienna: un vivo e oltremodo dinamico entourage, che rende materialmente giustizia alla vivacità ed estensione della Repubblica delle Lettere di allora. Spinola fu, infatti, in rapporti con diplomatici e mercanti d’arte, savants e agenti librari. Collezionò stoffe pregiate, ceramiche, arazzi e stucchi, ma anche strumenti scientifici e orologi, sensibile verso quanto in quel periodo giungeva altresì dall’universo delle nuove tecniche. Al riguardo, è da sottolineare il legame degli Spinola – anche dell’omonimo Giambattista II (1646-1719) – a Roma, con l’erudito e viaggiatore veronese Francesco Bianchini (1662-1729). Dire Bianchini è dire – infatti – newtonianesimo, nuova scienza sperimentale, Royal Society, Illuminismo britannico, Oxford: antiquario e archeologo, meccanicista e astronomo, Bianchini fu nei primi tre decenni del Settecento la punta di diamante della cultura cattolica italiana, con epicentro nella Città eterna. Dire Bianchini è dire Europa: lo scaligero, passando per le Province Unite, fu nel gennaio 1713 a Londra, ricevuto con onore da Newton, e accolto tra le fila dell’accademismo scientifico inglese. Al rientro in Italia, Bianchini fu il primo diffusore nostrano della nuova meccanica gravitazione e, soprattutto, dell’ottica geometrica newtoniana, esposta matematicamente nelle storiche pagine dell’Optice (1706). Figura chiave nei rapporti e scientifici e istituzionali tra Roma ed il Nord Europa, Bianchini aprì la cultura e la scienza italiane alle innovazioni scientifiche provenienti da oltre i monti, contribuendo, come pochissimi altri – Galiani, tra Roma, Firenze e Napoli – a svecchiare i quadri culturali della penisola (S. Rotta, Francesco Bianchini, in Dizionario biografico degli Italiani, X, 1968, ad vocem). Un respiro europeo, da rimarcare.

Bianchini incrociò, a Roma, tanto Spinola II quanto Spinola III. Con il primo strinse un sodalizio, fondamentale ed innovativo, proteggendo e salvaguardando le antichità romane e i reperti, archeologici ed antiquari. Il loro patrono era, ovviamente, Clemente XI, e Bianchini collaborò con l’ufficio del Camerlengo, a stretto contatto con gli Spinola, applicando nuove norme legislative a tutela degli scavi, per contrastare la dispersione dei beni archeologici e museali, romani e laziali. Nella geografia dell’Europa meridionale e latina, gli Spinola e Bianchini diedero concreto spessore, figli della stessa temperie, a una sensibilità culturale che trasformò l’antiquaria barocca in moderne pratiche di conservazione.

Spinola seppe costruire, attorno a sé, nel mondo romano settecentesco, un circuito di conoscenze notevole ed allargato. Interloquì, amante degli apparati iconografici, con pittori ed intenditori d’arte, fra tardo Barocco e soprattutto Classicismo del nuovo secolo, evidente nella raccolta spinoliana di soggetti religiosi, paesaggi, vedute e ritratti. Furono proprio le opere d’arte a scandire le tappe della carriera del Cardinale di origini genovesi. Una vita, la sua, per la fede e la cultura. Due valori, oggi, diventati merce rara.

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