Spesso, specie nella letteratura manualistica ad uso scolastico (ma non solo), si parla ancora di un XVIII secolo la cui cultura storiografica avrebbe ‘dimenticato’ o comunque sottovalutato l’età antica, in favore di quella della ragione. Nulla di più falso. La cultura dei Lumi vide davvero rinascere, sulla base di nuove fondamenta, la storiografia barocca (francese e italiana in primis), reimpostata su nuovi criteri metodologici e nella pressoché costante riscoperta di antichità e Medioevo. Specie i tempi più remoti si riaffacciarono alla mente degli storici settecenteschi (non solo in Scozia), ed anche alla mitologia venne dato ampio risalto. Il precedente illustre in fondo non mancava: il Rinascimento del XVI secolo, infatti, aveva come noto riportato in auge la classicità greco-latina ed in generale il mondo antico. Basti pensare in questa sede solo al mitografo emiliano Vincenzo Cartari (1531-1590), al servizio del Duca Alfonso II d’Este e dei Cardinali Ippolito e Luigi II, presso le corti di Ferrara, Venezia, Fontainebleau, Tivoli e Bruxelles, autore de Le imagini de i Dei de gli Antichi, opera pionieristica, stampata a Venezia, presso Vincenzo Valgrisi nel 1556, e riedita poi ampliata nel 1571, base ancora per l’Italia sacra (1642) scritta dal monaco e biografo fiorentino Ferdinando Ughelli, ripubblicata a Venezia, dal tipografo e libraio Sebastiano Coleti (editore altresì di libri scientifico-naturalistici vallisneriani), nel 1717.
Prima ancora, il lombardo Andrea Alciati (1492-1550) – giurista del Ducato di Milano, mercante, ambasciatore a Venezia, tacitista, gran viaggiatore (fu a Bologna, Strasburgo, Ferrara, Lione, Basilea e presso le maggiori città olandesi, per concludere la propria esistenza cosmopolita all’Università di Pavia – aveva pubblicato, ad Augusta, nel 1531, gli Emblemata, vasta dissertazione, dalla sconfinata erudizione accademica, ricca di preziose xilografie e primo grande trattato italiano, circa la mitologia degli antichi. Il libro, iniziatore della tradizione emblematica, fu tra i testi ispiratori della Iconologia (1593, ristampata, in versione estesa, nel 1604) dello storico ed antichista perugino Cesare Ripa (1555-1622) – protetto, in Roma, dal Cardinale Salviati e da Papa Clemente VIII – in rapporto con la poco nota Accademia degli Insensati. Nella sua Iconologia, Ripa passava in rassegna figure geroglifiche, storia antica e tradizione mitologica: libro poi amatissimo nel Seicento da padre Kircher (per gli studi egittologici) e, nel Settecento, fra gli altri, dal newtoniano Algarotti e dal tedesco Winckelmann (il padre dell’estetica del classicismo, di mestiere bibliotecario e archeologo).
Il Settecento illuministico vide soprattutto nel Regno Unito degli Hannover un rinascere di interessi per la storia e la mitologia antiche, in particolare delle Isole britanniche, e del loro passato celtico-druidico, ad opera di storici e di antiquari afferenti, per lo più, al mondo della Massoneria newtoniana e whig di epoca georgiana. Ricordiamo, in merito, almeno William Stukeley (1687-1765), medico e presbitero, primo biografo di Newton ed autore di rilevamenti archeologici dal grande valore scientifico nei siti megalitici e presso i monumenti preistorici di Stonehenge ad Avebury, nel Wiltshire. Illuminista anglicano e fautore della teologia naturale (di Boyle e dello stesso Newton), spirito latitudinario, massone di rango (esponente, tra i Figli della Vedova, dello stesso scozzesismo newtoniano del pastore Anderson a Londra), Stukeley restituì ai Druidi e al mondo delle antichità pagane anglo-britanniche le vere radici e origini dei cerchi di pietre di Stonehenge, smontando, una volta per tutte, in termini scientifici, la leggenda che li voleva resti romani: leggenda che era stata costruita, ad arte, e diffusa, dall’architetto di Re Giacomo I, Inigo Jones, ad inizio Seicento, attraverso la pubblicazione di opere tra cui Vitruvian Stonehenge (1620, ispirata da Palladio) e la postuma Antiquity of Great Britain (1655), già discusse, tra XVII e XVIII secolo, da John Wood, in A Vindication of Stonehenge (1665), e poi in Stonehenge on Salisbury Plain, lettissima da storici ed archeologi nel secolo dei Lumi e ristampata a Oxford ancora nel 1747.
Il tema delle remote ascendenze celtiche, dell’Inghilterra e dell’Irlanda, incontrò largo interesse e favore in Gran Bretagna nel primo ‘700: lo provano diverse opere oggi purtroppo ingiustamente dimenticate e note solo agli specialisti, come la History of the Druids (riedita ancora, a Montrose, da Watt, nel 1814) di Desmaizeaux e Toland (proprio lui, il maggiore dei deisti britannici: illuminista radicale, panteista spinoziano, agente di Eugenio di Savoia, biografo di Milton, repubblicano filo-olandese, massone che tra i primi importò nel microcosmo latomistico echi del neo-paganesimo bruniano e miti egizi).
Altri importanti e preziosi libri su preistoria, etnologia, credenze religiose e antica mitologia delle terre inglesi, furono le Athenae Britannicae (1716) del dotto antropologo e archeologo Myles Davis, gli scritti di William Duncan (1717-1760) – traduttore inoltre delle orazioni ciceroniane in inglese (1756) – ed i volumi eruditi del filologo e paleografo scozzese Thomas Blackwell (nato ad Aberdeen nel 1701, e morto prematuramente ad Edimburgo nel 1757). Quest’ultimo diede alle stampe uno studio sulla vita di Omero (1735), la Letter Concerning Mythology (1748), ed i Memoirs in tre tomi (1753-1763). Da parte sua, il massone newtoniano Martin Folkes (1690-1754), confratello di Loggia di Stukeley, giunse alla storia delle antichità britanniche proprio grazie alla militanza massonica. Antiquario, numismatico, astronomo e matematico di vaglia (fu presidente della Royal Society dal 1741 al 1752), dopo avere studiato a Westminster e a Cambridge divenne seguace della scienza di Newton e Sloane, prima di viaggiare in Italia (1733), e di venire ammesso tra le fila della parigina Royale Académie des Sciences (1742). Il gusto per la ricerca antiquaria di Folkes riecheggiava ed aggiornava quello tardo-seicentesco di Aubrey e soprattutto del presbitero scozzese Robert Kirk (1644-1692), attento studioso del folclore irlandese ed autore del Secret Commonwealth of Elves, Fauns and Fairies (1691): un’ardita speculazione esoterica e occulta su magia, spiriti e regni fatati del Piccolo Popolo, la cui tradizione era ancora vivissima, presso le Highlands scozzesi e le verdi terre irlandesi, nel tramonto del secolo XVII, base del neo-druidismo.
Altro erudito e storico inglese dell’antico passato britannico fu il classicista John Hudson (1662-1719), fra l’altro tra coloro che convinsero Newton ad aggregare Muratori alla Royal Society. Alle sue spalle stava, naturalmente, la grande tradizione risalente alla Britannia dell’antiquario e topografo elisabettiano William Camden (1551-1623). Formatosi a Oxford (al Magdalen College e al Christ Church), amico e sodale di Sidney e Holland, Camden fu seguace nelle scienze geografiche di Ortelio, nonché il successore di Leland e Lambarde. Studioso delle antiche tradizioni gallesi e dell’Old English, storico e genealogista, insieme, Camden fu membro illustre della Repubblica delle Lettere. Viaggiò a lungo: nei Paesi Bassi ed a Francoforte, qui in contatto con stampatori di opere cartografiche, tra cui Janssonius e Blaeu. Protégé del Barone Burghley e di Fortescue of Selden, nonché dei Conti di Essex, divenne noto per i suoi Annales Rerum Anglicarum et Hibernicarum (apparsi in più edizioni tra 1615 e 1675, tradotti in inglese da Thomas Browne, nel 1629), per i Remains Concerning Britain (1636-1674), pieni di studi su tombe monumentali ed epiraffi della Abbazia di Westminster, e basati, anche, sugli Ancient Funerall Monuments di Weever (1606) e per il libro sulle azioni dei Gesuiti nell’Anglia superiore (1607). Arrivò nel Kent nel 1609 e vi fece studi storico-etnografici. A Oxford, fu quindi tra i primi raccoglitori dei materiali librari poi confluiti nella Biblioteca Cottoniana, animatore di un circolo accademico che includeva numerosi intellettuali di primo piano: Greville, Spenser, Stow, oltre a Lord Burghley, al matematico e astrologo John Dee, al commediografo Ben Jonson e al magistrato e storico francese Jacques de Thou (latinista e tra i più grandi bibliotecari rinascimentali, in contatto con gli ambienti inglesi per le sue ricerche sul mondo protestante nordico, verso il quale aveva una simpatia che non sfuggì all’Inquisizione spagnola d’allora, causandogli problemi censori con l’Index Librorum prohibitorum romano).

Il capolavoro di Camden resta Britannia, rivista dal medico e traduttore inglese (di Livio, Plinio e Plutarco) Philemon Holland nel 1610: versione stampata nel 1637. Il libro, uno studio corografico sulla Britannia romana dei secoli I-V, ebbe moltissime edizioni, tra XVII e XVIII secolo (nel 1695, nel 1722, 1753 e 1772, via via ampliate). Libro autorevolissimo, per gli studi antiquari e mitologico-religiosi, fu, dagli storiografi dell’Illuminismo inglese, letto, apprezzato e utilizzato specie nella stampa del 1701.

Davide Arecco è Ricercatore e docente di Storia della
scienza e della tecnica presso l’Università degli Studi di Genova. Ha al
suo attivo numerosissime pubblicazioni e si occupa, in prevalenza, di
storia della cultura medievale e moderna, in Europa e nei contesti
atlantici, da un punto di vista geografico-spaziale e
socio-intellettuale, con particolare attenzione verso la vita di eruditi
ed accademici e il nesso storico esplorazioni-cartografia-arche

