Si è conclusa a Rovereto il primo marzo 2026 la prima grande monografica dedicata ad Eugene Berman, dal 1972, anno in cui questo straordinario talento (talento, o genio? Difficile dirlo, né a noi spetta farlo) si spense a Roma, sua residenza dal 1958. “Modern Classic”. Era stata preceduta da una mostra di minori dimensioni ma non meno intrigante, “Passeggiate immaginarie. La collezione rivelata e l’opera riscoperta di Eugene Berman (1899 – 1972)”, presso il Museo archeologico nazionale dell’Agro Falisco e Forte Sangallo di Civita Castellana, che illustrava anche (come del resto vien fatto anche a Rovereto), la sua straordinaria collezione di antichità e oggetti esotici e di arte “primitiva”, di cui diremo oltre. Molto vi sarebbe da dire sulla figura, e sulla costellazione di critici d’arte che la vanno riscoprendo, e innanzi tutto occorre ricordare Monica Cardarelli, studiosa profonda di Alberto Martini, gallerista di fama internazionale (ha aperto alcuni anni fa nel cuore di Londra la “Laocoon Gallery”, estensione della sua prima galleria italiana) che tra l’altro più di recente si è occupata di un altro genio (parzialmente) dimenticato, romano e ceramista straordinario, Andrea Spadini, ed anche della squisita Marisa Mori, entrambi protagonisti (non troppo noti, ma certo più di Berman) del Novecento artistico italiano. Non stupisce dunque che lo stesso Vittorio Sgarbi sia stato tra i promotori, con Elisabetta Scungio, di questa splendida mostra roveretana. Riporterà questo russo visionario, nato nel 1799 a San Pietroburgo, vissuto a Parigi e a New York, viaggiatore appassionato in Messico, “neo-classico”, ma anche “neo-romantico”, non certo recintabile in una scuola (anche se si può ben farlo, come per tutti gli eredi del “periodo blu” picassiano variamente interpretato), all’attenzione artistica, critica, e del pubblico? Gli si dedicherà una voce su wikipedia non come quella attuale, che lo liquida frettolosamente insieme al fratello Leonid, altro notevolissimo artista, e lo relega al suo ruolo di scenografo teatrale? Fu amico di Stravinsky, con cui collaborò in magnifiche, festose imprese teatrali in America, fu poliedrico nel senso più pieno della parola, dalle “molte facce” facce che a Rovereto (ma già a Civita Castellana, naturalmente) sono state ampiamente rivelate (con tanto che crediamo resti ancora da dire).
Vedere Berman e rileggere la sua vicenda – di fuga dalla Rivoluzione d’Ottobre, e senza ritorno, avendo lasciato San Pietroburgo dopo averne assimilato, col latte materno, il neoclassico palladiano di Quarenghi e di Rastelli filtrato poi da Canaletto e Guardi (San Pietroburgo riproduce Venezia, come la Londra di Canaletto, per l’appunto, traversate solennemente da fiumi che sono un Canal Grande riprodotto) (per citare la Cardarelli, che ben se ne avvide) – significa porsi una domanda che va al di là del personaggio. Questa. Possiamo pensare ad artisti senza scuola, senza appartenenza, trionfalmente liberi di seguire di volta in volta la propria ispirazione, padroni del mezzo artistico e pervasi di un amore non solo per il bello, ma per l’umano e il sovrumano, e magari in grado di muoversi liberamente sia per il mondo, sia nelle tecniche artistiche, dalla scenografia all’olio, dal disegno ad ogni sorta di invenzione? Ebbene sì. Berman lo conferma, sa cogliere le bellezze d’Italia – il suo Paese d’elezione, ove sceglie di passare, a Roma, gli ultimi tre lustri di vita – ma anche la sacra malinconia del Messico, luogo d’eccezione per l’ispirazione delle anime sensibili europee (si pensi ad Emilio Cecchi), che Berman intuisce e descrive nella sua canicolare pietas, nei suoi cieli di un azzurro stralunato, subtropicale, eccessivo. Nelle sue povere figurine di poveri, quasi alla Pratolini, ma proiettati sotto cieli esotici, si rivela tutta la sua umanità, la sua partecipazione, che si nota in ogni opera, alle umani sorti, nel bene, nel male.

Berman eclettico, dunque, che si misura anche con E. A. Poe (e mirabile, nel suo profluvio di sangue, una sua illustrazione per “La maschera della morte rossa” (del 1946, in clima post-bellico, ancora sanguinario assai), e poi col Grand Tour italiano nel celebre libro voluto da Piero Fornasetti, con una mirabile prefazione di Raffaele Carrieri: «Mi piace immaginare che il primo viaggio in Italia di Eugenio Berman – scrive Carrieri nella prefazione al breve volume — come quello di Poussin di Callot e di Claude Gellée sia avvenuto nel XVII secolo. Veniva da Pietroburgo e aveva attraversato Germania e Francia con il suo berretto di pelliccia e il sacco pieno di trattati: Vitruvio, Serlio, Pacioli, Leon Battista Alberti. Di Palladio conosceva tutto.» Una gemma per bibliofili, ora, quel libro, di cui vennero stampati, sul tradizionale torchio a mano, duecento esemplari numerati (e non tutti firmati), utilizzando una carta di prestigio, delle Papeteries de Rives, con l’accortezza (e onestà) di distruggere le pietre litografiche dopo la pubblicazione. Napoli, Ischia, Venezia, Roma, e molto altro ritratto in modo da coglierne l’anima, e la storia, con un singolo tratto, con una veduta sola. Magistrale. Ben prima del suo definitivo trasloco romano, Berman aveva viaggiato in lungo e in largo nel nostro Paese.
Berman artista e Berman collezionista – oltre tremila pezzi di antichità italiche ma anche egizie, africane, di tutto il mondo o quasi – lo hanno reso per decenni un artista (e raccoglitore di antichità) sepolto (letteralmente): nell’antico, famigerato carcere pontificio di Civita Castellana, nelle sue vaste segrete, la collezione Berman giace ancora, a quanto sembra, e vi giacevano anche quasi sessanta dipinti, centinaia di disegni, album ed altro materiale. Come scrivere la Cardarelli, «Berman è stato l’ultimo poeta delle nostre gloriose rovine, nelle quali ha profeticamente intravisto quelle moderne che vennero con la guerra, cantandone, con penna e pennello lo struggente senso di bellezza perduta o ancora, inaspettatamente, conservata sottoterra, in attesa di una vanga che la riporti alla luce.». Siamo dunque di fronte a quel che nei decenni scorsi si diceva “giacimento culturale”, ma nel senso letterale del termine. I frammenti diseppelliti e collezionati sono ritornati alla terra da cui vennero tirati fuori (ma non è una bella cosa). Speriamo che tutto il gran lavoro della Cardarelli e questa mostra roveretana – il cui catalogo edito da Silvana è veramente un’enciclopedia su Berman, con contributi da parte di studiosi eccellenti (Peter Benson Miller tra gli altri) e sui più vari aspetti della sua produzione – contribuisca all’allestimento di una permanente, in un grande spazio che accolga sia l’opera di Berman, sia le sue collezioni, poiché l’una è organica alle altre, non si possono pensare forse come scisse.
Berman fu artista globale. Portò la passione irruenta delle sue origini russe a Parigi, a New York, in giro per il mondo, per farla finalmente approdare a Roma, che, non per nulla, “caput mundi” è detta. Fu visionario, si pensi solo alla trasposizione del Flatiron di New York nella Roma degli anni Cinquanta: “Il grande palazzo d’angolo” al tramonto, del 1958 – anno del suo trasferimento definitivo proprio nell’Urbe – testimonia quasi un rito di passaggio, oltre che un passaggio personale, esistenziale, di primaria rilevanza: scegliere di trascorrere gli ultimi anni di vita propria a Roma. “L’apoteosi di Lorenzo Bernini” è del 1940, sembra già prefigurare questa estrema migrazione, questa scelta finale.
Significativo, finalmente, che questa mostra si sia chiusa nel primo centenario della celebre mostra parigina dedicata, alla Gallerie Drouet, ai “neoromantici”. Una compagnia, peraltro, assai eterogenea – ognuno prese poi una strada diversa, a ben vedere – che comprendeva, oltre allo stesso Berman, Christian Bérard, Pavel Tchelitchew, Kristians Tonny, e Thérese Debains – affratellati tutti da Waldemar George, critico geniale e autorevole, in una categoria che forse solo per un periodo sarà la loro. In realtà seguivano piste diverse, i fiori e i delicati, impressionisti paesaggi bretoni della Debains Tonny, olandese giunto a Parigi nel 1913, qualche anno prima di Berman, era un surrealista. E il surrealismo è abbondantemente presente anche in Berman, spesso De Chirico o Dalì fanno capolino, ma quasi ironicamente, quasi come una semplice doverosa citazione, nelle sue opere. Bérard aveva poco di neoromantico: era un illustratore vivacissimo, scenografo, illustratore di moda, parigino di nascita, amante di Boris Kochno, che già era stato amante di Cole Porter.
Berman, ci pare, non ebbe in vita ma neppure per lungo tempo dopo la morte la posizione che gli spetta nel panorama storico-artistico. I lavori della Cardarelli, le due mostre citate, e diverso altro hanno contribuito, finalmente (meglio tardi che mai) a collocarlo nella posizione che gli spetta, in quel crogiuolo virtualmente infinito che è l’arte novecentesca. Ancora molto – soprattutto per la sua inestimabile collezione – resta da fare.

