Nella parte bassa di Bergamo alta, a fianco di un comodissimo parcheggio, vi è l’ex-convento di San Francesco, ora complesso museale. Qui tra le installazioni permanenti, tra cui un’interessantissima ed eloquente storia di Bergamo e provincia nel Novecento – con dati però che dovrebbero essere aggiornati: e soprattutto quelli sul tasso di fertilità, in costante calo da metà Novecento, ci darebbero non graditi riscontri – sono ospitate 140 fotografie in bianco e nero, provenienti dalla collezione acquisite dal museo di Eugenio Goglio, fino al 14 luglio. Goglio (1865-1926) fu il primo fotografo della sua terra amatissima, la Valle Brembana. Poiché sono ormai abitante di una valle limitrofa, la Valle Parina, nell’ameno comune dal lirico nome di Oltre il Colle, non posso che interessarmi alle vicende di questi luoghi, che si stanno spopolando, non ostante siano così belli, con le Alpi e Prealpi orobiche che sono un ambiente naturale non solo suggestivo, ma ricco di varietà rare, e sentieri e percorsi ardui per passeggiate, e, rispettivamente, escursioni assai impegnative.

Ci volle molto tempo perché quest’artigiano della pellicola, questo fotografo inizialmente ambulante che si portava in giro per la valle e le valli bergamasche i suoi strumenti con la stessa cura e lo stesso senso della fatica e del lavoro dell’arrotino o del farmacista, non curandosi se la fotografia fosse “arte” o “scienza” – come invece si chiedeva Carlo Brogi certo però di una cosa, e siamo nel 1895: che non si potrebbe “rinunziare alla fotografia”, come non si rinunzia agli altri “portati del progresso”, quali il “vapore”, e il “telegrafo” – venisse riscoperto nello splendido, unico valore non solo estetico, ma documentario del suo lavoro: un tesoro per storici sociali ed etnografici, storici economici e storici della società. Un patrimonio inestimabile, che questa mostra in parte valorizza. Sia lode dunque ai curatori, Roberta Frigeni, Nicholas Fiorina e Daniela Pacchiana del Museo delle Storie di Bergamo, e da chi l’ha resa materialmente possibile, SIAD Fondazione Sestini, con il contributo della Provincia di Bergamo e quello il Consorzio del Bacino Imbrifero Montano del Lago di Como e fiumi Brembo e Serio, questi due nobilissimi corsi d’acqua lombardi che hanno reso possibile, in ultimo, il mirabile sviluppo industriale del territorio, che lo qualifica tuttora.
Storia sociale del territorio
Goglio venne riscoperto con il sorgere, in Italia, della storia sociale ed economica del territorio, sul modello microstorico, e ciò avvenne in coincidenza con i cinquant’anni della morte dell’artista. Siamo dunque nel 1976 quando Goglio entra tra i protagonisti di una singolare mostra itinerante, sia visiva sia canora, della cultura contadina e comunque delle campagne, colta nel suo transito, non indolore, anzi, in quella industriale: curata da Lilli Dalle Nogare, Enzo Minervini e Franco Malaguti, “Dai campi alle officine” comprendeva anche un catalogo, oggi quasi introvabile, ed era stata promossa dalla Regione Lombardia. Comprendeva, insieme a Goglio, Ernesto Fazioli, Arno Hammacher, Simone Magnolini, Pierluigi Navoni e Ferdinando Scianna. Un gotha, davvero, per quel che riguarda la fotografia documentaria, strumento fondamentale per gli storici. In seguito, vi furono altre pubblicazioni, purtroppo di non facile reperibilità – nessuna di esse era in vendita nella mostra bergamasca che ho appena visitato, priva di un catalogo proprio. Nel 1979 Eugenio Guglielmi e una discendente del fotografo – che buon figlio dei tempi della fertilità non solo d’ingegno, ebbe, da due mogli diverse, ben undici figli – Dolores Oldrati, pubblicarono presso Longanesi Una valle e il suo popolo, tutto dedicato ad Eugenio.
Poi, dopo l’acquisizione delle lastre, vi sono state almeno altre due pubblicazioni di rilievo. Una, nel 2006, Il volto e l’anima, a cura di Roberto Belotti, patrocinata dalla Provincia di Bergamo. E poi nel 2009, sempre da parte di Belotti, con Giacomo Calvi e Silvana Milesi, Eugenio Goglio. Fotografo, intagliatore, scultore, pittore. Lo sguardo acuto della fotografia. I volti e la storia dell’Alta Valle Brembana fra ‘800 e ‘900 (Corponove). Non sappiamo se sia in corso un progetto di digitalizzazione delle migliaia di lastre ora in possesso della Fondazione Sestini; sarebbe impresa fondamentale per lo studio della storia della Valle Brembana, una valle imponente nella sua lunghezza, 60 chilometri, e per la sua importanza economica e geografica: la Valtellina con cui si congiunge è il doppio esatto, e nel loro intersecarsi si disegna un intero territorio, fondamentale non solo per la Lombardia; e carico tanto di storia, quanto di ricchezza naturale.

Paesaggi
Questa mostra è un meraviglioso itinerario tra paesaggi ancora non industriali, almeno non del tutto, ma prontissimi a diventare tali; Zogno e i suoi ponti, Piazza Brembana, Valtorta, il fiume, anzi i fiumi e i monti, incerti tra futuro nella modernità e solido ancoraggio alle tradizioni alpine e di campagna. Ma quel che sorprende sono le persone, queste figurine umili che la fotografia rendeva partecipi di un privilegio fino ad allora appartenuto alla nobiltà e all’alta borghesia, quello di avere un ritratto. Per molteplici funzioni, ricordi personali, unico ricordo spesso degli infanti morti in culla, quando ancora la mortalità era intensa tanto quanto la fertilità: quest’ultima doveva compensare la prima. Volti di donne – le “regiùre” – che “reggevano”, per l’appunto, il fuoco familiare quando i mariti erano in guerra – come accadde ampiamente con la Prima Guerra mondiale – oppure quando migravano: donne tenaci, magre, secche e determinate, dai volti tutt’altro che languidi, dalle membra ispessite dal duro lavoro quotidiano. Splendide le foto che ci dicono tutta l’emozione nel leggere una lettera, che non sappiamo se provenisse dal fronte o da quel “fronte” molto particolare che era, per i migranti, la terra straniera. Ritratti di gruppi, di carabinieri fierissimi del loro ruolo, centrale nei paesi, anche se spesso essi stessi non vi appartenevano per provenienza; di famiglie borghesi con cani esotici; di persone del popolo quasi in imbarazzo per ricevere cotale onore, inaspettato: non sanno davvero come comportarsi davanti alla camera. E lo si capisce bene, le foto “mosse” non mancano, l’emozione doveva essere notevole.
Verità nella fotografia
Goglio documenta povertà e dignità, la durezza della vita contadina, l’avanzare della modernità, il grande decoro di tutti coloro che immortalava – letteralmente, rendeva immortali in questo mondo – e per noi, storici e spettatori, grazie a lui lo sono diventati davvero. Una società complessa, si vede, attenta a non dimenticare le proprie radici, affinata, nei secoli, nelle arti che la nobilitano tuttora: da quella casearia a quella edilizia. Goglio è un artigiano della camera, non deve inventare o abbellire nulla, semplicemente ritrae una varietà umana singolare, febbrile, vivissima. E coglie ogni tanto, con leggero compiacimento, anche la bellezza, sia muliebre – in volti dolcissimi e intensi – sia maschile, in soggetti che esibiscono volentieri la loro perfetta struttura, scheletrica e muscolare. Ne viene fuori il ritratto di una “civiltà del lavoro”, anche quando ben un quarto della popolazione della valle, ad inizio Novecento, è emigrato; talora vicino, in Svizzera, ma in alcuni casi anche nelle Americhe. Guerra, emigrazione, malattie non fermano l’operosità della valle. Il “sogno brembano” di cui parla il massimo esperto di storia economica (e non solo economica) del territorio, Giuseppe Pesenti, dai formaggi alle acque minerali, Bracca, San Pellegrino, alle cartiere e tante altre manifatture. Con la ciliegia sulla torta del turismo, ancora poco sviluppato – ma non assente – ai tempi di Goglio. Come è stato notato (da Alfonso Modonesi) Goglio merita un posto vicino ai grandi cantori – con lo strumento fotografico – della montagna, e non solo di quella: Vittorio Sella, e il conte Giuseppe Napoleone Primoli, romano, che si spense l’anno dopo di Goglio, nel 1927; nonché il cugino di quest’ultimo, Don Placido Gabrielli.

In epoca di “selfie” selvaggi e incontrollati, guardare con attenzione a queste fotografie magistrali ci riporta all’epoca in cui uno scatto aveva un peso enorme, era calibrato e soppesato come fosse uno dei due colpi della doppietta, per un cacciatore. Vi è una solennità intrinseca in ogni posa, e la consapevolezza, in parte almeno, di consegnare anche la propria immagine (con poche altre cose) alla Storia, cui volentieri alla fine ci si abbandona. Studiare gli sguardi e le espressioni dei soggetti è entrare in mondo di mentalità, sentimenti, attitudini, e atteggiamenti, solo parzialmente coincidenti con i nostri. Mentre anche i paesaggi brembani colti da Goglio sono mutati moltissimo, rimanendo però gli stessi negli assi portanti: nell’anima, in fondo. Come Zogno, che attraverso così spesso, moderna, ma con un cuore antico; e come il fiume Brembo, fomite di vitale energia da sempre.
Un viaggio in un passato triste e vitalissimo ad un tempo, sereno e tormentato.
Lontanissimo, eppur vicino.

