Il 2025 ha visto una bella retrospettiva dedicata a Leonor Fini, “Io sono Leonor Fini”, tenutasi al Palazzo Reale di Milano dal 26 febbraio al 20 luglio. L’ultima di diverse mostre recenti. Il suo ricco catalogo è anche la migliore introduzione, al momento, all’opera di quest’artista estrosa, irriverente, perpetuamente sedotta dai generi pittorici e artistici – e soprattutto sessuali –; mutevoli, ben prima che ciò divenisse una moda, e dunque perdesse ogni forma di attrattività, per scadere nel banale e nel fastidioso. “La guardiana dei misteri” – giusto il titolo del saggio di T. Arcq e S. Aberth che è presente nel catalogo della mostra milanese, pubblicato da Moebius – è stata fatto oggetto di ampia riconsiderazione, nell’apertura prospettica degli ultimi tempi, viepiù salutare, che ci sta facendo cogliere il Novecento in tutti i suoi protagonisti, anche i “minori”, ma i minori non esistono: sono solo resi tali dai critici, che seguono interessi diversi. Anche nella storia dell’arte, si sta riscrivendo un canone, spontaneamente, o si stanno, piuttosto, eliminando tutti i canoni. Per fortuna.

Per avere qualche nozione in più di questa illustratrice, scenografa, scrittrice, vagabonda, donna di fascino estremo e mutevole – che ora Abano onora adeguatamente in una mostra di cui ora dirò qui sotto – occorre leggersi le vaste monografie che in anni recenti (il 2026 vede peraltro il trentennale della morte, e dalla morte la sua fama è sempre cresciuta) all’artista italo-argentina sono state dedicate. Ne citerò solo alcune, per brevità. Richard Overstreet e Neil Zukerman, ci hanno dato, in Leonor Fini: catalogue raisonné of the oil paintings (Zurich, Scheidegger & Spiess – Weinstein, 2021), una rassegna mirabile, in due splendidi volumi, della produzione ad olio di Leonor, che comprende numerosi capolavori. La sua formazione triestina, squisitamente mitteleuropea, che segnerà per sempre la sua diuturna avventura artistica, è stata oggetto di una mostra presso l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, nel 2021 (Leonor Fini. Memorie triestine, a cura di Marianna Accerboni, testo in francese e in italiano); mentre è singolare – ma, data la sua produzione, davvero assai esplicita, era da aspettarselo – nel 2018 il Museum of Sex le ha dedicato, a New York, una piccola mostra: Leonor Fini: theatre of desire 1930-1990, con un catalogo corredato dai testi di Lissa Rivera, Alyce Mahon, e Richard Overstreet. Mentre provocatorio già nel titolo è il libro di Corrado Premuda, illustrato da Andrea Guerzoni, Un pittore di nome Leonor: da Trieste a Parigi la scatenata gioventù di Leonor Fini, pubblicato a Trieste nel 2015 (la città adriatica non la ha mai dimenticat). Ma questa nostra piccola bibliografia iniziale non può non comprendere almeno altri tre titoli: il primo, l’epistolario con uno degli scrittori pornografici – ma non solo – più provocatori ed estremi del panorama francese contemporaneo (con cui però Leonor corrispondeva in italiano): Lombre portée: correspondance 1932-1945: la corrispondenza con André Pieyre de Mandiargues (di cui illustrò l’opera) tradotta da Nathalie Bauer e pubblicata in un corposo volume da Gallimard nel 2010. Poi, la monografia migliore su di lei, di Laurence Benaïm, Leonor Fini: la clef des songes, pubblicata ancora da Gallimard nel 2025; e finalmente, quella di Andrea Kollnitz, Becoming Leonor Fini: theatrical self-performances between art and life, uscita da Bloomsbury sempre nel 2025.
Questa insolita, lunga premessa bibliografica è necessaria per poter cogliere, se non altro, il rango cui è assurta Leonor, questa surrealista senza volerlo, questa meteora dalla lunghissima traiettoria. Che si ferma per un istante anche ad Abano Terme, in quella perla un poco decentrata, discreta, che è il Museo di Villa Bassi Rathgeb.
“Leonor Fini e la collezione grafica Bassi Rathgeb. Segni e invenzioni dal Rinascimento al Novecento”, che si può visitare fino al 15 marzo 2026, colloca le opere di Leonor nel quadro di una collezione grafica che parte dal Rinascimento, e fa bene a farlo: lo stile di Leonor non nasce dal nulla, proviene da una precisa tradizione europea che poi ella rielabora di suo, trascinata da istinti e passioni, da sogni e invenzioni di magia e metamorfosi, nel segno di un “mistero” ben presente dall’inizio nell’incisione rinascimentale, in Italia, in Germania, nell’Europa tutta. Leonor si definisce autodidatta, ma ha alle spalle il mondo rinascimentale, e anche quello triestino di inizio secolo, e poi quello milanese, e finalmente quello parigino, effervescente di surrealisti e non solo, di Ernst e Breton, di Christian Dior e Masson, dove approda nel 1931. Inizia la sua marcia trionfale, che rallenta solo negli ultimi dolorosi anni, ma non si fermerà davvero mai, tra travestitismo e sperimentalismo, tra attrazioni fatali verso le maschere e il mondo marino, e poi i gatti, i sogni, le maschere, gli uomini, in quest’ordine. Quando si spegne a Parigi nel gennaio 1996 è una celebrità a livello mondiale. Questa mostra si basa sulla donazione dell’ambasciatore Ugo Gabriele da Mohr al Museo di Villa Bassi. Il bel saggio di Federica Stevanin nel catalogo ci indica bene il percorso grafico di Leonor. Il cuore della collezione sono le tredici fotolitografie dal volume d’arte Fruits de la passion, con testi di Dedieu, pubblicate a Parigi nel 1980 ed oggetto di una mostra coeva. Si tratta di uno dei libri d’arte di Leonor, che ne pubblicò con vario successo molti. Tra cui, forse il più intrigante ed esoterico, dedicato al Sabbat ressuscité, pubblicato nel 1957 – ora una discreta rarità per bibliofili, con quotazioni intorno ai 10.000 euro – ampiamente ispirato da Jacques Audiberti (1899-1965), che lo accompagna con i suoi testi sulle streghe. Mirabile la copertina che riproduce una vagina mobile, che sembra una voluttuosa stella che illumina colline a forma di mammelle. Una festa erotica per una rassegna di streghe, lamie, creature mostruose didascalicamente descritte da Audiberti, come se fossero realmente esistenti, ce le ritrovassimo sotto casa. E nella mostra si vedono queste figure mostruose, ambigue e forse anfibie, coppie indefinibili che danzano un ballo al contempo erotico e mortale, ogni tanto aprendosi a “triangoli” con creature ancor più fantasmatiche. In una sequenza che porta dall’amore ed erotismo nella sua fase iniziale, alla degenerazione del sentimento, del rapporto, in una metamorfosi finale mostruosa. Insomma, tutti i fantasmi della coscienza che emergono, da colei che lesse Freud, Nietzsche, Joyce e Jung in anni giovanili, per sua esplicita ammissione (in una lettera a Pierre Besse del 1965), rimanendone evidentemente per sempre segnata.
Leonor Fini e Venezia, dunque.
Il catalogo si conclude con il breve saggio di Giovanni Bianchi che racconta il lungo, intenso rapporto dell’artista con la città lagunare. E i suoi trionfi nella tarda estate del 1951; la personale alla Galleria dell’Ala Napoleonica, la scenografia per l’Orfeo di Lupi, “a base di mostruosi crani di animali, foreste, e creazioni varie di vivida fantasia”, e la partecipazione al “ballo del secolo” organizzato dal miliardario Don Carlos de Beisteguí, il 3 settembre, e che tra gli altri vip vide la partecipazione di Winston Churchill, i Grandi di Spagna, il terzo Aga Khan, Christian Dior e Salvador Dalì intenti a creare gli abiti – rigorosamente settecenteschi, un vero omaggio a Casanova – e Fabrizio Clerici, sodale di Leonor. Che peraltro ricorderà anche che vi furono contestazioni, in un’Italia ancora ampiamente avvinta dalla povertà, per tale sfoggio di lusso, che pure doveva portare parecchio denaro in città. Come le recenti nozze di Bezos, peraltro: la storia sempre si ripete. Clerici è peraltro figura di riferimento per Leonor, hanno affinità profonde, lui è del 1913, leggermente più giovane, affascinante, di infiniti talenti. Di lì a poco, nel 1953, partirà per il grandioso viaggio in Oriente che segnerà ampiamente il séguito della sua arte. Logico, naturale che si incontrassero. Anche Clerici è autore di libri d’artista, alcuni splendidi, con tematiche esoteriche forse più ampie di quelle di Leonor. Una coppia diabolicamente, artisticamente perfetta. Se ne accorse perfettamente Sgarbi, che ispirò la mostra sui due tenutasi al Mart di Rovereto nel 2023: con un titolo adeguatissimo: “Insomnia”.
Per capire Clerici – a lungo dimenticato – occorre riflettere su quanto di lui scrisse un poeta e letterato del calibro di Raffaele Carrieri: “Fabrizio Clerici è come una spugna che assorbe ciò che vede e ciò che ama e lo mette da parte facendolo suo; la sua memoria è impressionante e attinge a un repertorio culturale vastissimo che va dall’antichità classica alla mitologia, dalla storia alla religione, dall’antropologia all’architettura e, naturalmente, alla storia dell’arte”.
Ma torniamo a Leonor e al suo ballo in maschera.
Ecco, dunque, che una bellissima lamia, misteriosissima, forse non più nel fiore degli anni – nel 1951 ha superato la quarantina, ma sprigiona ancora un fascino unico – balla sfrenatamente a Palazzo Labia, quella notte irripetibile del 3 settembre 1951. Venezia sogna. E a Venezia nella sua casetta a San Zaccaria Leonor sogna. A lungo. E così un filo sottile, macabro e magico, la lega, anche in questa piccola mostra di Abano, alla Serenissima: magari ai “capricci” di “scheletri”, ovvero alla grafica non meno esoterica e misterica di quel suddito di San Marco che fu Paolo Vincenzo Bonomini, qui esposto, nato a Bergamo nel 1757. I suoi scheletri furono originariamente commissionati dalla parrocchia di Santa Grata inter Vites di Bergamo Alta, per celebrare il triduo dei morti – qualcosa di ben vivo nella Bergamasca e nel Bresciano, tre giorni di intensa preghiera, di solito in tempo di Quaresima, per i defunti –, ma nessuno si aspettava che quegli scheletri somigliassero piuttosto a viventi, fossero, al contrario del modello di Peter Brueghel, più vivi che morti, una caricatura della Morte stessa; o, a seconda delle prospettive, una caricatura della Vita.
Una mostra da vedere, anche per ammirare le collezioni permanenti di Villa Bassi e la villa stessa, una perla tra le tante degli Euganei, in quel segmento vulcanico del Veneto di terraferma che di per sé sollecita esibizioni, anche artistiche, del mondo ctonio, degli inferni vulcanici, che eruttano di continuo acque bollenti in superficie.

