Purtroppo, l’Europa guarda all’Africa soltanto come una minaccia migratoria e non ha mai elaborato una strategia coordinata per interventi politici ed economici, senza rendersi conto che il Sahel sta attraversando la crisi securitaria più grave dell’ultimo decennio. Gli attacchi coordinati su vasta scala registrati in Mali – che hanno colpito non solo la capitale Bamako, ma anche snodi nevralgici come Kidal, Mopti, Gao e Sévaré – segnano un drammatico punto di svolta. Come evidenziato dall’analisi geopolitica di Federica Saini Fasanotti per il Geopolitical Intelligence Services (GIS), la regione si trova dinanzi a un progressivo “collasso” caratterizzato dalla frammentazione territoriale, dal fallimento strutturale delle istituzioni statali e dalla proliferazione di milizie armate. Questa situazione rischia di destabilizzare non solo l’Africa centrale e mediterranea ma di allagarsi anche a un Medio Oriente che è già esplosivo per la crisi iraniana innescata da Trump e Netanyahu.
La simultaneità delle ultime offensive, iniziate nell’aprile 2026, evidenzia un salto qualitativo impressionante nella capacità operativa delle forze antigovernative. A guidare questa spinta sono due attori radicalmente distinti che hanno trovato una convergenza tattica e contingente: il Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM), gruppo affiliato ad al-Qaeda radicato su scala nazionale, e il Fronte per la liberazione dell’Azawad (FLA), espressione delle storiche rivendicazioni separatiste tuareg nel nord. Sebbene i loro obiettivi di lungo periodo restino incompatibili – un califfato jihadista transnazionale per il primo, l’indipendenza territoriale per il secondo – la loro cooperazione ha messo a nudo le fragilità della giunta militare maliana guidata da Assimi Goïta. Questo scenario non è nato per caso, ma è il risultato di un profondo rimescolamento delle alleanze internazionali, iniziato con il ritiro delle forze occidentali e proseguito con l’illusoria promessa di stabilità offerta dai mercenari russi.
Il ritiro delle forze occidentali e l’arrivo dei russi
Per quasi un decennio, la stabilità – seppur precaria – dell’area sub-sahariana è stata legata alla presenza militare internazionale, guidata principalmente dalla Francia attraverso l’operazione Barkhane e supportata dalla missione multinazionale delle Nazioni Unite (MINUSMA) e dalle forze speciali europee della Task Force Takuba. Tuttavia, l’incapacità di eradicare definitivamente la minaccia terroristica, unita a un crescente sentimento anti-francese abilmente cavalcato dalle élite militari locali, ha logorato le relazioni diplomatiche. I colpi di Stato militari che si sono succeduti in Mali, Burkina Faso e Niger hanno sancito la rottura definitiva con l’Occidente. Le giunte militari salite al potere hanno preteso e ottenuto l’espulsione immediata dei contingenti francesi ed europei, determinando la quasi totale cancellazione della presenza di Parigi nella regione. Questo disimpegno non ha soltanto creato un vuoto operativo sul terreno, ma ha smantellato l’intera architettura di intelligence, sorveglianza aerea e supporto logistico che prima limitava la libertà di movimento dei gruppi jihadisti nelle porzioni desertiche e di confine.

Il vuoto lasciato dalle democrazie occidentali ha spinto i regimi golpisti a cercare nuovi partner disposti a garantire la sopravvivenza dei loro governi senza porre condizioni legate al rispetto dei diritti umani o alle riforme democratiche. La scelta è ricaduta su Mosca e le giunte militari golpiste, usando una greve retorica anticoloniale, hanno presentato la Russia come il partner decisivo, capace di risolvere militarmente la piaga del terrorismo attraverso l’uso della forza bruta, priva dei vincoli d’ingaggio occidentali. Inizialmente schierati sotto le insegne della compagnia privata Wagner, i mercenari russi sono stati successivamente riorganizzati dal Cremlino sotto la struttura formale dell’Africa Corps, posta sotto il controllo diretto del Ministero della Difesa di Mosca.
Tuttavia, i limiti intrinseci del “modello russo” sono emersi rapidamente, mostrando vistose crepe strategiche:
• Focalizzazione sulla sicurezza del regime: A differenza del passato, le forze dell’Africa Corps hanno dimostrato una scarsa propensione a rischiare la pelle per contrastare i jihadisti sul campo, preferendo concentrare le proprie risorse sulla protezione d’élite della giunta a Bamako e sul controllo degli asset minerari strategici.
• Violenza sistematica contro i civili: La condotta militare russa, caratterizzata da una spiccata propensione alla violenza indiscriminata contro le popolazioni rurali, ha esacerbato le tensioni etniche. Le comunità locali, prime vittime delle violazioni dei diritti umani, si sono trovate schiacciate tra l’incudine delle milizie e il martello dello Stato.
• Assenza di governance istituzionale: Il limite strutturale dell’approccio di Mosca risiede nel privilegiare unicamente la dimensione della “sicurezza hard”. Esso non offre soluzioni sistemiche alla fragilità amministrativa, alla corruzione o alla mancanza di servizi statali nei territori periferici.
I recenti rovesci sul campo, esemplificati dalla ritirata da aree nevralgiche come Kidal e le esplosioni avvenute a Kati – cuore pulsante del potere militare a pochi chilometri da Bamako –, dimostrano che i successi tattici russi non sono sostenibili nel tempo. Il modello russo si rivela efficace per blindare i dittatori nelle loro capitali, ma del tutto fallimentare nel generare una stabilità duratura sul territorio. E questo presenta pesanti implicazioni per Mosca, visto che il Mali rappresenta uno dei casi più emblematici della strategia post-francese nel Sahel e, più in generale, della proiezione russa nel continente africano. La lunga guerra di posizione contro l’Ucraina ha mostrato che le prestazioni sul campo dell’esercito russo sono molto inferiori alla retorica bellicista di Putin e un eventuale fallimento in Mali, con un deterioramento della giunta o, addirittura, una sua caduta, infliggerebbero un duro colpo alla credibilità di un approccio che intende presentarsi come alternativo a quello occidentale.
Terrorismo regionale e rischio di contagio
Approfittando del caos istituzionale e dell’inefficacia dell’alleanza russo-maliana, le reti del terrore hanno ampliato a dismisura il proprio raggio d’azione. Il Sahel centrale è oggi diventato l’epicentro globale dell’instabilità armata. Gli esperti sottolineano che in questa nuova fase i gruppi terroristici non agiscono più solo come cellule insorgenti esterne, ma sfruttano le fratture sociali ed economiche locali. Nel Mali centrale ed orientale, ad esempio, le popolazioni di pastori nomadi Fulani sono state massicciamente reclutate dal Fronte di Liberazione del Macina (affiliato al JNIM). Di contro, le comunità stanziali Bambara e Dogon hanno risposto organizzando milizie di autodifesa civile. Questo scontro intercomunitario per il controllo delle risorse e della terra alimenta un vortice perenne di vendette incrociate in cui i jihadisti si propongono come unici protettori dei gruppi marginalizzati. L’offensiva ancora in corso mostra gruppi armati dotati di una maturità tattica senza precedenti. Non si assiste più soltanto a imboscate isolate nel deserto, ma ad attacchi simultanei e coordinati su larga scala, all’uso di infiltrazioni rapide mediante l’utilizzo di uniformi militari regolari e all’impiego di ordigni esplosivi evoluti. L’obiettivo strategico dichiarato dei jihadisti, come evidenziato dagli analisti internazionali, non è necessariamente l’occupazione fisica permanente della capitale Bamako, quanto piuttosto il progressivo logoramento del controllo territoriale, volto a destabilizzare i leader al potere e dimostrarne l’impotenza.
Il dato più allarmante riguarda lo sconfinamento del terrorismo al di fuori dei confini dei paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel (Mali, Burkina Faso e Niger). Sfruttando la permeabilità delle frontiere e la debolezza dei sistemi di sorveglianza, le cellule jihadiste stanno spingendo le loro operazioni verso sud, minacciando direttamente la stabilità degli Stati costieri del Golfo di Guinea: Benin, Togo, Ghana e Costa d’Avorio. I dati sul campo registrano già un incremento esponenziale degli sfollati interni e degli incidenti di sicurezza in questi Paesi, segno evidente che l’incendio saheliano rischia di divampare nell’intera Africa occidentale. Ciò che si sta delineando nel Sahel non è una semplice crisi passeggera, bensì un collasso strutturale profondo. In assenza di investimenti reali nella ricostruzione delle istituzioni politiche, dell’amministrazione civile e dello sviluppo economico, il territorio maliano e l’intera sub-regione rischiano di scivolare rapidamente verso una partizione di fatto. Un “oligopolio della violenza” dove lo Stato centrale perde il monopolio della forza e ampie porzioni di territorio rimangono in mano a movimenti separatisti e coalizioni jihadiste.
Per la Russia, il potenziale fallimento o il collasso della giunta di Bamako rappresenterebbe un grave danno d’immagine geopolitica, incrinando la credibilità di Mosca come partner di sicurezza alternativo all’Occidente nel continente africano. Per l’Europa, invece, le conseguenze sono dirette e immediate. Un Sahel stabilmente trasformato in un santuario del jihadismo transnazionale, privo di interlocutori statali affidabili e dilaniato da conflitti endemici, costituisce una minaccia esistenziale. La combinazione di una catastrofe umanitaria senza precedenti (con milioni di sfollati e rifugiati) e la totale assenza di controllo sui flussi transfrontalieri esporrà inevitabilmente il continente europeo a massicce ondate migratorie incontrollate e a un accresciuto rischio terrorismo lungo le sue frontiere meridionali. Questa è una situazione che l’Europa deve affrontare con una concreta strategia di intervento e non con una bolsa retorica che sembra ignorare i cambiamenti geopolitici sul campo.

Giornalista pubblicista dal 1990, esperto di politica internazionale, speechwriter, collabora a Frontiere.online e dirige nonsiamounisola.eu. Ha pubblicato il saggio “Shakespeare e l’arte del buon governo”.
