Il nodo del peso politico della magistratura in Italia sta venendo al pettine in vista del referendum sulla riforma della giustizia previsto per la primavera 2026. Ci attendono mesi di accesissimo, demagogissimo dibattito: speriamo che siano gli ultimi nei quali i più loquaci esponenti della magistratura operano per incidere sulla politica. Perché l’aspetto più importante della riforma Nordio sta in questo: nella misura in cui costituisce uno shock per alcuni, può portare a obsolescenza l’epoca aperta da Mani Pulite, durante la quale l’Italia è stata scossa da continue ondate di populismo.

Si usa scrivere che populiste siano le destre emerse in questi anni recenti sull’oda del disgusto per la cancel culture wokista fondata sulla “correzione politica” e sull’estremismo pseudo ecologista. In Italia il populismo in realtà è stato scatenato proprio a seguito di Mani Pulite nel 1992. E questo tema è quello che sotto- o sopra-traccia attraverserà i mesi previ al referendum.
Riguardo al merito della riforma approvata a fine ottobre 2025, notiamo che un’opinione di rara pacatezza è stata espressa da Danilo Paolini in un articolo pubblicato da Avvenire il 31 ottobre. La separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente – scrive Paolini – “non è un colpo di stato”, a differenza di quanto vanno blaterando con affanno mistificatorio le sinistre che più sinistre (nel senso aggettivale) non si può. Né assoggetta la funzione del pubblico ministero al potere esecutivo, stanti gli argini che la Costituzione pone (e che si spera nessuno voglia modificare). Ma, questo il punto fondamentale sollevato dall’articolo di Avvenire, la riforma così com’è congegnata non tratta la questione che più interessa i cittadini: “la lentezza dei processi, la farraginosità delle procedure, la carenza di personale e di sedi”.
Vorremmo aggiungere che tuttavia la riforma avrà il merito, se approvata in sede referendaria, di voltare pagina dopo la lunga epoca buia in cui cospicue parti della magistratura sono state viste come il punto di riferimento per la rivolta popolare che ha affossato i partiti politici, a partire da quelli che hanno dato vita all’Italia repubblicana. Questi dal secondo dopoguerra erano rimati intoccabili: fino alla caduta del Muro di Berlino. Tutti sapevano che si finanziavano in modo improprio e che le bustarelle e le tangenti erano all’ordine del giorno, ma la necessità di garantire l’allineamento atlantista dell’Italia garantiva loro impunità.
Dopo la caduta del Muro e la trasformazione avvenuta nel vecchio PCI, né in ambito NATO, né da parte della Chiesa si è più sentita la necessità di incentivare o chiudere un occhio sui partiti capaci di contenere l’influsso sovietico in Italia. Non vi furono più freni ad agire contro il sistema di finanziamento del quale si erano giovati in particolare i partiti di governo.
Inevitabilmente Mani Pulite generò nell’opinione publica una forte ondata di rifiuto dei gruppi politici che avevano dominato la scena dal secondo dopoguerra. L’operazione giudiziale fu seguita e incentivata se non addirittura preparata dai mass media: come un grande lavacro collettivo, uno spettacolo che metteva alla gogna gli ex grandi potenti, inquadrati dalle telecamere mentre venivano trascinati in galera ammanettati, e alcuni di loro scelsero il suicidio.
Trasmissioni televisive strutturate al modo dei processi popolari, condotte da giovani giornalisti emergenti che a volte agivano come se fossero stati istruiti da opportune veline, facevano parlare i rappresentanti del popolo per sostenere la indagini in corso, di fatto aizzando i magistrati ad attizzare il fuoco del rogo su cui veniva immolata la classe politica di allora. Il direttore del Pool milanese, Francesco Saverio Borrelli, lanciò la parola d’ordine “resistere resistere resistere” nei giorni in cui le folle si radunavano attorno al tribunale plaudendone a gran voce l’opera, e i magistrati erano sempre in prima pagina con le loro inchieste.
Dall’epoca della Marcia su Roma o delle oceaniche adunate in Piazza Venezia a Roma non c’era più stato in Italia un periodo di maggiore e più diffuso populismo come quello scatanatosi con quell’epopea dei giudici giustizieri dalle manette facili. Ci aveva provato l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini dopo il crollo del regime, ma ebbe vita breve poiché a quel tempo l’urgenza e la difficoltà del momento esigevano serietà e provate capacità.
Invece, una volta consolidata la società del benessere, caduto il comunismo e consunti i partiti fondatori dell’Italia repubblicana, il populismo non ha avuto alcun freno, e non a caso con le difficoltà sorte a seguito della crisi finanziaria del periodo 2007-2008, sbocciò sul suo terreno già ben arato una riedizione riveduta e corretta dell’Uomo Qualunque: il Movimento 5 Stelle, con la sua vocazione di protesta carente di ragionevole proposta. Infine con l’attuale segreteria del PD l’ondata populista è giunta a egemonizzare la maggior parte dello schieramento partitico che ama presentarsi come progressista.
Notiamo, beninteso, che di populismo o di demagogia è persino ragionevole che desideri campare qualunque politico in qualunque momento storico o quasi: fa parte del gioco elettorale che permea tutti gli atti della vita partitica, anche quando le elezioni non incombono. Risulta però improprio che a questo gioco prendano parte attiva esponenti di istituzioni preposti a compiti diversi.
Per cui, pur con tutte le riserve che l’estensore di queste righe conserva verso il potere berlusconiano, a sua volta figlio della distorsione e distruzione del sistema politico che aveva portato l’Italia tra i grandi paesi del mondo dopo le disavventure del fascismo, nel suo piccolo si sente di salutare con favore quello che pare essere l’inizio della fine del periodo populista sbocciato con Mani Pulite. Sperando che la sinistra sinistra non voglia ostinarsi a portarlo avanti a tutti i costi con alleanze improprie.

