Domare l’argilla. Pompeo Pianezzola a Bassano

Veneto, terra (anche) di ceramiche. L’antica arte fittile – anche se diverso è il metodo di lavorazione e la relativa consistenza, e resistenza all’ambiente della terracotta rispetto alla ceramica – attraversa la storia del Veneto antico. Fu portata dalla popolazione indoeuropea dall’Asia Centrale, poi venne sempre esercitata, finora: a livello artistico, a livello industriale. Lo testimoniano i musei, diversi – ma il principale è quello di Este, ove tuttora l’industria della ceramica, giunta nel Settecento proprio da Nove, patria di Pianezzola, fiorisce – dedicati alla civiltà dei veneti antichi, di cui i veneti moderni, dopo incessante, millenaria esogamia, e fruttuose contaminazioni genetico-culturali con tante altre popolazioni (latini ed etruschi per primi), sono senz’altro eredi. Splendida la mostra che il Museo Civico di Bassano dedica a Pompeo Pianezzola (1925-2012), con relativo prezioso catalogo, a cura di Nico Stringa (Antiqua Edizioni). Quasi necessaria, a cent’anni dalla nascita dell’artista-artigiano di Nove, spentosi dopo una vita estremamente produttiva nel 2012 (e qui vi sono esposte anche alcune sue opere, quasi eteree, sospese, degli ultimi anni). Nacque come ceramista, iniziò a lavorare nella sua Nove, rinomato centro di produzione di ceramiche, a quattordici anni, ed esordì come pittore, come mostra la prima sala bassanese, anticamera grafica ad un mondo eminentemente scultoreo. Fu l’incontro con la ceramica che lo fece decollare, proiettandolo tra i grandi artisti del Novecento, attento non solo alle avanguardie, ma alla tradizione italiana del design innovativo – lungo il sodalizio con i Ponti, Gio ne fu costante, grande sostenitore ed ammiratore – ed anche alla produzione seriale, che ha trasformato un bene di lusso in qualcosa alla portata di tutti, o quasi. L’antica fascinazione degli artisti con la figura circolare, si pensi al magnifico Xante Avelli del Rinascimento ferrarese e circolare, ha fatto di Pianezzola un artista ricercato, aperto anche a tradizioni allotrie, si pensi alla ceramica giapponese che giuoca un ruolo sì importante nella sua produzione, di ciotole e piatti. “Kintsugi”, la tecnica nata nel XV secolo per riparare con l’oro gli oggetti di ceramica rotti, restituendo loro nuova vita e splendore, non poteva essere indifferente ad un figlio della Venetia ove l’oro ha avuto ed ha una tradizione simbolica, e valoriale, di primo piano: un innovativo marchio di orologi di San Donà, ora noto in tutto il mondo, ha tra i suoi best-seller un orologio subacqueo “aureo”, ove il nobile metallo è presente in modo lieve, accennato, quasi dipinto, ma significativo. Ma in generale chi abbia anche vaga dimestichezza con le ceramiche giapponesi vi riconoscerà la tecnica “Raku”, nata forse lievemente più tardi rispetto al “Kintsugi”, grazie al genio di un artigiano coreano, attivo nella c.d. epoca dell’epoca Momoyama, ovvero nel XVI secolo, che l’aveva ideata per dare nuovo impulso alla cerimonia del tè, tramite nuove tazze, di forma semplice ed essenziale: “Raku” questo vuol dire, in giapponese, ma indica anche la “gioia di vivere”. Gioia che fu parte sempre della lunga esperienza artistica dell’artista bassanese. Mirabili le su ricostruzioni di libri, sacri, “sconvolti”, enigmatici, attraverso l’uso di argilla refrattaria maiolicata, un materiale assai sofisticato, anche se all’apparenza bruto. Così come il sacro torna nella rivisitazione del “rotolo del Tempio” che l’artista fa nei suoi “involucri”, che utilizzano lo spontaneo movimento, teso al contorcimento e all’auto-avvolgimento, del foglio d’argilla nella fase di essiccazione. Questi “involucri” sono quasi rotoli sacri debitamente e ironicamente secolarizzati, in fondo, così come accade per i libri, ed infatti uno è il “libro della legge”, pietrificato nell’argilla contorta, dolorante, nel dolore infinito del Male che viola ogni legge ed anche, forse, ogni libro. Pianezzola seppe confrontarsi con le avanguardie artistiche italiane, che cominciarono ad emergere nel secondo dopoguerra; suoi bellissimi piatti datano 1963, in generale sono degli anni Sessanta quando la Neoavanguardia di Sanguineti & C., si faceva ben sentire anche in ambiente artistico, sia influenzando, sia accompagnando nel loro cammino autonomo diversi artisti, si pensi a Baj. Minimalismo, strutture accennate, geometrismo, gusto dell’essenziale, con qualche tocco orientale, non casuale, ma meditato. Ecco che Pianezzola si inserisce bene nel contesto dei maggiori ceramisti italiani del Novecento, a partire naturalmente da un altro veneto, Arturo Martini, eccelso nei suoi turbamenti, per passare ad una discreta schiera di artisti le cui opere, negli ultimi anni, hanno assunto anche un alto valore commerciale, oltre ad essere valorizzate nella dimensio e estetica: Lucio Fontana (naturalmente), ma anche le due meteore Leoncillo Leonardi, Giacinto Cerone, poi lo scenografo genovese Emanuele Luzzati, Marino Marini, Nanni Valentini, Mimmo Paladino, e finalmente figure anche di designer assai affini a Pianezzola, come Enzo Mari e Gio Ponti, e senz’altro quell’altra figura poliedrica e affascinante che fu Ico Parisi, palermitano spentosi a Como nel 1996. Alcuni di essi furono non solo artisti straordinari ma ebbero vita assai più tormentata rispetto a quella del Maestro di Nove, come ho accennato sopra: si pensi al Leonardi, artista turbatissimo, esagerato, dalla vita relativamente breve, consumato da una passione per l’arte, per la creatività assoluta, però, che era la stessa per Pianezzola, e per tutti gli artisti citati. Scriveva Leoncillo Leonardi: “Creta, creta mia, materia mia artificiale, ma carica per metafora di tutto ciò che ho visto, amato, di ciò a cui sono stato vicino, delle cose che ho dentro, con cui, in fondo, mi sono, volta per volta, identificato.” Come Leonardi, artista mirabile fu, tra i ceramisti sopra citati, Giacinto Cerone, potentino, legato a doppio filo con una delle patrie della ceramica italiana, Faenza, autore di serie impressionanti ove la ceramica riprende tutto il peso che perde in Pianezzola, “la scultura deve essere insieme come la musica di Bach e Charlie Parker”, scriveva Cerone, artista tormentato, poeta, musicista, morto nel 2004 a soli 47 anni, ricordato in questo 2025 in una bella mostra proprio a Faenza, curata da Marco Tonelli, “Giacinto Cerone. L’angelo necessario”. Pianezzola ebbe vita meno bohémien rispetto a

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