Augusto Camera. Un ricordo a dieci anni dalla scomparsa

Sono dieci anni che Augusto Camera se n’è andato. Era il 14 agosto 2015, e aveva da poco compiuto 94 anni (era nato il 14 luglio 1921, il suo compleanno coincideva con quello della presa della Bastiglia). Forse il suo nome non dice nulla oggi, ma c’è stato un periodo, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Ottanta del XX secolo, in cui il manuale di storia da lui firmato insieme con Renato Fabietti è stato il più diffuso nelle scuole superiori italiane.

L’estensore di queste note, in quest’epoca dalle identità confuse e dalle idealità strumentali ed evanescenti, intrisa di litigi pretestuosi inscenati come fossero difesa di principi peraltro totalmente estranei alla mente di chi li innesca, avendolo conosciuto prima come docente e poi come amico, desidera ricordarlo qual era: un uomo di pace e di dialogo, desideroso e capace di esprimere sempre rispetto per l’essere umano.

Era di sinistra, e la intendeva quale ricerca di giustizia, autenticità, onestà. Dubito che, se ancora vivesse, si riconoscerebbe in tanta parte di quanto oggi viene gabellato per progressista.

Nell’ultima edizione del suo manuale, verso la fine degli anni ’90, introdusse alcune note sulle vicende giudiziarie del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Fu messo virtualmente alla gogna dalla galassia della destra. “Ma che colpa ho io se con la riforma dell’insegnamento i programmi di storia arrivano sino all’attualità? Mi sono limitato a riportare quello che si legge su tutti i giornali” spiegava mentre contro il suo testo si scatenava la nuova censura degli attacchi massmediali. Le accuse mossegli beninteso non si riferivano esplicitamente ai pochi paragrafi in cui si citava Berlusconi, ma al taglio di sinistra dei manuali incriminati: un fatto pretestuoso visto che la maggioranza dei manuali di storia coevi avevano punti di vista simili, essendo scritti da persone cresciute durante il fascismo e desiderose di evitare il ritorno di regimi di simile orientamento. Forse Augusto Camera fu preso di mira anche perché il suo volume nel 2000 era tra i pochi ancora aggiornati e ripubblicati pur dopo tanti anni dalla prima edizione. E fu un attacco tanto più insensato, perché rivolto contro una persona che mai fu mossa da livore né espresse livore nei suoi scritti.

L’importanza di quei manuali di storia è stata ricordata da Federico Enriques, già direttore della Zanichelli che pubblicò tutti i volumi di Camera e Fabietti (altri firmati dal solo Camera furono editi da Principato), nel corso di un incontro commemorativo tenuto il 25 novembre 2015 presso il liceo Carducci di Milano, l’ultimo nel quale insegnò Augusto. La sua testimonianza si può leggere a questo indirizzo: https://augustocamera.wordpress.com/2015/11/29/enriques-come-cambio-la-storia/ nel blog che pubbilica anche altri interventi svolti nella stessa occasione.

Augusto nacque a Brescia e vi frequentò le scuole tenute dai Gesuiti. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, giovane universitario, fu inviato quale ufficiale sul fronte greco e, terminato il conflitto, completò gli studi alla Statale di Milano. Nei tanti dialoghi che intrecciava a casa sua negli ultimi anni della sua vita, ricordando quel tragico periodo diceva che il suo vanto era di averlo attraversato tutto senza mai aver ucciso alcuno. Rifugiatosi in montagna dopo l’8 settembre, non partecipò attivamente alla Resistenza ma si limitò a sostenere i suoi amici, ex compagni di scuola e ex commilitoni che vi presero parte. Cercò di salvare vite. Ricordava alcuni soldati tedeschi feriti mentre scappavano dall’Italia: li soccorse e li portò in ospedale evitando loro di cadere in mani meno sollecite. Dopo la guerra fu vicino a Ferruccio Parri e partecipò al suo movimento di Unità Popolare. Intanto aveva cominciato a insegnare Storia e Filosofia e il suo primo incarico fu nell’istituto privato De Amicis di Milano che, fondato da Michele Tumminelli, a quel tempo era visto come non lontano dagli orientamenti del passato regime. “Sapevano benissimo che ero di sinistra, ma non ebbi mai alcuno screzio con la direzione”, ricordava a dimostrazione di come sia possibile il reciproco rispetto pur nella discordanza delle opinioni. Passato alla scuola statale, insegnò in Calabria, quindi in Trentino, infine poté tornare a Milano dove fu professore al Parini prima di arrivare, nel 1969, al Carducci.

Erano anni tumultuosi, in cui la violenza di quelle che furono chiamate “stragi di Stato” contribuì ad attizzare il fuoco dei contrapposti estremismi. Sull’onda del ’68 nelle scuole fervevano gli scontri tra “fascisti” e “antifascisti”, conditi da episodi di fanatismo criminale scanditi da colpi di spranga mentre nei vari movimenti si andavano preparando gli apparati paramilitari che avrebbbero dato vita alla stagione del terrorismo. Nel Carducci non furono poche le occasioni in cui Augusto intervenne per dividere i contendenti, desideroso di difendere l’incolumità fisica degli studenti e il ruolo della scuola come palestra per la crescita delle persone e non come ring in cui cercare di atterrare l’altro visto come nemico.

E non solo si impegnava per rappacificare allievi riottosi. Don Egidio Villani, professore di Religione e responsabile della Gioventù Studentesca (GS, il precursore di Comunione e Liberazione), mi riferì di quando, a seguito di un’infuocata discussione in sede di consiglio di classe, se ne uscì, offeso dalle parole di un collega: Augusto lo rincorse, lo calmò, lo riaccompagnò nell’aula e riuscì a riportare la discussione entro i binari del mutuo rispetto. A distanza di alcuni decenni, in una delle cene nelle quali si intratteneva con gli amici, Augusto, ormai novantenne, gli chiese di celebrare il proprio funerale, quando fosse giunto il momento: lo ricordò don Egidio nell’omelia che pronunciò nella chiesa di San Leone Magno, gremitissima di amici e ex allievi, tornati a Milano pur nel mezzo delle ferie agostane per porgere l’ultimo saluto al professore.

Nell’ultimo periodo della sua vita, quella di preparare cene per gli amici era diventata una specie di missione per Augusto e per sua moglie Mara. Assieme cucinavano e servivano a tavola, e si discuteva dei fatti correnti e dei tempi passati, per coltivare speranza nella vita e fiducia nell’umanità. Gli ex allievi erano l’orgoglio di Augusto: chi era diventato a sua volta professore, chi medico, chi parlamentare, chi illustre avvocato. Uno era diventato prete; “Mi dice che ha imparato più da me che nel Seminario” riferiva con un certo orgoglio.

Insegnava non semplicemente Storia e Filosofia, che esponeva con la stessa, ammirevole chiarezza con cui curava i suoi testi. Non semplicemente le materie, le nozioni, i dati, i discorsi. Non semplicemente le regole di convivenza. In tutto quel che faceva mostrava di amare veramente i suoi allievi: desiderava vederli crescere e prendere il volo. La storia è materia delicata e variamente interpretabile: spiegava che, nel trattarla, la ricerca di un’auspicabile obiettività non consiste nell’usare un linguaggio depauperato di termini ritenuti ‘compromettenti’ o nel non esprimere opinioni, ma nel dichiarare la propria posizione, lasciando che sia l’altro a trarre le proprie conclusioni. “Ritengo che questo insegnamento sia stato molto importante nello svolgere la mia professione: l’obiettività assoluta non esiste – ricorda Ester Intra, una sua ex allieva a sua volta ex docente – esiste però l’impegno di essere il più onesti possibile”.

Ho conosciuto diversi bravi insegnanti, ce n’erano molti al Carducci. Di nessun altro conservo un ricordo così marcato e profondo come quello che mi ha lasciato Augusto Camera. Ti faceva sentire un suo pari già quando ascoltavi le sue lezioni. Ti vedeva come amico già quando eri lì a rispondere alle sue domande. Dimostrava che la filosofia va intesa non solo come materia di studio ma anche, soprattutto, come un’arte da praticare e trasmettere nei comportamenti quotidiani.

Verso la fine degli anni Settanta, con alcuni amici si decise di fondare un’associazione chiamata Coalizione Anti Droga: in quel periodo le droghe erano divenute una piaga gravissima. Con quell’iniziativa si aspirava a denunciare i traffici economici che ne motivano i commerci. Augusto, insieme con Don Redento Tignosini, anche lui un bresciano “doc”, partecipò alla sua costituzione. Voleva dare una testimonianza, cercare di fare qualcosa per migliorare l’Italia ancora minacciata, come già aveva provato a fare con Ferruccio Parri nel secondo dopoguerra.

Era un uomo di sinistra, ma i suoi criteri di giudizio non erano “sinistra” o “destra”: erano piuttosto “giusto” o “ingiusto”, “vero” o “falso”, “onesto” o “disonesto”. I valori, tra questi includendo la gentilezza e il rispetto per l’altrui persona, non gli schemi. L’apertura al dialogo, non il pregiudizio.

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