Dal Vangelo secondo Giovanni: la Maddalena a Treviso

Molteplici i motivi di interesse, per visitare, fino a metà settembre, la mostra che i musei civici di Treviso dedicano alla figura della Maddalena nell’arte. Innanzi tutto, la dimensione spirituale. Riflettere sulla figura della Maddalena è porsi a confronto con le tematiche eterne del peccato e del riscatto, della tentazione e della devozione, della carne e dello spirito. Non quisquilie, si vede bene. La dimensione universale della figura della Maddalena, peraltro, non deve farci dimenticare che tale universalità appartiene alla dimensione cristiana, e diventa tale proprio per la sua origine cristiana. Tristi laici, servi di entità di solito nemiche della persona, rovesciano la prospettiva: in quanto la Maddalena è figura universale, verrebbe dunque sussunta e interpretata anche nella narrazione cristiana, che la fa propria. Ma le cose non stanno – purtroppo per loro – così. Maddalena sorge e non poteva essere altrettanto nell’universo ebraico-cristiano. Da esso si eleva alla dimensione universale poiché l’universalismo è proprio non tanto del “messaggio”, quanto dell’essenza del Cristianesimo. Nonché della sua missione.

Al di là poi della dimensione spirituale, quella artistica è rappresentata magnificamente. Fabrizio Malachin, storico dell’arte eccellente allievo a Padova di Adriano Mariuz, direttore dei Musei Civici della città sul Sile – e autore di recente della monografia definitiva su Bortoloni edita da Biblos, “Artista dall’estro pittoresco” legato alla miglior invenzione, anche esoterica, della prima metà del Settecento italiano — ci conduce in un percorso che si può seguire in due modi. O partendo dalla terza sala, all’ultimo piano del complesso di Santa Caterina – che è dedicata alle “variazioni sulla Maddalena” nel mondo contemporaneo, per poi compiere rapida catabasi e giungere all’ingresso, con due bibbie miniate trecentesche che raccontano l’episodio – oppure seguendo l’anabasi, suggerita, che dal mondo tardo-medievale ci conduce a noi. Suggerisco personalmente la catabasi.

Il mondo contemporaneo, quindi, per primo. Qui forse ci sentiamo di fare qualche appunto. Bello essere cullati dalle note melodiche di “Jesus Christ Superstar” – ove Maddalena esprime tutta la sua impossibilità ad “amare” Cristo come potrebbe, e vorrebbe – e anche dalla bellissima canzone di Venditti, che sta per compiere 50 anni, è del 1976 infatti, dedicata alla Maria peccatrice e redenta, “perduta e innocente, maledetta per sempre…” “nelle braccia del bosco…”. Tuttavia, il video che mette insieme, sulle note della canzone dell’autore romano, frammenti cinematografici di varie (non tutte) “Maddalene” filmiche – per me rimane straordinaria quella di Abel Ferrara, regista italo-americano dall’anima cattolica tormentata e sanguinante, interpretata, nel 2005, da una inarrivabile Juliette Binoche – giustappone sequenze di film in modo confuso, senza indicare da quale film provenga la sequenza. Il che ingenera qualche perplessità, anche se la lista dei film da qui le sequenze sono tratte, mescolate, viene data alla fine. E forse uno spazio avrebbe dovuto essere dedicato a “L’ultima tentazione di Cristo”, capolavoro assai discusso del 1988 di Martin Scorsese, con star su star ad incarnare, per l’appunto, la “carnalità di Cristo”, compresa una Barbara Hershey allora quarantenne, splendida e passionale, profondissima – per me – interprete del personaggio. Ciò detto, anche il mondo contemporaneo è degnamente rappresentato, con i disegni dei due Martini, uno degli omaggi ai “geni loci” che fa la mostra. Al mondo veneto, serenissimo e contemporaneo, la Maddalena è sempre stata cara.

I capolavori non mancano. Nel manifesto della mostra compare se non il maggiore, il più intrigante e magnetico. quella “Maddalena penitente” del 1602 proveniente dalla Pinacoteca Capitolina, un Tintoretto superbo, dove la giovane pare un’adolescente, bellissima, sensuale, dolce e meditabonda del nostro tempo (forse, di ogni tempo). La “vanitas” immancabile, il crocifisso argentato, quasi un monile, altri segni misteriosi, indicano, per lei, l’inevitabile scorrere del tempo: che se da un lato le toglierà bellezza e grazia, dall’altra le conferirà la grazia e bellezza assolute dell’Eternità in Dio, del soggiorno sine die in Paradiso. Anche solo questo quadro vale la visita. La Grazia, appunto, che accompagna sempre o quasi la Maddalena, anche quelle meno “graziose” e più asciuttamente popolari, come una dello Strozzi, genovese venezianizzato che mai perse però l’asperità della propria terra. La Grazia che è concetto-chiave per comprendere non solo ovviamente la Maddalena, ma forse – nelle sue espressioni migliori – l’intiero Rinascimento italiano (e, in parte, europeo). Come ben ha visto in un libro illuminante l’italianista inglese Ita Mac Carthy, della Durham University, autrice di The Grace of the Italian Renaissance (Princeton University Press, 2020). Ove peraltro vien detto che aprile è il mese della grazia: singolare la secolarizzazione novecentesca, con quell’”April is the cruellest month”, con T. S. Eliot che disinvoltamente pone uno stigma perpetuo sul mese dell’esordio grandioso della Primavera.

La secolarizzazione. Tocca naturalmente anche la Maddalena in un lungo processo con varie tappe settecentesche (si veda l’erotizzante “Maria Maddalena penitente in contemplazione” di Antonio Bellucci, nativo di Pieve di Soligo, datato 1716-1720 ca.), per giungere a Canova – altro omaggio, dovuto, ai “geni loci” – che sensualizza e de-cristianizza, almeno in parte, la Maddalena, figura sempre più solitaria anche nel corso dell’Ottocento, del tutto coperta e anonimizzata da un Mosè Bianchi. Quando la secolarizzazione, se uccide Dio, lascia in vita, bontà sua, le figure umane del consorzio divino, Maddalena soprattutto, che perde la propria aura sacra, di cui pare però sempre nostalgica. Ma anche naturalmente Cristo, “umanizzato” del tutto, ma innegabilmente presente, come costante tormento, e pungolo, in arte e letteratura. Come ha dimostrato, tra gli altri, recentissimamente l’italianista formatasi a Parigi Francesca Golia – con un passato da attrice e forse ben avrebbe interpretato una Maddalena, date le sue caratteristiche – nel libro Il Cristo inquieto. Ecfrasi del sacro nella modernità letteraria (1857-1972) (Carocci, 2025).

Una mostra che presenta anche motivi d’interesse tecnici di assoluto rilievo. Almeno due. Le opere di Jan Polack provenienti in anteprima in Italia dal Museo Diocesano di Monaco di Baviera, la “Deposizione di Cristo”, e la “Decapitazione di San Paolo”, figura centrale del tardo gotico tedesco, nativo della Polonia, come dice il nome (di Cracovia) e morto a Monaco nel 1519, mentre stava imperversando la prima crudele fase della Riforma. Ebbene tali potentissime opere, ove forse la Maddalena soffre di (relativa) marginalità, provengono da quel che fu “il più monumentale polittico tardo-gotico della Germania meridionale”, senza predella e coronamento di 7,5 mt. per 5,25. Smembrato nel 1643, diviso in 12 tavole, di cui una scomparsa, per quel che è presente qui si vede una “Gerusalemme nordica”, e una Maddalena impellicciata con lieve scollatura, ad indicare, per l’appunto, il suo passato libertino. Ma altro momento di singolare interesse è la “Maddalena Gerini” del Guercino, un dipinto “ritrovato”, «un pezzo che piace altro non respirando che la pietà […] non è capace che di far nascere eccellenti e salutevoli pensieri […] provoca riflessioni spirituali e gesti di rincrescimento né il sentimento del pentimento possono essere portati a più sublime grado di perfezione» come scriveva il Marchese Gerini nel 1759). Grazie alle cure costanti e gli studi di una storica dell’arte del calibro di Martina Indendaay, autrice per l’appunto di Imprevista grazia. Incontro con Guercino e la Maddalena Gerini ritrovata (Biblion Edizioni). La stessa ricercatrice aveva già illustrato ampiamente le collezioni Gerini in un importante lavoro del 2013: I “migliori pennelli”. I marchesi Gerini mecenati e collezionisti nella Firenze barocca. Il palazzo e la galleria 1600-1825). Una storia affascinante di scomparsa e ritrovamento quella del magnifico dipinto, riassumibile, secondo le parole che accompagnano e riassumono il libro, in questo modo: “Il dipinto raffigurante la Maddalena penitente fu commissionato a Guercino nel 1638 a Cento dal cardinale romano Ciriaco Rocci, in quel periodo legato apostolico a Ferrara, che lo portò con sé a Roma nel 1640. Probabilmente offerto, nel 1644, come dono al cardinale decano Carlo de’ Medici, fu lasciato da quest’ultimo, anni dopo, a Firenze – insieme al san Pietro penitente, suo pendant, commissionato nello stesso periodo – nelle mani del marchese Carlo d’Ottavio Gerini. Nel 1673 la Maddalena è registrata nell’inventario della galleria Gerini sistemata nel palazzo marchionale a Firenze, dove fu custodita fino alla sua vendita nel 1833; facente parte poi della collezione del reverendo John Sanford, il dipinto emigrò in Inghilterra dove, dopo essere stato venduto all’asta nel 1839 a Londra, fece perdere le sue tracce fino alla sua recente ricomparsa, in uno stato piuttosto precario, sul mercato antiquario fiorentino.”

 

Una mostra dunque di estremo interesse. Non è casuale che il più giovane degli Evangelisti, Giovanni, si soffermi più degli altri su Maddalena. Gioventù, curiosità, entusiasmo, passione, amore, che da profano diviene divino, finché il secondo non si separa del tutto, come necessario, dal primo: Noli me tangere! Ma vi è anche qualcosa di molto moderno, nella figura della Maddalena in uno degli apocrifi neotestamentari, il “Vangelo di Maria”, di cui non restano che alcuni frammenti (per la sua traduzione, vd. Il vangelo di Maria. Myriam di Magdala. Vangelo copto del II secolo, Servitium, 2000, opera dell’originale e contestato studioso di apocrifi e presbitero, Jean-Yves Leloup, classe 1950, già cattolico e ora ortodosso, il cui provocatorio L’Absurde et la grâce – a proposito di “grazia”, attende ancora di essere tradotto in italiano).

La Maddalena si fa carico nell’apocrifo di una volontà di evangelizzazione che contempla l’elemento femminile, di contro al maschilismo dei suoi interlocutori. E si mostra anche dotata di un coraggio fermo, che la rende non solo pienamente santa, ma vera avanguardia nell’orizzonte della santità femminile.

I motivi di interesse in questa mostra dunque sono abbondanti.

Maddalena scuote i sensi e l’intelletto, da sempre. Nel mondo dell’arte, la sua rappresentazione non è mai stata facile. Né prima, né dopo la Riforma. L’artista Elisa Rossi ha in mostra un nudo eloquente, conturbante, che compendia tutte queste riflessioni, a partire dall’erotismo che a Maddalena si lega, e che la contrappone alla Vergine: che non conosce l’amore carnale, ma solo quello divino. Eppure sono vicine del dolore, e non solo in quello. Un’opera composta proprio per questa mostra. Meraviglioso, a tacer d’altro, che Maddalena possa essere rappresentata nella sua estrema sensualità, ed eternata magari solo, all’opposto, nella mistica dell’orante, privata quasi di ogni elemento femminile, prosciugata, come nella scultura lignea toscana di Neri di Bicci e Romualdo da Candeli, del 1455, prestito dal Museo della Collegiata di Sant’Andrea di Empoli.

Sono, per l’appunto, i Misteri della Fede – sia detto in tutta libertà teologica – che l’arte cerca di risolvere, disperatamente. Per crearne, finalmente, solo di nuovi. Che magari è la Fede, stavolta, a cercare di risolvere. O dissipare.

Una mostra che immerge nella Carne attraverso una Figura dello Spirito. O nello Spirito, piuttosto, attraverso un’esemplare figura della Carne. Corredata da un ottimo catalogo edito da Cierre.

 

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