La violenza giovanile si previene ricostruendo una comunità capace di educare
Un giovane italiano di ventun anni, in vacanza a Barcellona, viene colpito alla testa all’uscita di una discoteca e finisce in coma. In Calabria, Antonio Perrotta, trentaquattro anni e padre di quattro figli, muore dopo essere stato accerchiato e picchiato nei pressi di un locale.
Sono due immagini tragiche di un’estate nella quale il divertimento sembra talvolta trasformarsi in violenza. Fuori dalle discoteche, nelle piazze e nei luoghi della movida, una parola, uno sguardo o una spinta possono scatenare pestaggi feroci. Alcol e droghe fanno saltare gli ultimi argini; gruppi di giovanissimi occupano gli spazi pubblici cercando di imporre la legge del più forte; l’aggressione diventa spettacolo da filmare e condividere.
I numeri non consentono di minimizzare. Nel luglio 2026 un’operazione contro la criminalità giovanile, condotta in 44 province italiane, ha portato a 539 arresti e 954 denunce. Sono stati sequestrati droga, armi da fuoco e armi bianche e individuati 973 profili social che inneggiavano all’odio e alla violenza.
Sarebbe tuttavia ingiusto trasformare questi dati in un processo contro un’intera generazione. La maggioranza dei giovani studia, lavora, pratica sport, fa volontariato e cerca con fatica il proprio posto nel mondo. Proprio per questo dobbiamo domandarci non soltanto che cosa stia accadendo ai ragazzi, ma che cosa sia accaduto alla società degli adulti.
La sicurezza interviene, l’educazione previene
La risposta più immediata è invocare maggiori controlli, telecamere, forze dell’ordine e pene più severe. Sono strumenti necessari: chi esce la sera deve poter tornare a casa e chi aggredisce o devasta un bene comune deve rispondere delle proprie azioni.
Ma la sicurezza interviene quando il fallimento educativo si è già consumato. Una telecamera può registrare un pestaggio, non insegnare il rispetto. Una pattuglia può interrompere una rissa, non restituire un significato alla vita. Una pena può contenere un comportamento, non colmare il vuoto che lo ha generato.
La famiglia non è scomparsa, ma molte famiglie sono sole, fragili e disorientate. Le comunità si sono frammentate e sono diminuiti i luoghi gratuiti nei quali incontrarsi. Troppi ragazzi possiedono strumenti potentissimi, ma non trovano adulti capaci di aiutarli a comprendere per che cosa valga la pena usarli e, soprattutto, per che cosa valga la pena vivere.
Benedetto XVI aveva parlato profeticamente di una vera «emergenza educativa», provocata da una cultura che induce a dubitare «del valore della persona, del significato della verità e del bene». La risposta, affermava, è «un’educazione che sia innanzitutto testimonianza».
È questo il punto: non basta spiegare ai giovani come dovrebbero vivere. Occorre mostrare loro che un altro modo di vivere è possibile.

Educare al bello, al buono e al vero
Dobbiamo riscoprire la passione di essere educatori. Educare al bello, perché chi incontra la bellezza impara a custodire e non a devastare. Educare al buono, perché l’altro non sia considerato un bersaglio o un nemico, ma un volto e una storia. Educare al vero, perché la libertà non venga confusa con l’arbitrio e il successo con la visibilità.
La scuola è decisiva, ma non può diventare il pronto soccorso di tutte le ferite sociali. Sergio Mattarella l’ha definita «una comunità educante», ricordando però che alla sua cura tutti sono chiamati a concorrere. Servono alleanze reali tra famiglie, istituzioni, associazioni, comunità religiose, sport, cultura, volontariato e mondo del lavoro.
Non protocolli destinati a restare sulla carta, ma una rete quotidiana di adulti credibili e di luoghi realmente abitati.
L’esperienza dei campi estivi, dei Grest, degli oratori, dello sport educativo, dei cammini nella natura e del servizio ai poveri dimostra che questa strada esiste. Quando a un adolescente viene affidata una responsabilità, quando si prende cura di un bambino, visita una persona sola o dona il proprio tempo a chi vive nelle periferie ferite del mondo, scopre che ci si può divertire senza distruggersi ed essere protagonisti senza umiliare gli altri.
Scopre, soprattutto, che la gioia cresce quando viene donata.
Cambiare il clima umano
Papa Leone XIV ha rivolto ai giovani un invito che potrebbe diventare il programma di una nuova stagione educativa: «Abbiate l’audacia di vivere in pienezza». E ha aggiunto: «Non accontentatevi delle apparenze o delle mode».
Il digitale non è il nemico. È uno strumento straordinario per conoscere, comunicare e creare. Ma deve restare un mezzo, non diventare il tribunale che stabilisce il valore di una persona. Dietro ogni profilo esiste un volto; dietro ogni immagine un corpo che può essere ferito; dietro ogni commento una parola capace di costruire o distruggere.
Parliamo giustamente di emergenza ambientale e di cambiamento climatico. Esiste però anche un’emergenza di ecologia sociale: l’inquinamento delle relazioni, l’assuefazione all’insulto, l’aggressività diffusa e la solitudine mascherata da connessione permanente.
È urgente cambiare il clima umano delle nostre città.
Non ci salveranno soltanto cancelli più alti, telecamere più numerose o pene più dure. Ci salverà una comunità che torni a educare al bello, al buono e al vero; una comunità di adulti capaci di riaccendere nei ragazzi il fuoco della gioia autentica.
Perché i giovani non sono il problema dal quale difenderci. Sono la speranza di cui dobbiamo tornare a prenderci cura.
Ma la sicurezza interviene quando il fallimento educativo si è già consumato. Una telecamera può registrare un pestaggio, non insegnare il rispetto. Una pattuglia può interrompere una rissa, non restituire un significato alla vita. Una pena può contenere un comportamento, non colmare il vuoto che lo ha generato.
La famiglia non è scomparsa, ma molte famiglie sono sole, fragili e disorientate. Le comunità si sono frammentate e sono diminuiti i luoghi gratuiti nei quali incontrarsi. Troppi ragazzi possiedono strumenti potentissimi, ma non trovano adulti capaci di aiutarli a comprendere per che cosa valga la pena usarli e, soprattutto, per che cosa valga la pena vivere.
Benedetto XVI aveva parlato profeticamente di una vera «emergenza educativa», provocata da una cultura che induce a dubitare «del valore della persona, del significato della verità e del bene». La risposta, affermava, è «un’educazione che sia innanzitutto testimonianza».
È questo il punto: non basta spiegare ai giovani come dovrebbero vivere. Occorre mostrare loro che un altro modo di vivere è possibile.
Educare al bello, al buono e al vero
Dobbiamo riscoprire la passione di essere educatori. Educare al bello, perché chi incontra la bellezza impara a custodire e non a devastare. Educare al buono, perché l’altro non sia considerato un bersaglio o un nemico, ma un volto e una storia. Educare al vero, perché la libertà non venga confusa con l’arbitrio e il successo con la visibilità.
La scuola è decisiva, ma non può diventare il pronto soccorso di tutte le ferite sociali. Sergio Mattarella l’ha definita «una comunità educante», ricordando però che alla sua cura tutti sono chiamati a concorrere. Servono alleanze reali tra famiglie, istituzioni, associazioni, comunità religiose, sport, cultura, volontariato e mondo del lavoro.
Non protocolli destinati a restare sulla carta, ma una rete quotidiana di adulti credibili e di luoghi realmente abitati.
L’esperienza dei campi estivi, dei Grest, degli oratori, dello sport educativo, dei cammini nella natura e del servizio ai poveri dimostra che questa strada esiste. Quando a un adolescente viene affidata una responsabilità, quando si prende cura di un bambino, visita una persona sola o dona il proprio tempo a chi vive nelle periferie ferite del mondo, scopre che ci si può divertire senza distruggersi ed essere protagonisti senza umiliare gli altri.
Scopre, soprattutto, che la gioia cresce quando viene donata.
Cambiare il clima umano
Papa Leone XIV ha rivolto ai giovani un invito che potrebbe diventare il programma di una nuova stagione educativa: «Abbiate l’audacia di vivere in pienezza». E ha aggiunto: «Non accontentatevi delle apparenze o delle mode».
Il digitale non è il nemico. È uno strumento straordinario per conoscere, comunicare e creare. Ma deve restare un mezzo, non diventare il tribunale che stabilisce il valore di una persona. Dietro ogni profilo esiste un volto; dietro ogni immagine un corpo che può essere ferito; dietro ogni commento una parola capace di costruire o distruggere.
Parliamo giustamente di emergenza ambientale e di cambiamento climatico. Esiste però anche un’emergenza di ecologia sociale: l’inquinamento delle relazioni, l’assuefazione all’insulto, l’aggressività diffusa e la solitudine mascherata da connessione permanente.
È urgente cambiare il clima umano delle nostre città.
Non ci salveranno soltanto cancelli più alti, telecamere più numerose o pene più dure. Ci salverà una comunità che torni a educare al bello, al buono e al vero; una comunità di adulti capaci di riaccendere nei ragazzi il fuoco della gioia autentica.
Perché i giovani non sono il problema dal quale difenderci. Sono la speranza di cui dobbiamo tornare a prenderci cura.

Roberto Luzi, laurato in Scienze religiose presso la Pontificia Università Antonianum Roma, ha una
lunga esperienza di consulente in diverse istituzioni pubbliche e aziende private. Formato nella
spiritualità francescana, ha collaborato e tutt’ora collabora con diverse testate giornalistiche tra le quali:
l’Osservatore Romano, Avvenire, la rivista mensile “Francesco il volto secolare”. È esperto di
intelligenza artificiale in ambito didattico.
