L’apparir del vero. Verismo e lirismo nella pittura veneta a cavallo tra Otto e Novecento: una mostra a Vicenza

Fino al 14 giugno sarà possibile visitare, nello splendido Palazzo Chiericati di Vicenza, la piccola mostra “Pittura del vero in Veneto da Favretto a Beltrame”. La mostra presenta un’amplissima selezione della donazione Colbacchini, in occasione dei 150 anni della fondazione del Museo civico ospitato a Palazzo Chiericati. L’unica, minima pecca di questa mostra: non aver incluso tutte le opere: forse per ragioni di spazio, poiché quelle escluse – presentate nel piccolo catalogo, gratuito, a corredo della mostra – sono davvero poche. Chissà, ne faranno una mostra a sé. Ne varrebbe la pena, sono molto interessanti. Soprattutto quelle di Cesare Laurenti, che comprendono una testa femminile in gesso. Ma anche quelle di genere sacro di Pietro Pajetta, o il veneziano “Rio dell’Agnello” di Giuseppe Miti Zanetti.

Ingresso di Palazzo Chiericati. Foto di Paolo L. Bernardini

Ora, detto questo, chi entri nelle tre piccole sale e percorra il Veneto tra i due secoli attraverso disegni, incisioni, tempere e oli, tutti di dimensioni modeste, non solo si immerge tra i Maestri e i capolavori di una stagione di transizione, ma entra nel Veneto che diviene “italiano”, dopo la lunga parentesi austriaca; e la caduta del sogno di alcuni, non tutti, i seguaci di Daniele Manin, che divinavano un ritorno della Serenissima, oramai impossibile; per deviare poi volenti o nolenti il loro sogno fuori dai tempi in quello “italiano”, ovvero sabaudo, di Cavour e Vittorio Emanuele II. Si immerge nella Storia, prima che nella pittura. Ed è immersione istruttiva, poiché questi Maestri del “vero” ci danno una teoria di piccoli capolavori. Declinato o scomparso il sogno serenissimo, finita la gloria di San Marco nella miseria dei tempi – bui gli ultimi anni austriaci dopo la reazione al sogno del 48, oscuri quelli italiani, costellati da disastri politici ma anche naturali – i Maestri del realismo ci offrono, per la prima volta, forse, nella storia pur vastissima e variegata della pittura veneta, un panorama di povertà, dignitosa, allegra, ma anche disperata, che non ha bisogno del grande telero, della magniloquenza rinascimentale e barocca, e che neppure cerca più tematiche religiose (se non tangenzialmente), legate a committenze aristocratiche ormai decadute. Dunque, vi appaiono i canali privati della retorica di Canaletto, della maniera dei suoi imitatori ottocenteschi, Rubens Santoro, ad esempio: sono i canali dei barchini della povera gente, le calli e i campi pieni di affamati, i volti – come la celebre “ragazza” di Giacomo Favretto, del 1870 (l’anno di Porta Pia, dell’Italia quasi del tutto “unificata”) – pieni di bellezza nascosta, di composta dignità, di echi di allegria e veneta sprezzatura, ma velati, malinconici, con quegli splendidi occhi blu, venetici per eccellenza. Sono i volti di Stefano Novo, di Andrea Favero, di Alessandro Milesi: come se finalmente, dopo secoli di trionfo del ritratto aristocratico, il vero popolo veneziano emergesse, dal profondo della laguna, e volesse farsi vedere, se non ascoltare. La nottola di Minerva che s’alza in volo quando viene la sera, anche se la sera di Venezia era giunta un secolo prima, insieme alla sua lunghissima notte.

I fanciulli che s’azzuffano di Antonio Rotta, sempre del 1870, potrebbero essere napoletani o romani, palermitani o torinesi, si battono per piccole cose, pinzillacchere, quisquilie ma per loro piene di senso. La tavola che li rappresenta è minuscola, e stupiamo quasi che sia ad olio, e non a tempera. E la desolazione si percepisce nelle meravigliose rappresentazioni della laguna, delle barene, della “caligo”, di Cabianca, Bresolin, Ciardi. Nel “Rio della Croce” di Pietro Fragiacomo si celebra la poesia del lavoro, mentre Italico Brass ci fa vedere una Punta della Dogana tutta popolaresca, una processione (per il Redentore, sul ponte improvvisato), con una calca inverosimile di popolani, presi da un antico rito, ma soprattutto, da una antichissima fede. Marius Pictor (Mario de Maria) ci porta nei tristi anni Dieci del Novecento, disegna la “fame”, la “casa di Satana” in città, Emo Mazzetti e Guglielmo Ciardi ci parlano del bellunese e di alpi e alpeggi ancora miserrimi, ancora liberi dal turismo invernale, di cieli pulitissimi e privi di orpelli come la terra stessa, ed i suoi abitanti. Poi, nella collezione vi sono discretissimi momenti esotici. Fausto Zonaro, ad esempio, con la sua città di mare, che non è Genova – piccolo suggerimento per i curatori – ma Smirne: era in Turchia dal 1890, con Elisabetta Pante sua allieva, e vi rimarrà fino al colpo di stato del 1910 che deporrà il Sultano: si ritirerà poi a Sanremo, dove dipingerà, fino alla morte avvenuta nel 1929, squisiti paesaggi liguri. Poi vi è Achille Beltrame con una “scena di mercato al Cairo”, e qui certamente della capitale egiziana si tratta, anche se non sappiamo se il prolifico realizzatore di copertine per “La Domenica del Corriere” (ne fece 4662 nell’arco di 45 anni), nativo di Arzignano, ci sia mai stato.

Curiosamente, il piccolo, dettagliato catalogo che accompagna la mostra ci dice che “Caligo” di Vincenzo Cabianca, del 1901 (tecnica mista su cartoncino) non è esposto. Invece lo è. Per fortuna. È opera di lirismo estremo, “la caligo mattinale” giusta la locuzione data da Alfredo Panzini vi è dipinta come si può dipingere la nebbia nei canali, due gondole procedono affiancate, con un solo rematore, vaghissima l’ombra loro in laguna. In una, forse, due suore, candide. Dove vanno, donde vengono? Le suggestioni, comunque, sono davvero tante. Il disegno di Alessandro Milesi “Bambini che giocano”, ci porta, dagli anni Venti o Trenta in cui fu eseguito, al mondo del fumetto veneto contemporaneo, direttamente: a Milo Manara, a Hugo Pratt. Niente nasce dal nulla. Soprattutto in terra veneta, luogo di tradizioni (onorate) per eccellenza.

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