Per G.Z., vivo frammento di questo mondo
Fino all’11 gennaio 2026 si potrà visitare la mostra “Prampolini Burri. Della Materia”, a Lugano. Vi sono numerosi motivi di interesse per varcare la frontiera elvetica, e godersi le due sale parallele, sotterranee, allestite da Mario Botta, e caratterizzate dal contrasto tra la colorazione delle pareti: bianche quelle per Prampolini, nere quelle per Burri. L’ingresso è gratuito, non è cosa da poco, nella “carissima” Svizzera. Il LAC (Lugano Arte Cultura), il museo sul lungolago che le ospita, compie dieci anni in questo 2015, ed è divenuto un punto di riferimento indispensabile per le arti (musica e teatro compresi) nella felice linea che congiunge Milano a Zurigo, scendendo occasionalmente più in basso (Genova, Firenze?), o salendo verso l’alto, magari a raggiungere Francoforte. Le opere provengono da un’eccellente collezione privata, almeno in gran parte, la Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, e la cura si deve Gabriella Belli e Bruno Corà, mentre non poteva mancare la collaborazione con la benemerita Fondazione Burri di Città di Castello, nata nel 1981, custode di una magnifica eredità. I pannelli e le didascalie sono rigorosamente bilingue. Qualcosa che non si può dare per scontato. Visitando in una splendida giornata di sole autunnale la piccola mostra – circa 50 le opere esposte – dopo aver passeggiato sul lindo, perfetto lungolago, popolato da una varietà di genti e fisiognomiche che ci dicono che ormai la Svizzera italiana non è più la Cenerentola della Confederazione, ma anzi vi giuoca un ruolo ormai primario, e non solo per quel che riguarda l’arte – segnatamente, quella contemporanea – si è indotti a varie riflessioni, mentre la venatura affatto cosmopolita del luogo è ribadita dall’eponimo stesso di questo segmento di lungolago: Antonio Caccia, grandissimo viaggiatore globale (si spinse fino in Siberia, e nel Wild West prima della Guerra di Secessione), medico e uomo di eccellente fama nel secolo suo, l’Ottocento (Caccia morì a Como nel 1875 e chissà forse per questo è inserito nel “Dizionario biografico degli Italiani”: Morcote ove nacque località tra le più dolci del lago Ceresium era già da molto tempo svizzera nel 1806, quando il Caccia vi vide la luce).

Dalla nascita di Prampolini – a Modena, terra d’eccentrici e inquisitori, di incantesimi e fate, da sempre – che cade nel 1894, alla morte di Burri, che si spense a Nizza nel 1995, vi sono 101 anni, quattro generazioni (e un minimo spicchio residuo, frammento quasi materico di un anno solo), in cui l’arte italiana, e non solo italiana, potentemente si trasforma, con l’ansia che proprio la generazione di Prampolini (di solito associato con Balla), degli ultimi scorci del Novecento, sente impellente: farla finita col passato, qualunque sia, immergersi nelle spirali meccaniche e fascinose, nuovissime, del presente. E curiosare nel futuro, per quanto possibile. Non proseguire, ma spezzare. Esperimentare. Anticipare. Artista precoce è Prampolini ma lo fu tutta la sua generazione, fossero filosofi o storici o poeti, e dunque dove i primi tentativi nel solco della tradizione ecco emergere prepotente l’istinto di rottura: il futurismo vissuto nelle sue spirali geometriche, nelle invenzioni concesse dalle linee, nella sua carica elettrica, ma anche – e qui Prampolini fu in parte eccezione – delicatamente erotica, flessuosa, sinuosa. Ammaliante. Si veda la splendida tela “La geometria della voluttà”, del 1922, ma anche “La palestra dei sensi”, dell’anno successivo, legata a doppio filo alla prima: geometrie erotiche, voluttuose, con corredo di champagne e chissà. Sono le opere che aprono la mostra, ancora non “polimateriche”. Siamo lontani – ma non così quanto sembra – dal “Rosso plastica” di Burri del 1964, uno spruzzo di plastica rossa rosa, sconvolta dalla fiamma ossidrica: “plastica e combustione su telaio di legno”. O ancora dal “Nero catrame” del 1950, mistura diabolica di catrame, vinavil, pietra pomice e “olio”, chissà se d’oliva, o d’altro. Insomma, quel cauto uso di materiali allotri e stravaganti iniziato da Prampolini, in maniera più contenuta, quasi timida, esplose in Burri, pioniere anche delle invenzioni monumentali, dell’arte quantitativamente straripante, all’aperto, a coprire magari territori devastati.
Roma li ospitò e nutrì spiritualmente entrambi, a testimonianza dell’apertura della Città Eterna anche nei confronti delle avanguardie (cosa che di solito si attribuisce se mai a Milano). Ed entrambi fino alla fine si mantennero fedeli non tanto all’ideale del Futurismo – quando a Roma morì nel 1956 Prampolini il Futurismo era già storia, per quanto insolitamente lunga fu la sua parabola, per essere un’avanguardia – quanto a quello della sperimentazione: dell’avanguardia, per l’appunto. Giuocarono con la materia, e furono dunque artisti “polimaterici”. Fosse pure plastica bruciata, o tela di sacco lacerata, o materia residuale, d’incerta provenienza.
I piani di lettura sono molti. Certamente, il primato dei due artisti – ma soprattutto del primo – nell’uso di materiale “allotrio” per la creazione artistica; ma non solo questo. E neanche la semplice “provocazione”, che pure portò alla “merda d’artista” di Manzoni, ben nota, del 1961. Che poi nella mia mente inevitabilmente collego colla “Fontana” di Marcel Duchamp, del 1917, tecnicamente non un water closet ma un urinale (quindi le due opere non sono state fatte, per dir così, l’una per l’altra). Certamente, la materia può includere quella organica, e certamente l’idea che una firma (R. Mutt, per Duchamp) possa qualificare e dare valore ad un’opera, è qualcosa di ormai universalmente accettato (ma non del tutto scontato). La tela di sacco è organica, in fondo, ed entrambi gli artisti furono, a diversi stadi della loro vita (più lunga quella di Burri) consapevoli del “peso” della propria firma. Ma in questo percorso secolare, ci vedo, piuttosto, l’emergere della materia come essenza della società italiana in trasformazione: la materia è alla fine quella dell’industria, ciò che rende l’Italia, tardivamente, ma massicciamente, finalmente, una nazione industriale, essendo stata industriosa da sempre (da ben prima che fosse “unita”). Ma occorre anche tener presente l’aspetto estetico, il bello particolarissimo che nasce dalla materia distaccata dal proprio contesto, lacerata, come forma, peculiare, finalmente di rovina. E l’idea di coprire le rovine stesse con i “cretti”, con coperture essere stesse “crepate”. Il cretto infatti è, seconda la definizione corrente (questa la traggo dal sito “Digital”): “I cretti sono una serie di quadrati o rettangoli ricoperti da crepe realizzati ponendo su un pannello di cellotex, materiale isolante e compresso ad uso industriale, una miscela di bianco di zinco e colle viniliche, in alcuni casi unendo anche della terra. Una volta asciugata, la miscela produce le crepe”. Il cellotex: ecco la chiave per comprendere il rapporto, vitale, tra industria e arte. “Celotex”, con una sola L, ci porta ad esempio nel mondo delle coperture industriali e civili americani, l’azienda, notevole e notissima, fu sommersa dallo scandalo dell’abuso di amianto nel 1990, dopo oltre mezzo secolo di vita. Ma il materiale usato da Burri con questo nome è soltanto semplice truciolato di legno per uso, generalmente, industriale.
L’ultima opera esposta è del 1993. Qui Burri usa il poverissimo cellotex insieme alla nobilissima foglia d’oro, insieme all’acrilico nero. L’impatto visivo è fortissimo, anche se l’opera è collocata nella sala “nera”; lo avrebbe avuto ancor maggiore se fosse stata posta nella sala “bianca”, di fianco. Quella riservata al predecessore Prampolini, in questa genealogia poi generalmente riconosciuta dalla critica, anche se le personalità ero alla fine diverse. “Nero e oro” è una grande tela di un metro per oltre un metro e mezzo, di funzione eminentemente decorativa. Qui la materia diviene leggera, aerea. E ricorda quasi la leggerezza geometrica dell’esordio della mostra, le due tele erotico-futuriste di Prampolini. In fondo sono rettangoli sovrapposti e allineati.
Un’immersione nell’evoluzione novecentesca del genio italico, questa raffinata mostra, in questo frammento di mondo, così singolare, così vicino (ma per tanti aspetti, anche così lontano da noi), che è la Svizzera italiana (o, come alcuni la chiamano, l’Italia svizzera).

