A Chiara P.
Novara, 22 e 23 marzo 1849. Il sogno dell’unificazione sull’onda dell’entusiasmo quarantottesco si infrange sulla punta delle baionette austriache. Josef Radetzky ha superato da tempo gli ottanta anni. Eppure, riesce a condurre la battaglia nel migliore dei modi. L’esercito sabaudo non solo è in palese inferiorità numerica, ma si affida a comandanti malamente scelti, incapaci, perfino di parlare italiano. Wojciech Chrzanowski rende poco onore alla bellica nazione polacca, quella che salvò Vienna dagli Ottomani nel 1683, quella che sconfisse i tedeschi a Montecassino, molto tempo dopo. I Savoia lo scelgono come comandante per essere sicuri di perdere, forse. Lo racconta, tra l’altro, Lorenzo del Boca, nel suo libro, tanto provocatorio quanto puntuale, “Savoia boia”, del 2018: di marziale il polacco non aveva neppur l’aspetto: come ci racconta del Boca, «era piccolo, grassottello, con il naso che pareva un attaccapanni, occhialetti spessi come un binocolo». Infatti, viene ricordato soprattutto come geografo. Mai mettere intellettuali sul campo di battaglia! Il genovese Gerolamo Ramorino – che aveva affiancato il tristo comandante straniero nella sciagurata battaglia – e che invece era soldato vero, fu fucilato nella piazza d’armi di Torino per “aver impedito il buon esito di un’operazione militare”. Gli fu concesso l’onore, per dir così, di comandare egli stesso il proprio plotone d’esecuzione. Sogno sublime per ogni aspirante suicida, forse. L’incapace polacco fu però bravissimo nell’evitare, con la fuga, il medesimo destino del genovese. Forse Novara potrebbe dedicare una mostra d’arte anche a tutte le rappresentazioni figurative del prima, del durante, e del dopo battaglia. E dei suoi variopinti protagonisti, contorni e dintorni.
Novara, 17 dicembre 2025. Vi giungo da Como scendendo da Varese, attraverso il maestoso Ticino, prima ancora sfioro Golasecca eponimo della civiltà che segnò l’Insubria agli esordi. Paesaggi solenni e delicati al contempo, tra Lombardia e Piemonte. Lontano, ma ben visibile, l’arco alpino. Una splendida giornata di sole invernale. Nel segno del riscatto di quella battaglia, che ritardò di dodici anni l’unificazione, ma non arrestò un processo ormai inevitabile, la luminosa mostra “L’Italia dei primi italiani. Ritratto di una nazione appena nata”, visitabile fino al 6 aprile 2026. Sembra fatta apposta per dare eco e corrispettivo visuale al “Belpaese” di Stoppani. L’abate di Lecco l’avrebbe visitata volentieri. Forse anche Massimo D’Azeglio – la cui affermazione ho variato ad hoc nel titolo di questo mio articolo – che era, anche, come noto, pittore. L’inventore del “paesaggio istoriato” secondo la bellissima mostra di venti e più anni orsono, presso la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. Forse a D’Azeglio piacevano più i paesaggi che gli esseri umani (compresi gli “italiani”, si sa, che non fossero “piemontesi” o nordici in generale), e dunque qui non avrebbe figurato bene. Visto che al centro di questa mostra vi è l’elemento umano, oltre a quello paesaggistico, ed anzi, il paesaggio deve integrarsi, sempre, con i suoi abitatori, fosse pure un parco pieno di signore borghesi snob e relativi cagnolini, o un anfratto tra alpi e lago popolato da “alpiniste”, ovvero gitanti in abiti assai poco sportivi in luoghi di montagna (e lago) (mi riferisco alla rilassante immagine restituitaci da Achille Befani Fornis nel suo “Alpiniste”, per l’appunto, qui esposto, del 1874). In sette sezioni e circa 80 dipinti la curatrice Elisabetta Chiodini, vicepresidente di METS, che la mostra ha organizzato, ci porta nella realizzazione del sogno di D’Azeglio, in una delle possibili declinazioni: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Fare, ovvero, rappresentare. Dipingere. Esempio di artisti presenti? Nella prima sezione, dedicata a “Un territorio variegato. Vita rurale tra pianure, valli e monti”, troviamo buona parte del gotha della pittura italiana ottocentesca: Telemaco Signorini (1835-1901), Giuseppe De Nittis (1846-1884), Stefano Bruzzi (1835-1911), Giovanni Battista Quadrone (1844-1898), Gugliemo Ciardi (1842-1917), Francesco Paolo Michetti (1851-1929), Angelo Morbelli (1853-1919) (tra i miei preferiti), Carlo Fornara (1861-1978), Achille Tominetti (1848-1917) e Cesare Maggi (1881-1961). E così è anche per le altre sezioni, che sono: 2. “Lo sviluppo costiero della penisola e le attività delle regioni marittime”; 3. “Il volto delle città”; 4. “I riti della borghesia. Il tempo libero in città e in villeggiatura”; 5. “L’arte declinata al femminile”; 6. “L’amore venale”; 7. “Tempi moderni: la vita nelle metropoli”.
Vi è certo una sezione di “arte declinata al femminile”, ma i pittori sono tutti maschi. Non stupisce, nell’Ottocento italiano. L’Italia dell’Ottocento è ancora ampiamente dominata dalla figura maschile, ampiamente agricola, solo tardivamente industriale. Nell’ultima sezione vi è un piccolo quadro raffigurante il porto di Genova, del napoletano Giovanni Pennasilico. È un’opera databile tra 1890 e 1900. Eppure, sullo sfondo i navigli a vela prevalgono ancora abbondantemente sui piroscafi. I “camalli”, gli scaricatori di porto, sono a torso nudo, allo stesso tempo atletici e sofferenti, come avrebbero potuto essere dipinti nel secolo precedente, o perfino nel Seicento. Gli scaricatori in inglese, sia detto per inciso, non sono “unloaders” (come nella traduzione della didascalia qui), ma “longshoremen”, o “dockers”. Sempre controllare le traduzioni! Ciò detto, solo lentamente ci si sottrae dall’agricoltura, e i pittori che dipingono questi primi “italiani” – la maggior parte, senza saperlo, “per sapere di loro bisogno chiedere ad altri”, come ha scritto un Maestro della storia moderna come Adriano Prosperi nel suo libro sui contadini italiani dell’Ottocento –, ne danno un quadro idilliaco, convenzionale, anche se, certamente, luminoso: ed è la luce, la splendida luce italiana e mediterranea, che domina tutta la mostra, a ben vedere: una luce che certo il divisionismo esalta, ma che è ben presente già a metà Ottocento, una luce unica e diffusa, limpida, sulle coste animate da giovani nudi – sensuali, inevitabilmente, nel loro libero congiungersi con le acque, come ne “L’isola dei Ciclopi” di Luigi Steffani, del 1865, maschi e femmine, totalmente nudi. O nel “Monte Tiberio” di Rubens Santoro, del 1880 (Santoro fu il Canaletto dei borghesi, con le sue vedute di Venezia nell’Ottocento, così “cartolina” avant lettre, accattivanti e terse); o ancora nelle “Acquaiole alla Spezia” del veronese Vincenzo Cabianca, del 1864. Ma anche nei quadri che rappresentato il lavoro, come nel candido, accecante “Le lavandaie nell’Ema” del 1884, del livornese Angiolo Tommasi. Dove la fatica è idealizzata, resa, di fatto, quel che non è (e non è mai stata). Se poi sono le campagne e le montagne contrade di purezza, le città che emergono, o piuttosto ri-emergono, prepotentemente, nel panorama italiano, sono i luoghi della dissoluzione, del peccato, perfino della lue. “Lues” in latino in fondo significa disfacimento, distruzione, calamità, e le città – che pure portano finalmente ricchezza all’Italia unita sì, ma in piena crisi agricola per una serie di fattori – sono i luoghi ove essa trionfa. Ancora, l’alessandrino Angelo Morbelli ci rende una prostituta minorenne nel suo letto che può essere al contempo quello di morte e quello del piacere – di un piacere che conduce, inevitabilmente, qui, alla morte – in una tela, davvero straordinaria, che ha due versioni. Quella originaria, e quella divisionista, animata quest’ultima da una luce veramente febbrile, che rende bene, innanzi tutto, la malattia stessa, riflesso e conseguenza del peccato. Il titolo, “Venduta!”, con tanto di punto esclamativo, è comune alle due tele, una del 1884, l’altra quella del 1897. Il riferimento a Paolo Valera e alle sue descrizioni di Milano-Babilonia (ma ora è molto peggio, o molto meglio, a seconda dei punti di vista) è d’obbligo, “capitale morale” e “capitale immorale (o di immoralità)”, allo stesso tempo. L’industria e i commerci, anche carnali. Naturalmente. La bimba forse morente, attonita, stordita, forse in preda all’assenzio o all’oppio, poco ci dice dei piaceri che ha venduto, vittima di un traffico estesissimo. Quadri di denuncia? Opere compiaciute? Omaggio alla pedofilia, peggio, alla necrofilia? Sempre difficile dire, con Morbelli. Che a Milano si spense nel 1919, lui che proveniva dalla campagna alessandrina. Era sordo. Chissà che questo non gli abbia acuito gli altri sensi, compreso quello morale. E anche quello patriottico: il suo “In battello sul lago Maggiore”, del 1915, ha ben visibile un tricolore, a poppa del naviglio. L’Italia entra in guerra in quell’anno, si sa. E il battello viaggia verso Nord, si vede, verso la parte svizzera del secondo lago italiano. Per caso? Una mostra che celebra non solo il paesaggio italiano, ma la sua borghesia, che è la principale committente, proprio di paesaggi, oltre che di ritratti e soprattutto autoritratti.
Il secolo borghese per eccellenza, come ben ha raccontato Peter Gay, ha necessità di nuove opere d’arte per i suoi moltiplicati salotti, salotti sempre più spesso privi di aristocrazia, ma non di aristocratiche ambizioni. Ettore Tito dipinge una “amazzone”, nel 1906, che è insieme aristocratica e borghese, bella e altera, con un levriero russo (moda dei tempi) (tempi in cui la Russia era e si sentiva ancora pienamente “europea” e almeno in parte “occidentale”), mentre Giuseppe de Sanctis ci parla della nobilissima (tuttora) borghesia napoletana, nella tela del 1895, “Nel parco della villa comunale di Napoli”. “Tutto è gioia”, recita una vivace scena d’insieme del milanese Leonardo Bazzaro del 1899 (l’anno prima, a maggio, Bava Beccaris aveva massacrato i dimostranti a Milano con singolare ferocia, più o meno appoggiato dal re, che per questo verrà assassinato da Bresci a Monza nel luglio 1900) (non c’era molto da gioire nell’Italia a cavaliere dei due secoli, ma tant’è). Pompeo Mariani ci rende in “Sussurri”, dei primi anni del secolo nuovo, una mirabile scena di salotto muliebre, la borghesia si rinnova, si rende industriale, ma nel frattempo si sviluppa anche l’edilizia popolare, le “case di ringhiera”, e una ce la racconta splendidamente, con ritratto di bimba poveretta e angosciata in primo piano, Luigi Rossi, nativo di Lugano, in quel capolavoro di verismo pittorico che è “Alveare”, del 1910-12. Italo Nunes Vais ci racconta invece, novello Hayez, un bacio a fior di labbra, intenso, ma tra due donne (così sembra), però, di cui una sul treno, che, come il milite di Hayez, sta per partire, anche se non per la guerra, ovviamente. “Ancora un bacio”, del 1885. Ci racconta di libertà sessuale (forse, forse solo è un semplice bacio d’addio o arrivederci tra amiche, o forse la signora sul treno è un uomo, con tratti vagamente femminili), ma anche di ferrovie che uniscono l’Italia ben più di quanto non lo faccia il “comune sentire” nazionale, che forse non è mai esistito.
Il 20 luglio 1893 l’anarchico Pietro Rigosi cerca di deviare un treno in corsa per causare una strage, che non avverrà perché per fortuna la locomotiva sarà deviata nei pressi della stazione di Bologna su un binario morto: lo racconta Francesco Guccini in una delle sue canzoni più celebri, “La locomotiva”. Il “treno pieno di signori” (e signore) è simile a quello ben descritto, quasi fotograficamente, da Italo Nunes Vais (mi si consenta la battuta: un pittore che si chiami Italo è comunque perfetto per dipingere un treno). I borghesi partono, mentre comincia a nascere il proletariato urbano: che non si preoccupa di prendere treni “con velluti e ori”, ma di mangiare, soprattutto. Attilio Pusterla in altra tela realista, o verista, ci rende l’animata povertà, o la povera animosità delle “cucine economiche di Porta Nuova”, la tela è del 1887, l’anno prima stavolta dell’impresa di Bava Beccaris, meschina come poche altre. Pusterla, milanese, di umili origini, socialista forse anarchico, è noto soprattutto per questa bellissima tela (poi rielaborata in almeno un’altra versione), che proviene dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano. Alla fine dell’Ottocento partì per il New Jersey, nel 1899, dove invece fece fortuna come pittore murale (mentre dal New Jersey proveniva Gaetano Bresci, che pose fine alla vita di Umberto I l’anno dopo). Fu anche docente alla Leonardo da Vinci Art School di New York (che splendido nome per una scuola), attiva dal 1923 al 1942, fondata da Onorio Ruotolo e dallo scultore massese Attilio Piccirilli (quello del Guglielmo Marconi Memorial di Washington D.C., tra le altre opere, quasi tutte americane). Mirabile, anche, la storia di Porta Nuova, un tempo orti e coltivazioni e boschi, poi trasformata nella seconda metà dell’Ottocento. Cito dal ricco sito Storiemilanesi.org, benemerita iniziativa milanese della Fondazione Adolfo Pini:
“È proprio qui che sorsero, appena oltre i bastioni, gli stabilimenti della Grondona, dell’Elvetica (poi Breda) e della fabbrica di gomma di Giovanni Battista Pirelli. Alloggiare e fornire servizi alla nuova popolazione operaia divenne ben presto una questione urgente a cui l’amministrazione meneghina rispose realizzando il primo complesso di abitazioni per la classe operaia (tra le vie San Fermo, San Marco, Moscova e Montebello) e una serie di architetture assistenziali, come l’edificio dell’Opera Pia delle Cucine Economiche (in via Monte Grappa 8) dell’architetto Luigi Broggi (1883), sulle quali si sarebbe costruita l’identità rinnovata del quartiere. Motore produttivo della città, dai primi anni del Novecento in poi, l’area di porta Nuova assunse un ruolo centrale non solo nell’economia, ma anche nella vita culturale milanese. Nel 1886 venne infatti inaugurato, nella neonata via Principe Umberto (oggi Turati), il Palazzo della Permanente realizzato dall’architetto Luca Beltrami e rinnovato nel secondo dopoguerra su progetto di Pier Giacomo e Achille Castiglioni, con la collaborazione di Luigi Fratino”.
In conclusione, una mostra che merita di essere visitata, anche e soprattutto con l’occhio dello storico (che è quello di colui che scrive). Ma anche goduta: vi sono paesaggi, squarci, prospettive uniche, tutte avvolte, toccate, ravvivate da una luce costante, varia, briosa, allegra anche quando non vi è nulla di allegro da descrivere.
Nel bene, nel male, l’Italia.

