Solitamente, si afferma, da più parti, che l’Impero incaico fu il maggiore ed il più duraturo, tra quelli di area meso-americana. In realtà, esso venne fondato soltanto intorno al XIV secolo, per poi raggiungere, nelle zone andine, la propria massima espansione – politica, militare e culturale – dopo la metà del Quattrocento, quando Túpac Yupanqui sconfisse ed annientò la città di Chan Chan. Essa era stata in precedenza la capitale di un Impero, ancora più antico e grandioso, vale a dire quello dei Chimu, esteso geograficamente tra Perù, odierno Cile e spazi interni dell’America meridionale. Per lungo tempo, la civiltà dei Chimu – affascinante e misteriosa, un vero rompicapo per i paleontologi, gli storici e gli archeologi, stanti le sue remotissime origini perse fra le nebbie di miti e leggende – è stata oggetto solo di studi frammentari e fra loro slegati. Con la pubblicazione, da parte di Iduna di Milano, della traduzione dell’ottimo e interessantissimo saggio di Marcel Homet, Prima degli Inca. L’Impero dei Chimu (2025), abbiamo finalmente a disposizione un quadro e una ricostruzione ampi ed organici, se non esaustivi (i misteri restano, specie circa culti, riti e cerimonie religiose Chimu), quantomeno capaci di illuminare molte zone della storia rimaste sinora in ombra.
I Chimu erano stanziati presso il Regno di Chimor (da certe certe grafie indicato, anche, come Chimon), in Valle Moche. Il fatto che il loro vasto, potente e longevo Impero sia stato conquistato dagli Incas mezzo secolo prima dell’arrivo effettivo dei Conquistadores ha contribuito a fare calare molti veli su questa altrimenti importante pagina di storia culturale e antropologica meso-americana precedente l’avvento dell’età moderna. I primi cronisti spagnoli ebbero, comunque, la possibilità di raccogliere alcune testimonianze, orali e materiali, circa la vita quotidiana del popolo Chimu, prima della conquista incaica e dell’arrivo degli Europei. Una frontiera perduta e ritrovata da Homet.
La capitale Chimu – Chan Chan, come detto – era in realtà una successione fortificata di dieci cittadelle militari, rette da altrettanti monarchi della dinastia meso-americana. Le pareti dei palazzi reali erano decorate con bassorilievi in argilla, a tema in prevalenza mitologico e zoomorfo, soltanto in misura minore floreale: espressione, architettonica ed artistica, di una tradizione religiose che, sia pure sotto la dominazione degli Incas dalla metà del XV secolo, non venne mai meno. La civiltà dei Chimu, a sua volta, era sorta da quella a lei precedente ed ancora più misteriosa dei Moche, di cui si sa pochissimo e solo attraverso poche fonti indirette (specie pitture rupestri di epoca preistorica).
I Chimu erano particolarmente abili nella lavorazione della ceramica monocromatica, dell’oro – un aspetto che attrasse, inevitabilmente e non poco, i bramosi appetiti dei conquistadores mandati da Madrid – dell’argento, e del rame (John Rowe, The Kingdom of Chimor, in Acta Americana, VII, 1948, pp. 2-27). Significativamente, le elaborate e ricercate ceramiche dei Chimu riproducevano la forma di creature, fantastiche ed inquietanti, rappresentate in forma bizzarramente antropoide. Altre decorazioni riguardavano armi ed armature, per lo più di colore nero assai lucido. I manufatti erano, da loro, cotti ad elevate temperature, in appositi forni chiusi. I Chimu produssero, altresì, una ingens sylva di vasellame: recipienti globulari e di forma quadrata, nuovamente a tema zoomorfo; singolari figure a metà strada tra uomini ed animali (spesso di ambiente marino, non diversamente da lontane tradizioni mitologico-religiose, come quelle polinesiane prima dell’arrivo degli europei). Accanto ai vasi, i Chimu si distinsero per la accurata fabbricazione di maschere funerarie, in oro, da loro poste, direttamente, sul viso del morto (indizio, forse, di cerimonie funebri molto elaborate). Sappiamo poi delle loro attività tessili da ritrovamenti archeologici, effettuati a seguito di scavi presso le tombe e i tumuli Chimu: anche qui, era assai ricercato il livello artistico-decorativo, con broccati e tessuti, di tipologia, talvolta, anche damascata. Ancora più rilevanti erano, inoltre, i loro raffinati mosaici di piume, policromi ed elaborati a fini senz’altro cerimoniali.
La civiltà Chimu era pertanto avanzatissima, sul piano da un lato politico-militare e dall’altro culturale. Si distinsero nel campo delle strategie belliche (costruzione di centri militari fortificati) ed in quello di un oscuro ritualismo religioso presso piramidi (simili ma non uguali alle altre del Meso-America) e zone cimiteriali. Le aree di sepoltura erano separate da ampi giardini ed alte mura, quasi uno spazio cultuale a sé. Sul versante delle tecniche di coltivazione, i Chimu impiantarono opere di irrigazione su appositi terrazzamenti agricoli, mentre sul fronte idraulico progettarono e costruirono un complesso ed articolato sistema architettonico di acquedotti che collegava centri e periferie. Essi dovettero quindi possedere precocissime e non comuni capacità ingegneristiche.
Quello dei Chimu era naturalmente un idioma precolombiano, presto estintosi dopo l’arrivo di conquistadores dalla Spagna. Sappiamo comunque – soprattutto da memorie e diari dei missionari – che vivevano anche di artigianato locale e di pesca, oltre ad essere esperti metallurgi, con eccellenti cognizioni tecnico-scientifiche riguardo ai procedimenti di estrazione dei minerali. Nei loro territori – per lo più desertici ed assolati, sia pure con diverse oasi qua e là – vi erano, infatti, cave e miniere, dove i Chimu misero alla prova con frutto la propria scienza. Quest’ultima era soprattutto idraulica, metallurgica ed agricola. In un Impero esteso oltre mille chilometri, non possiamo poi escludere che molte loro produzioni venissero altresì esportate o comunque circolassero ampiamente.
Sul versante dei culti religiosi e del relativo apparato rituale, l’Impero Chimu era una sorta di selenocrazia: le pratiche religiose erano, di fatti, fondate su un arcaico ed antichissimo culto lunare, non troppo dissimile da quello celtico-druidico nella Britannia nord-occidentale. Le divinità Chimu presiedevano ai fenomeni atmosferici e naturali. Il culto solare era presente, ma meno radicato: esso veniva associato all’uso rituale di alcune pietre particolari, rappresentanti antichi dèi marini, come il Dagon mesopotamico, di Assiri e Babilonesi, dai Chimu associati alla navigazione in acque ignote e bui abissi oceanici. L’arte nautica veniva, a sua volta, praticata dai Chimu con buone conoscenze di tipo astronomico: le Pleiadi erano da loro impiegate come punto di riferimento per il calendario e lo studio scientifico-religioso (congiuntamente) del trascorrere del tempo. Gli storici della scienza ne hanno parlato troppo di rado: occorre che ritornino a dialogare con quelli delle religioni, dei sistemi mitologici e delle tradizioni etnografiche, oltre che ovviamente con gli archeologi. Questi ultimi, fra l’altro, hanno rinvenuto nelle terre dell’Impero Chimu prove concrete di cruente cerimonie sacre, di riti ancestrali avvenuti circa cinque secoli e mezzo fa, miranti ad invocare la fertilità del suolo – sul tipo del Baal fenicio – e la clemenza delle acque marine, dopo una immensa inondazione.
Davvero, il ricordo di un Diluvio universale è presente e rintracciabile in ogni credenza religiosa, non importa a quale latitudine. I riti sacrificali della civiltà Chimu rimangono, ad ogni modo, ancora un mistero, storiografico e culturale, perlomeno sino a nuovi auspicabili ritrovamenti archeologici. Solamente in tal modo le frontiere di preistoria e storia potranno essere meglio conosciute ed approfondite, con il dovuto dettaglio accademico-erudito. Servono dunque ulteriori lavori di scavo, in ogni senso.

