L’incantesimo degli Euganei nelle foto di Francesco Munaro

«…il crinale che i passi miei sostiene…»

La Sala della Gran Guardia del Palazzo dei Signori con le foto della mostra. Foto di P.L. Bernardini

Nella Sala della Gran Guardia a Palazzo dei Signori nel cuore di Padova – di per sé, una sfilata di capolavori – fino al 13 settembre, con ingresso gratuito, è possibile visitare una bella mostra fotografica, “Terre Euganee” di Francesco Munaro, fotografo di Monselice di fama nazionale e internazionale; 37 – se ho contato bene – immagini in bianco e nero, raffinatissime, che colgono alcuni aspetti dell’anima euganea, e seguono idealmente la serie dedicata dal medesimo artista, qualche anno fa, alla laguna di Venezia. Poiché sono i due ambienti veneti ove vivo (e che egualmente amo), dividendomi quasi equamente tra di essi, non posso che rallegrarmi che l’UNESCO abbia conferito al territorio euganeo la patente di biosfera particolare, nel luglio 2024, il titolo di Patrimonio MAB-UNESCO, per l’appunto, cosa che è passata quasi del tutto inosservata, o quantomeno non è stata sufficientemente posta in rilievo. Riconoscimento però che dà ulteriore risalto ad un territorio peculiare; peculiare come lo sono a loro modo la laguna, del resto, o i Berici, o l’Altopiano di Asiago, insomma tutte quelle eccentricità geografiche, per dir così, che fanno del Veneto una delle regioni al mondo con maggior diversità orografica, e territoriale; come i Berici, gli Euganei non sono Prealpi, non sono colline che anticipano elevazioni maggiori, non appartengono seppur distaccate alle catene montuose elevate come le Dolomiti. Sorgono, come l’acme giovanile sulla pelle delle belle fanciulle, dal nulla, escrescenze vulcaniche, e la pianura circonda gli Euganei; sono 81 colli, in un territorio che si può estendere oltre gli stessi, come ha fatto l’UNESCO, per raggiungere i 341 kmq (la riserva della biosfera UNESCO), o i quasi 197 del Parco Regionale Colli Euganei. Insomma, un territorio meno facilmente circoscrivibile rispetto alla laguna di Venezia, con i suoi 544 kmq, 4o in più rispetto all’altipiano di Asiago: lo spazio dei Sette Comuni copre infatti 500 kmq, rendendo l’altopiano – a questa altitudine – il maggiore per estensione non solo d’Italia, ma di tutta Europa. Il parallelogramma incerto dei Colli Berici copre 150 kmq, il Parco Naturale Colli Berici invece ne comprende 165. Tutte aree relativamente limitate ma non in assoluto.

Con il maggior bacino termale d’Europa, gli Euganei sono davvero ampiamente antropizzati; meta turistica ben nota al mondo, luogo di romitaggio e d’affollamento allo stesso tempo. Il romitaggio (anche solo per rimanere in ambito laico) ha radice antiche: la prima “villa veneta” è forse la dimora che si scelse Petrarca ad Arquà a metà Trecento, ove ospitò Boccaccio, e che Vittorio Sgarbi scelse per iniziare il documentario fatto con la sorella dedicato alle ville venete (e villa Selvatico sul Colle di Sant’Elena a Battaglia Terme conclude la rassegna); i colli Euganei ne contano molti. Così come conta l’eccezione alla regola della villa veneta che è il castello, e il Catajo è rappresentato qui in tutta la sua maestà marziale da Munaro, così come una languida, nebbiosa veduta di Arquà ci ricorda perché Petrarca la scelse per ultima dimora. Ma Munaro ama la Natura, gli alberi, i boschi, tutto quello che attrasse l’Ortis, il quale decise – per Foscolo – di morire in mezzo a quella natura amabile dopo che l’umanità lo aveva tradito, la Storia deluso. Shelley vi scrisse celebri versi, che magari alludono a mari lontani, a scenari ben diversi da quelli morbidi e quieti (ma inquietanti abbastanza, invitano ancora, purtroppo, a tragiche morti volontarie di giovani, ad esempio), anche se i versi sono bellissimi, a dir il vero, nel loro estremo afflato romantico (citiamone allora alcuni):

On the beach of a Northern sea

Which tempests shake eternally,

As once the wretch there lay to sleep,

Lies a solitary heap,

One white skull and seven dry bones,

On the margin of the stones,

Where a few gray rushes stand,

Boundaries of the sea and land…

Boschi, passeggiate, crinali, come quello citato nel titolo del mio intervento, dalla celebre poesia di Zanzotto del 1962. Ma anche ruderi, croci lapidee isolate, con scritte di ammonizione (“Stat Crux, dum volvitur orbis”…), poi monasteri, come San Daniele, e abbazie benedettine come Praglia, famosa in tutto in mondo, che ci ricordano tra l’altro – continuando a produrre ottimi vini, balsami, mieli e profumi, tra l’altro –, come le abbazie benedettine siano, come complesso produttivo, e politico-amministrativo, oltre che religioso, alla base dell’industrializzazione e globalizzazione, alla faccia del Medioevo dei “secoli bui” (o della tristemente ripetuta, falsa nozione che il “capitalismo” sia nato dalla Riforma protestante) . Per quel che riguarda i “secoli bui”, buie sono solo le menti che si ostinano a chiamarli tali, per compiacere un pubblico che ritengono ignorante, ma che lo è molto meno di loro.

Munaro ci guida e affascina attraverso il bianco e nero, che egli stesso ammette essere una finzione, perché noi vediamo a colori. Eppure le infinite sfumature di grigio – nel loro inevitabile, ma non banale lirismo – ci consentono di vedere e capire molto; anche di un territorio antropizzato da secoli (ma qui non appaiono quasi umani), eppure ancor ampiamente vergine, patria di olio e vino, e tante altre colture, di ottimi ristoranti e agriturismi, di ville venete straordinariamente eccentriche come quella dei Vescovi, a Luvigliano; tardive e manieristiche come villa Draghi a Montegrotto, oppure note soprattutto per i loro annessi, i meravigliosi giardini che rendono noto al mondo il complesso di Valsanzibio. I Barbarigo, della miglior nobiltà veneziana, terminarono solo a fine Seicento lo splendido giardino. Erano gli anni dell’ultima gloria serenissima, con Morosini che conquistava la Morea (tenuta per poco) per riscattare Venezia dalla perdita di Creta, dopo un assedio di venti anni (il doppio di quello di Troia), mentre la scelta (obbligata) della neutralità nella guerra di successione spagnola segnava, per forza, l’inizio della fine. Venezia è in Europa ma non più “europea” – posto che lo sia mai davvero stata – ma i grandi terranno ben conto, nel tempo, della sua scelta ambigua. Lo avevano iniziato da tempo, come ex-voto per ringraziar Dio d’esser scampati alla peste – nel 1630 e 1631 si erano ritirati proprio qui, nelle loro terre euganee – ma venne completato nell’arco di decenni. San Gregorio Barbarigo, Luigi Bernini: figure stellari intorno a questo giardino paradisiaco e alla sua complessa trama allegorica. Nel cuore degli Euganei.

Munaro però è attento soprattutto alla divinità della Natura, che vive in questi luoghi ben prima di ogni insediamento umano. Una natura complessa, talvolta minacciata, ricca di attrattive per la produttività umana, dall’agricoltura, alle miniere e cave, in parte abbondonate (ma non del tutto, ancora si produce la trachite, roccia naturalmente vulcanica ottima per pavimentazioni esterne: singolare la variante di Zovon di Vo’, che prende il simpatico nome di “zovonite”), alla produzione di ceramica, eccellente prerogativa dei veneti antichi. Gli Euganei hanno una dolcezza tutta loro, sono attraversati da sentieri che non invitano alla prestazione fisica, ma alla meditazione. Da tutte le loro cime si osserva la pianura che li minaccia e al contempo li protegge. E rassicura il viandante: la potrà sempre raggiungere con estrema facilità, e una punta di malinconia.

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