La figura di Thomas Jefferson (1743-1826), comprensibilmente, è stata sempre considerata in ottica di storia politica. Lo statista americano, si sa, è stato il terzo presidente degli Stati Uniti – per due mandati consecutivi, dal 1801 al 1809 – e uno dei founding fathers della nazione. Meno si è parlato del Jefferson uomo di scienza e architetto, illuminista e viaggiatore, massone e intellettuale. Fondatore della Università della Virginia, a Charlottesville, e uomo di cultura dalla personalità poliedrica, Jefferson, figlio di un pioniere di origini gallesi, nacque a Shadwell, nella Contea di Albemarle. Fece studi classici di greco e latino, nonché di lingua e letteratura francese. A partire dal 1760, egli frequentò il William and Mary College, approfondendo le scienze fisiche e matematiche. Sin dalla gioventù amò moltissimo quelle che nell’Alto Evo erano state le discipline del quadrivio (aritmetica, geometria, musica ed astronomia). Jefferson iniziò, altresì, presto a mettere insieme una ricca e corposa biblioteca di libri europei, con opere anche di musicisti barocchi italiani (Corelli e Geminiani su tutti).
I punti di riferimento scientifici e culturali di Jefferson furono gli inglesi Bacone, Locke e Newton, le sue convinzioni ideali quelle dell’Illuminismo britannico settecentesco. Anglicano, in gioventù, in seguito Jefferson passò alla Chiesa episcopale di origine scozzese. Il suo cristianesimo era quello dei deisti e protestanti radicali, incentrato sul Gesù dei Vangeli, e su uno studio non letterale della Bibbia, lontano illuministicamente da superstizioni e fanatismi religiosi. Avversario tenace del calvinismo, che era stata una delle matrici storico-teologiche del primo puritanesimo americano, nonché del soprannaturale, Jefferson aderiva in sostanza ad una religione naturale di stampo razionalista, prossima al newtonianesimo voltairiano. Uomo di scienza e di lettere – come tantissimi enciclopedisti settecenteschi, devoti, insieme, a Minerva e a Venere – dal 1780 Jefferson divenne membro della American Philosophical Society (fondata quasi quattro decenni prima da Franklin), di cui fu presidente dal 1797 al 1815. Inoltre fu un autentico pioniere dell’archeologia in America, con ricerche erudite e scavi sul campo presso tumuli e tombe indiane, in Virginia. Seppe unire poi botanica e nascente geologia, impiegando tra i primi – fu di fatto l’alfiere della biologia americana – il metodo dendrologico nello studio dell’età degli alberi che si trovavano sui tumuli sovrastanti le sepolture dei nativi. Interessatissimo alle applicazioni scientifiche e alle nuove tecnologie, Jefferson rivolse le proprie notevoli competenze architettoniche e nella costruzione dell’edificio dell’Università della Virginia e nella progettazione del Campidoglio, a Richmond. In architettura, il suo stile fu il primo autenticamente statunitense dopo il periodo coloniale, ispirato ad una rivisitazione autonoma ed indipendente dei modelli inglesi del classicismo georgiano. Abile costruttore di macchine e strumenti, sulla scia di Franklin, Jefferson fu inoltre un inventore e tecnico di vaglia: fabbricò un cifrario meccanico a rulli e ruote idrauliche (il Wheel Cypher) e un poligrafo, utile a facilitare i commerci epistolari (che restano le massime fonti a disposizione dello storico, ricordiamolo, per studiare il XVIII secolo, insieme alle biblioteche private: quella jeffersoniana vantava allora oltre il doppio dei volumi conservati nella Library of Congress di Washington, istituita il 24 aprile 1800, sotto la presidenza di John Adams).
Nel campo delle tecniche e delle scienze applicative, Jefferson favorì per un verso quelle agricole e per un altro seppe, tuttavia, presagire l’importanza crescente che andavano assumendo i procedimenti manifatturieri ed industriali, come quelli anglo-britannici di fine Settecento, legati, a loro volta, ai complessi dell’esercito e della marina. In Virginia, appassionato naturalista, Jefferson cercò anche di avviare una razionalizzazione e una modernizzazione della viticoltura. Convinto da Franklin e dal mercante e comune amico Thomas Adams, ad inizio settembre del 1773 arrivò in Virginia Filippo Mazzei (1730-1816) – agricoltore toscano, medico ed agente segreto della diplomazia settecentesca – diretto alla Contea di Augusta, dove l’Assemblea legislativa della Virginia gli aveva promesso alcune terre. Sbarcati in Nord America, Mazzei e Adams si fermarono lungo la strada a Monticello, la tenuta di campagna progettata e fatta costruire dallo stesso Jefferson. Questi convinse Mazzei a divenire suo vicino, donandogli quasi duecento acri di terreno, a sud di Monticello, nelle attuali Vineyards. Nel 1774, Mazzei acquistò ulteriori appezzamenti da Edward Carter, di oltre duecentottanta acri, per dissodare la terra e piantare viti e coltivare uva. Proprio nel 1774, uscì, anche, la prima opera jeffersoniana, la Summary View of the Rights of British America, presto seguita dalla Declaration of the Causes and Necessity of Taking Up Arms (1775), dalla famosissima Declaration of Independence (1776), dalle fondamentali Notes on the State of Virginia (1781), dai tecnico-scientifici Plans for Establishing Uniformity, in the Coinage, Weights and Measures of the United States (1790), dall’Essay Towards Facilitating Instruction in the Anglo-Saxon and Modern dialects of the English Language (1796), dal Manual of Parliamentary Practice for the Use of the Senate (1801), dalla deistica e radicaleggiante Life and Morals of Jesus of Nazareth (1819) e dalla a tratti apologetica Autobiography (1821).
Altrettanto importanti sono i poco menzionati Memorandums Taken on a Journey from Paris Into the Southern Parts of France and Northern Italy in the Year 1787, cronaca del basilare viaggio europeo e italiano compiuto da Jefferson nel Vecchio Mondo: un Grand Tour per lui determinante, sul piano sia politico, sia culturale. Il viaggio cominciò nel 1784 e si protrasse sino al 1789. Vide Jefferson soprattutto a Parigi – ove assistette in veste di diplomatico alla Rivoluzione francese, conobbe molti philosophes (tra cui Diderot), ed entrò in Massoneria, accolto dalla Loggia lalandiana Les Neuf Soeurs – con importanti viaggi di studio, nel resto della Francia (dove vivacissima era la vita intellettuale delle accademie scientifiche di provincia, specie in Provenza e in Linguadoca), in Olanda (fu a Rotterdam, Amsterdam e L’Aja), in Prussia (ove ratificò alcuni accordi commerciali), e negli Stati italiani. Arrivato nel Nord Italia, nel marzo 1787, con finalità primariamente scientifiche, attratto, sia dalle antichità classiche ed archeologiche, sia dall’agronomia (soprattutto toscana e lombarda), Jefferson passò, in incognito, il Colle del Tenda ed entrò nel Piemonte sabaudo. Fu a Torino e Vercelli (dove osservò le risaie e le tecniche di coltivazione), Milano (dove vide i lavori frisiani di idraulica fluviale e canalizzazione delle acque), e a Genova, spingendosi, lungo la riviera ligure, sino alla da lui lodata Albenga. Malgrado l’amore per Palladio (l’eroe in architettura di moltissimi dotti inglesi vissuti tra Seicento e Settecento, da Inigo Jones al pastorore presbiteriano scozzese e massone newtoniano James Anderson), all’ambasciatore americano non riuscì peraltro di vedere i territori e i palazzi veneti, né il Pantheon romano, altro suo modello negli studi architettonici.
Scendendo in direzione sud da Milano, e diretto a Genova, Jefferson vide ed apprezzò anche realtà regionali e locali. Il 24 di aprile del 1787, soggiornò a Novi, passando la notte presso l’Albergo della Posta, situato nello storico palazzo, che si affaccia su piazza Dellepiane. Nel contesto del suo viaggio – per lui non solo alla ricerca di rovine del passato ed opere d’arte, ma vera e propria spedizione scientifica, dalla valenza in particolare agricola ed economica – Jefferson studiò in area novese e ligure le tecniche agricole e di irrigazione locali, la produzione viti-vinicola (restando affascinato dal Nebbiolo). A Novi giunse via Voghera e Tortona. I suoi diari di viaggio, così diversi dalle altre memorie del Grand Tour dell’epoca, il futuro presidente degli Stati Uniti annotò, minuziosamente, svariati dettagli tecnico-pratici, sopra Novi e le zone limitrofe, prima di proseguire il giorno seguente, verso Genova, superando gli Appennini, via Voltaggio. Un itinerario geografico che evidenzia una buona conoscenza dei luoghi da attraversare: del resto, dalla fine del secolo XVIII, erano presenti guide per i viaggiatori e stazioni di posta che ne facilitavano i percorsi. Fra l’altro, Jefferson viaggiò in Europa continentale ed in Italia settentrionale soprattutto da curioso interessato a cose nuove ed utili, in linea con i canoni pragmatici della sensibilità del tardo Illuminismo, senza pregiudizi soggettivi o ideologici di sorta.


