«È con la mano, più flessibile della lingua, che tutti gli esseri del mondo hanno cominciato ad agire, poiché hanno cominciato ad agire creandosi». Così diceva Marcel Jousse in una delle lezioni da lui tenute alla Sorbona nel 1941. Il grande antropologo e pedagogista gesuita francese si propose di riscoprire l’autenticità della materia del conoscere, facendosi strada al di là delle schermature di formale astrattezza accumulatesi con l’evoluzione della parola scritta. I risultati delle ricerche da lui condotte presso popolazioni indigene d’America e dell’Africa così come nello scandagliare l’origine parlata dei vangeli, della bibbia, dei testi della tradizione socratica, sono stati da lui pubblicati in poche opere scritte. Preferiva parlare.
La parola scritta, per quanto possa riflettere un pensiero vivo, incatena la persona a forme fossilizzate e dà adito a un susseguirsi di degenerazioni nell’astrattezza che porta lontano dal vigore primigenio ch’è proprio non solo dell’umanità nel suo complesso, ma anche, soprattutto, del bambino. Questo infatti da piccolo vive e comunica con gesti, musica, ritmi che assomigliano tanto ai gesti, alle musiche e ai ritmi che non solo accompagnano, ma sostanziano il lavoro del contadino sulla terra.
Nel pieno trionfo dell’età dell’industria, della catena di montaggio, della macchina – che per giunta si accompagnava ai nuovi imperialismi della prima metà del ‘900 – Jousse ha voluto recuperare appieno il senso della parola parlata e dell’azione manuale quale espressione creativa dell’umanità, capace appunto di costruire sé stessa come accenna nella citazione su riferita. È stato uno tra i più importanti antropologi del XX secolo, e si è dedicato soprattutto all’insegnamento e alla trasmissione verbale delle sue investigazioni e delle sue scoperte.
Il volume “Il contadino come maestro” contiene le trascrizioni di diverse lezioni da lui tenute alla Sorbona tra il 1941 e il ‘43. Vi si ritrova il vigore non scevro di polemica verso il sapere sbiadito e svilito delle consuetudini accademiche: della sedentarietà intellettuale che si alimenta di costrutti sempre più lontani dalla realtà del vivente per involversi in labirinti linguistici tanto specializzati quanto inutili ai fini di una autentica educazione, intesa nel senso proprio del termine e distinto da quello di istruzione.
Era l’epoca dell’occupazione nazista della Francia alla quale si associò l’Italia mussoliniana avviluppata nel grottesco miraggio di resuscitare l’impero romano. È facile supporre che gli appelli di Jousse per un recupero della cultura dei Druidi gallici rispondesse anche alla necessità di rinverdire le tradizioni locali a fronte delle ingerenze straniere.
Ma al di là di quello, il fatto è che pur essendo stato un grandissimo e geniale studioso, Jousse non dimenticò mai le sue origini contadine: le lezioni (sarebbe meglio dire “orazioni”) apprese da sua mamma, che aveva studiato sino alle terza elementare ma che ne aveva forgiato il carattere nella libertà dei campi e nella responsabilità verso la terra e gli animali, quali la capretta che pascolava da bambino. Cullandolo con le nenie contadine che ritroverà anche nelle sagre del villaggio e poi, grazie agli studi compiuti, nelle lettere classiche, nell’aramaico, nell’antico ebraico – purché si guardi alle loro origini fondate sulla trasmissione orale. E nella scoperta di come i vangeli riprendessero i proverbi contadini della Palestina del tempo di Gesù.
Nella bellezza dei canti accompagnati da dondolii ritmici delle tradizioni orali contadine (e omerica come anche evangelica) si riscopre il valore poetico dell’analogia: questa lascia aperto il discorso dell’empatia e dell’apertura al dialogo. Il fatto è che nel discorso articolato in analogie (quali le parabole) l’ascoltatore partecipa attivamente con la propria attenzione così divenendo coautore del messaggio che recepisce.
Proprio come il contadino con l’azione delle proprie mani è coautore delle coltivazioni che la terra genera. La bellezza di questo vasto dialogo creativo è andata persa nell’arzigogolarsi di interpretazioni che si sovrappongono all’autenticità originaria dei messaggi lasciati da chi, come Socrate o Gesù, non volle incamiciare il proprio pensiero in parole scritte.
La si ritrova nelle tradizioni non vittimizzate dalle masse di un sapere incartapecorito. E questo vale per ogni aspetto dal sapere, da quello teologico a quello delle scienze esatte.
Jousse sotto le spoglie del razionalismo, di cui scorge all’orizzonte il tramonto, vede sorgere il recupero della saggezza del contadino, cioè di colui che sa, come l’artigiano, lavorare con la propria mano. E per questo non perde il contatto con la realtà dell’essere umano, dei suoi limiti e delle sue capacità.
Vi sono ripetizioni nelle lezioni trascritte e un incalzare polemico che testimonia il dramma dell’epoca in cui quelle lezioni furono svolte. Ma esse restano più che valide oggi, quando l’impeto dell’astrazione non ha fatto che esaltarsi e allontanarsi ancora di più dalle condizioni di autenticità di vita e di coerenza tra essere umano e natura.
Oggi, quando anche il lavoro del contadino potrebbe essere totalmente rimpiazzato dalle macchine e dai robot, un’opera come questa di Jousse appare tanto più importante per ricordare che l’essere umano mai potrà essere robotizzato.
Il contadino come maestro
Libreria Editrice Fiorentina, pagine 304, euro 18,00

