Madame X e l’indiavolato talento: Boldini a Lucca

“Giovanni Boldini. La seduzione della pittura” ha aperto il 2 dicembre e chiuderà il 2 giugno 2026 alla Cavallerizza di Piazzale Verdi a Lucca, spazio espositivo estremamente razionale anche se decentrato, ai margini delle mura nord-occidentali della soave città toscana, capitale dell’ultimo stato italiano a perdere l’indipendenza, all’indomani della tempesta napoleonica. Per questo giova – se il tempo a disposizione e quello meteorologico lo permettono – percorrerne il perimetro, poco più di quattro chilometri, soffermarsi sugli undici bastioni, e cogliere ora quel che è “intra”, or quel che è “extra” “moenia”. Soprattutto se siamo in una splendida giornata d’autunno, con l’aria lieve e frizzante di una Toscana che sfiora la Liguria, o quasi, e il mare; conviene percorrerle a passo lento, da “promeneur solitaire”, senza farsi prendere dalla smania di quel che ai tempi miei era detto “footing” ed ora è divenuto “jogging”. Altrimenti, non si coglie la loro geometria, che è in verità ottagonale, anche se è un ottagono dagli angoli smussati; le mura vennero terminate nel 1648, all’indomani di un’epoca di guerre e pestilenze; dieci anni dopo la Serenissima terminò la seconda cerchia di quelle di Palmanova, un ottagono stavolta assai più definito, onde fosse, mi si perdoni il giuoco di parole, tetragono (padre Dante…) ostacolo contro le scorrerie ottomane, devastatrici del Friuli, minaccia costante della Cristianità.

Busto di Giovanni Boldini nello spazio espositivo lucchese. Foto di P.L. Bernardini

Ciò detto, Giovanni Boldini.  Un uomo piccolino, non socievolissimo, con un talento immenso. Per lungo tempo l’Ottocento borghese e magniloquente, l’Epoca Bella dell’Italia dei notabili e della Francia repubblicana, finalmente, trionfante e guida del gusto del mondo fu obliato, considerato ottima cosa ma di gusto eccessivo, salottiero, decorativo, “capitalistico”, snob, aristocratico (ché poi le “borghesi” ritratte da Boldini, o immaginate da Boldini, sono in gran parte aristocratiche: l’antico regime terminò tardi se mai lo fece, certo era ancora ben vivo fino alla Prima guerra mondiale, ampiamente anche dopo). Poi, la riscoperta, che proietta proprio Boldini, e i suoi sodali e compagni di strada presenti qui, da Corcos a Fattori a Gelli e diversi altri, nell’attenzione costante dei curatori, e ai vertici dei mercati, con quotazioni forse esorbitanti. Ma reali. La monografica lucchese rende merito alla lunga carriera del ferrarese trapiantato a Parigi in modo degnissimo, forse un po’ didascalico, sono presenti i suoi ben noti capolavori, giustamente valorizzati negli spazi. Le sue donne sono in gran parte “flûte”, ovvero calici (a tromba, per la precisione), piene del miglior champagne, ed ecco il “brio”, e la “grazia”, che De Pisis attribuiva a Boldini. Sono esplosioni di vita ed eleganza, in qualche modo non riproducibili, non vestono abiti da grande magazzino, ma abiti unici, e sono quelli di piume e di sospiri di cui le copre Boldini: che è un grande sarto, prima di tutto. Veste con i colori. “La contessa de Rasty seduta in abito nero”, soavemente sorridente, abile seduttrice, “L’attrice Alice Regnault”, quasi una volpe nelle sue malie femminili, nelle sue forme audaci, col suo sguardo rapace. Per arrivare al nudo puro, eroticamente stuzzicante, di “Dopo il bagno” (con una splendida fanciulla che sembra circondata da lacerti vaghi di abiti pronta ad indossare, ma soprattutto, ancor prima, a scegliere). Un “Ritratto di Signora” anonima – le varie “Madame X”—, con uno sguardo penetrante, intelligente, curioso, i capelli cortissimi, le spalle nude, forti e sensuali allo stesso tempo (questo, a dir il vero, il mio preferito, nelle collezioni di Paola Marzotto).

Una festa per gli occhi, un modo di ritrarre la donna che ne esalta la sensualità in modo da bandire, una volta per tutte, ogni possibile volgarità, ma perfino i volgari pensieri: in questo Boldini fu unico, e la sua dote gli venne giustamente, prontamente riconosciuta. Colui che “affascina, corbella, mette il capo sottosopra”, giusto l’icastica notazione di Diego Martelli. Ardengo Soffici che ne fu grande ammiratore lo disse chiaramente: “Vi è un lampo di vita fuggevole da acchiapparsi al volo, ed egli l’esprime con un frego, in uno svolazzo, in un fiocco…” Ma non solo questo, non solo l’universo femminile, generalmente, ma non sempre, alto-borghese ed aristocratico.

La mostra ci racconta, anche e bene, di un Boldini dipintore di campagne francese, nel suo periodo “goupil”, dal nome della nota “maison” con cui collaborava, e di interni borghesi ma non solo riempiti di vita, di presenze aeree e invisibili, di colori. Vi sono poi i fiabeschi “dragoni a cavallo”, le due splendide, piccole vedute di San Giorgio Maggiore a Venezia, ove in una piccola flotta di navicelle scure compare una specie di fantasma, ovviamente in forma femminile, che s’approccia al capolavoro veneziano del Vasari, la basilica nell’isola del conclave, della Cini, ora. Dei benedettini, prima di tutto. Vi è la natura morta per i Rothschild, quasi una macchia di colore vivissimo, schiacciando l’occhio, con maestria e senso di superiorità, alle scuole interessate: l’espressionismo e l’impressionismo insieme. Vi è poi il profilo secco della fumatrice ne “La tenda rossa”, del 1904: rossa di capelli e incarnato è anche la donna, assorta nel fumo, sognante, forse sofferente. Mentre “La ragazza che si specchia”, nel 1918 – in età già di Futurismo, idealmente quanto più distante si potesse pensare dal Maestro – sembra avvolta da una frenesia tutta alla Marinetti, e con contorno di fiamme, oltretutto.

Vale dunque la pena, davvero, di visitare questa mostra, che, essendo a Lucca, non può che ricordare l’apprendistato boldiniano con i Macchiaioli. Viene da pensare, qui, come Boldini qui avrebbe dipinto una Elisa Bonaparte, sottraendola alla rigidezza intollerabile, ingessata, cui l’hanno condannata i suoi ritrattisti ufficiali, da Kinson alla Benoist. Ma la cronologia del mondo questo non ci ha concesso. Purtroppo. Tiziano Panconi, il principale esperto di Boldini, ha curato una mostra che a lungo sarà un punto di riferimento. In ultimo: per bilanciare, forse, la soverchiante presenza femminile, si sarebbe potuto esporre il più riuscito ritratto di gentiluomo che fece Boldini, quello al dandy, scrittore, e sorta di D’Annunzio francese Robert de Montesquiou. Nel ritratto l’eccentrico gallo, che tra i propri antenati contava D’Artagnan, rimira un bastone da passeggio, che ebbe una storia ben singolare: era stato di proprietà di Edmond de Goncourt, uno dei principali critici del tempo; alla sua morte, passò nelle mani di Salvador Dalì. Chissà dove si trova ora. Certamente, la sua immagine perfetta, immortale, sappiamo dove sia.

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