A Gaza, obbedendo agli ordini del premier Netanyahu, l’esercito e l’aviazione israeliana hanno massacrato alla rinfusa anziani inermi, militanti islamici, bambine, donne e distrutto ospedali, scuole, strade e il 90 per cento degli edifici residenziali. Ma, oltre alle decine di migliaia di vittime palestinesi, la guerra scatenata dopo la mattanza di Hamas del 7 ottobre 2023 ha inferto una ferita profonda anche alla società civile israeliana. Coloro che sono contrari alla pulizia etnica dei palestinesi rappresentano soltanto una piccola minoranza e, finora, non hanno avuto nessun impatto politico. Un segno preoccupante è però che i soldati che combattono o hanno combattuto nella Striscia mostrano un disagio crescente. Sono in aumento i suicidi tra i militari e più di 11mila reduci mostrano i sintomi del Disturbo post-traumatico da stress, tanto da mettere in crisi il sistema sanitario di Tel Aviv.
La fragile tregua imposta da Trump sembra reggere (anche se da quando è iniziata sono stati uccisi quasi 250 palestinesi), ma questo non impedisce a Itamar Ben-Gvir, fanatico estremista di destra e ministro per Sicurezza nazionale, di lanciare appelli per “finire il lavoro” e uccidere o deportare i sopravvissuti di Gaza. Ben-Gvir non sembra preoccupato delle conseguenze della sua richiesta perché gli estremisti religiosi sono esentati dal servizio militare, ma tutti i soldati e riservisti che hanno compiuto o hanno assistito ai massacri ne sono rimasti segnati per sempre. Eliran Mizrahi aveva 40 anni, quattro figli ed era un tipo espansivo, molto presente sui social. Era stato richiamato come riservista l’8 ottobre 2023 e, il giorno successivo, era stato dispiegato a Gaza, dove guidava un’unità di bulldozer D9 che aveva il compito di abbattere case e distruggere i tunnel usati da Hamas. Guy Zaken, l’uomo che lavorava con lui, ha raccontato a una commissione parlamentare che a Gaza quando venivano presi di mira con armi da fuoco correvano via, calpestando centinaia di cadaveri (di palestinesi, ovviamente).
Soli di fronte all’orrore
Dopo 187 giorni di servizio, Eliran è tornato a casa, ma non era più lo stesso uomo di prima. Era sempre nervoso, perdeva facilmente la pazienza, non riusciva più a dormire, aveva continuamente incubi. Nel giugno del 2024, sei mesi dopo il suo ritorno e due giorni prima di rientrare a Gaza, Eliran si è sparato un colpo in testa. Parlando a diverse televisioni israeliane, sua madre Jenny lo ha definito come una persona con un “cuore grande” ma la sua esperienza a Gaza gli «aveva ferito l’anima», aggiungendo che «la sua mente era sempre rimasta a Gaza». Eliran era affetto da un Disturbo post-traumatico da stress (DPTS), come migliaia di altri israeliani e israeliane che hanno partecipato alle operazioni militari, un numero così elevato che le strutture psichiatriche non riescono a smaltire.
L’esercito israeliano che, con tragica ironia, si definisce Israeli Defence Forces (IDF), ha ben presente il problema e dichiara che l’assistenza psicologica ai militari è una priorità tanto che specialisti di salute mentale vengono inviati in tutti i reparti. Tuly Flint, un tenente colonnello della riserva specializzato nella cura dei traumi di guerra, è stato inviato a Gaza per offrire supporto psicologico alle truppe. Alla fine del 2024, dopo aver assistito molti soldati e osservato le terribili sofferenze dei gazawi, Tuly è arrivato alla conclusione che la guerra non aveva alcuno scopo e rappresentava un crimine contro l’umanità. Coerentemente, ha rifiutato qualsiasi ulteriore collaborazione con l’IDF. L’11 agosto 2025, parlando con la giornalista di Sky News Sally Lockwood, Tuly ha detto che all’inizio si è trovato di fronte a semplice stress post-traumatico ma, dopo il secondo mese di guerra, «i soldati hanno iniziato a discutere di quello che succede ai palestinesi. Perfino quelli che non avevano mai sollevato il tema dei diritti dei palestinesi hanno cominciato a parlare del fatto che vedevano corpi di bambini, di anziani, di donne». Questo ha minato la credibilità del governo che continua a negare la carenza di cibo e afferma che le vittime tra i civili sono ridotte al minimo.
Secondo il sito ufficiale del ministero degli Esteri israeliano nell’offensiva seguita all’attacco terroristico di Hamas sono morti 922 militari tra soldati, ufficiali e riservisti, a cui vanno aggiunti 58 poliziotti. Dal 7 ottobre 2023 fino al 3 novembre 2025 sono stati feriti 6.376 militari (950 hanno lesioni gravi). Ma le ferite non visibili sono molto più numerose. Secondo gli specialisti il numero di soldati con stress post-traumatico ha raggiunto un livello senza precedenti. Il Washington Post del 5 ottobre 2025 scrive che dall’inizio della guerra, la più lunga nella storia del Paese, «più di 11mila soldati sono stati ammessi al programma di riabilitazione psicologica del ministero della Difesa. Ma si ritiene che diverse decine di migliaia di reduci abbiano sviluppato la sindrome post-traumatica senza che questa sia stata riconosciuta o si siano fatti interventi». Diversi reduci, distrutti dagli orrori a cui avevano assistito, non hanno retto e si sono tolti la vita. A luglio 2025 sulle prime pagine dei quotidiani israeliani ha fatto scalpore il gesto di un veterano affetto da DPTS che si era ucciso dando fuoco alla propria auto, dopo aver chiesto inutilmente aiuto a un ospedale psichiatrico.
I soldati non sono macchine
Il numero altissimo di vittime civili a Gaza è spiegato dal fatto che, nella prima fase dell’offensiva contro Hamas, venivano usati droni con telecamere per il riconoscimento facciale e, una volta identificato il terrorista, era il sistema gestito dall’intelligenza artificiale che ordinava l’attacco e non teneva in nessun conto le morti collaterali di persone estranee. Il tutto era seguito sui monitor dai tecnici militari che si limitavano a registrare il successo dell’operazione, in modo molto asettico e senza grossi traumi emotivi. Ma avanzare sul terreno a Gaza, anche se con la protezione dei droni e dei carri armati, è tutta un’altra cosa. Certo, si può salvare la pelle, ma si è costretti a vedere i bambini fatti a pezzi, le donne sventrate, le bambole insanguinate e le distruzioni compiute dai cannoneggiamenti e dai bombardamenti aerei. Per chi ha mantenuto un minimo di umanità, assistere a questa devastazione funziona come un veleno a effetto lento (a proposito, quand’è che il governo di Netanyahu si degnerà di concedere il permesso di far entrare la stampa internazionale a Gaza?).
Il governo di Tel Aviv non ha mai reso pubblico alcun dato sui suicidi di reduci, ma diverse fonti giornalistiche concordano sul fatto che l’esercito sta conducendo indagini su 37 casi di persone che hanno prestato servizio nell’esercito e si sono tolte la vita dall’inizio della guerra che, soprattutto per responsabilità di Netanyahu, è durata oltre ogni limite sopportabile. Il numero supera di tre volte quello dei suicidi durante la guerra di Gaza del 2014 che, in ogni caso, durò soltanto 50 giorni. Oltre ai reduci, dobbiamo inserire tra le vittime anche coloro che sono scampati al massacro del 7 ottobre ma non sono riusciti a elaborare la tragedia che ha spento per sempre la loro gioia di vivere. Tra i sopravvissuti del 7 ottobre sono circa una cinquantina quelli che non hanno retto al trauma e si sono tolti la vita. Particolarmente tragico è stato il caso di Shirel Golan, una ragazza che si è suicidata il 20 ottobre 2025, nel giorno del suo ventiduesimo compleanno.
L’attacco terroristico di Hamas e la vendetta spropositata condotta contro i civili gazawi da parte di Israele hanno creato morte e rovina. Trump blatera di investimenti immobiliari nella Striscia e di ricostruzione ma, realisticamente, nessuno è in grado di fare pronostici seri sulla direzione che prenderanno gli eventi. Mentre Gaza è un ammasso polveroso e insanguinato di rovine, il territorio dello stato ebraico è stato sfiorato soltanto marginalmente dal conflitto ma gli israeliani hanno subìto ferite di altro tipo, invisibili e molto più difficili da guarire di quelle fisiche. Se mai Benjamin Netanyahu sarà portato a processo (ma tutto lascia prevedere che non sarà così), dovrebbe rispondere non soltanto della morte di decine di migliaia di gazawi ma anche della ferita profonda che ha inflitto al Paese che, così indegnamente, rappresenta.
(La foto ritrae Eliran Mizrahi, un soldato israeliano di 40 anni che si è suicidato due giorni prima di tornare a Gaza. È stata messa in rete dal militare stesso ed è tratta da un servizio di Sky News dell’11 agosto 2025)

Giornalista pubblicista dal 1990, esperto di politica internazionale, speechwriter, collabora a Frontiere.online e dirige nonsiamounisola.eu. Ha pubblicato il saggio “Shakespeare e l’arte del buon governo”.
