L’abate di Saint-Pierre e le radici settecentesche e illuministiche dell’idea di moderna unione europea

Scrittore e diplomatico, originario della Normandia, nato da famiglia della nobiltà francese, e membro della Académie française, l’abate Charles-Irénée Castel de Saint-Pierre (1658-1743), dopo avere rinunciato alla carriera militare, venne educato agli studi dai Gesuiti, e divenne sacerdote. Nel 1686, giunse a Parigi, legandosi ai nascenti ambienti di opposizione aristocratica alla politica del Re Sole (sempre più votata all’assolutismo, oramai, dopo la revoca dell’Editto di Nantes, e la fine della tolleranza verso le minoranze protestanti): circoli, club e accademie scientifiche, che, destinate poi a farsi grandi nella prima metà del Settecento (grazie soprattutto a figure quali Montesquieu e il conte di Boulainvilliers), fecero da incubatrici sul piano istituzionale, per la genesi e lo sviluppo delle idee illuministiche e la loro penetrazione nei quadri sociali e culturali della Francia d’antico regime.

Mediante le potenti entrature del proprio casato ed un accorto uso delle strategie di patronage, Saint-Pierre entrò nelle grazie della Duchessa Elisabetta Carlotta del Palatinato – moglie di Filippo d’Orléans (fratello di Luigi XIV), e madre quindi del Reggente, dal 1715 – e frequentò con assiduità i salotti letterari di Madame de Lafayette e della Marchesa di Lambert. Entro tali spazi intellettuali, si fece intimo amico del cartesiano Fontenelle (allora il segretario perpetuo della Royale Académie des Sciences parigina), che introdusse nel 1695 Saint-Pierre nel mondo accademico della capitale di Francia. Una nomina peraltro ostacolata da Bossuet, La Bruyère e Boileau e l’intera vicenda fu alle origini della querelle des anciens et des modernes, che – iniziata in Inghilterra, da William Temple – animò la vita accademica francese tra la fine del XVII secolo e i primi decenni del XVIII, aprendo anche attraverso le opere e iniziative di Saint-Pierre le porte ai primi Lumi transalpini.

In veste di segretario dell’abate di Polignac, Saint-Pierre prese parte ai negoziati che nel 1713 portarono alla Pace di Utrecht, ratificata poi in via definitiva a Rastatt l’anno seguente. La stipula di quel trattato pose fine, come noto, alla Guerra di successione spagnola, che, a caro prezzo, era stata voluta dal Re Sole, contro gli Asburgo d’Austria. L’evento – politico, diplomatico, militare – fu una delle maggiori occasioni che indussero Saint-Pierre a pubblicare ad Utrecht, per i tipi di Schouten, il Projet pour rendre la paix perpétuelle en Europe. Si trattò del documento a stampa che fu, di fatto, il primo antesignano – avanzato da un membro illustre della Repubblica delle Lettere, prima e della politica e dell’economia – delle esperienze e dei progetti di integrazione europea e di cooperazione internazionale, in marcato anticipo sulla Santa Alleanza (voluta a Parigi alla fine di settembre 1815, da Russia, Prussia ed Austria, per restaurare e mantenere l’ordine post-napoleonico, sul continente), nonché sui tentativi novecenteschi (e drammaticamente attuali) di creare istituzioni per conservare la pace e la stabilità, in Europa. Un progetto, quello dell’abate, mirante ad evitare ulteriori e nuovi conflitti bellici – e in effetti sul continente non vi furono più guerre, per un ventennio, sino a quella per la successione al trono polacco, scoppiata nel 1733 – prima della stessa Unione europea di oggi, sovente divisa, sul piano della gestione finanziaria e della politica estera. Da tanti, tantissimi, punti di vista non ancora pienamente realizzatisi, questi propositi utopici di una pace perpetua, in Europa, elaborati e messi a punto da parte di Saint-Pierre, vennero innescati, concretamente, da avvenimenti internazionali settecenteschi, i quali, di volta in volta, funsero da motivi ispiratori per le veramente numerosissime riedizioni a stampa del Projet – ripubblicato dal suo Autore, riveduto ed ampliato, già nel 1717 – e legarono indissolubilmente il suo nome, per due secoli, sino ad oggi, alla creazione di una comunità europea capace di prevenire e combattere conflitti e dissidi. Gli argomenti ed i temi di stampo federalista trattati dall’abate di Saint-Pierre sarebbero stati ripresi da scrittori politici e da attori storico-sociali, tra i quali Voltaire, Kant e (molto più confusamente) Rousseau, figli, come lui, d’una cultura delle riforme e della pace di marca prettamente illuminista.

Il Projet dell’abate francese prevedeva la nascita di una istituzione sovra-nazionale, una sorta di union européenne organizzata, sul modello delle accademie scientifiche, sei e settecentesche, alla stregua di un consesso arbitrale di rappresentanti dei singoli Stati, stabilmente insediato, allo scopo di risolvere sul piano giuridico le controversie internazionali, assicurare regole condivise e garantire la pace, sicurezza e stabilità agli Stati membri, secondo le linee guida di una balance of powers che guardava in particolare agli accordi scaturiti dal Trattato di Utrecht, voluto per la Francia soprattutto dal newtoniano e libertino, di area tory, Henry Saint John, il Visconte di Bolingbroke. Le origini di quello che il grande John Pocock ha poi chiamato l’Illuminismo di Utrecht: moderato, latitudinario, aperto ai valori della nuova scienza sperimentale e del riformismo dall’alto. Secondo il Projet, i Re e le Repubbliche europee avrebbero dovuto impegnarsi a cedere una parte della loro sovranità allora quasi assoluta, sottomettendosi a leggi comuni ed a sentenze destinate a sanzionare le violazioni. Un esercito comune – oggi ancora se ne parla molto – costituito con il supporto di ogni nazione avrebbe avuto il compito di garantire la certezza dell’applicazione delle sanzioni e un intervento di ripristino dell’ordine originario in caso di rivolte interne. In cambio i monarchi, oltre a una buona reputazione sul fronte della fama, avrebbero goduto di tutta una serie di vantaggi, spiegati dall’abate, in termini estremamente realistici: una considerevole riduzione delle spese militari – a inizio del Settecento, le dispute sullo standing army nazionale avevano infiammato, a Londra, circoli e giornali, sul versante tanto liberale quanto conservatore – ed una riduzione delle perdite demografiche sia di soldati, sia di popolazioni, soggette alle drammatiche distruzioni sempre recate da ogni guerra, infine un migliore utilizzo della stessa spesa pubblica, da destinarsi alla costruzione di infrastrutture (strade e canali, mercati e nuovi porti per gli scambi delle merci), miranti a sviluppare il commercio e la produzione manifatturiera interna, facendo così circolare uomini e beni, idee e merci. Il modello restava quello, naturalmente, della Repubblica delle Lettere – l’espressione fu coniata da Pierre Bayle nel 1664 – la comunità scientifica di savants e uomini di cultura che, in nome di un sapere condiviso (attraverso il network socio-intellettuale delle accademie), prima della politica, di economia, di moneta e finanza, avevano pensato e praticato un oltremodo dinamico spazio comune europeo.

Saint-Pierre voleva dimostrare che la gloria di un vero e grande sovrano non deve passare per politiche di espansionismo militare, ma per la capacità di sviluppare la ricchezza del proprio popolo, tramite una politica fiscale razionalizzata in termini scientifici, senza dimenticare la magnificenza e stabilità istituzionale della corte. L’assolutismo doveva, in altre parole, sapersi fare illuminato. Non solo: i Re, ai quali Saint-Pierre si rivolgeva nello specifico, avrebbero potuto beneficiare della forza di tale nuova unione europea, al fine di sedare eventuali rivolte interne. La medesima unione di Stati avrebbe rappresentato un certificato di reciproca garanzia, a vantaggio della sicurezza del potere per mezzo dell’istituzione di apposite pratiche giuridico-politiche – le quali dovevano tenere in pugno l’economia e non prendere gli ordini da essa, come avvenuto, successivamente, con l’adozione dello schema liberista – creando un sistema di diritti e doveri di ingerenze, antesignano di quello fissato, un secolo dopo, dalla già menzionata Santa Alleanza degli Imperi centro-orientali. Nel formulare il proprio progetto, l’abate francese tenne fattivamente in considerazione i singoli interessi nazionali e gli equilibri geopolitici e mercantili delle potenze presenti nello scacchiere europeo d’allora.

Negli anni della Reggenza seguita alla morte di Luigi XIV, e pertanto dal 1715 al 1723, Saint-Pierre si dedicò anche ad altri progetti, comunque legati a quello di una pace perpetua, pubblicando la Polysynodie, ou la pluralité des conseils (che parte dal Locke tradotto in francese, ad Amsterdam, da Coste per arrivare a prefigurare la divisione montesquieuviana dei tre poteri). Nella dissertazione il religioso della Normandia avanzò aspre riserve critiche alla trascorsa azione dispotica del Re Sole proponendo la nomina dei ministri da parte di Consigli elettivi. Posizioni che valsero a Saint-Pierre l’ostracismo accademico di molti dotti ed eruditi di Parigi. Continuò, tuttavia, a frequentare i salotti letterari della capitale, prendendo parte, fra l’altro, della creazione del Club de l’Entrosol – da parte dell’abate di Alary, bibliotecario e anglofilo – nel 1724. Il Club proseguiva le attività dell’Académie du Luxembourg, animato fra gli altri da Herbelot, Perrault, d’Argenson e da uomini di scienza, dalla formazione cartesiana. Nell’età del primo Illuminismo francese – stante l’azione di Bolingbroke, di Madame du Deffand e, durante gli anni di Re Luigi XV, della Pompadour – il Club de l’Entresol si affermò come la più matura ed aggiornata esperienza continentale di quelle learned societies sorte a modello delle organizzazioni culturali britanniche coeve. Ne furono soci anche lo scozzese Ramsay – l’amico di Hume e Fénelon, nonché creatore del mito templare in Massoneria – l’ambasciatore del Granducato di Toscana, il cardinale di Fleury, Horace Walpole, Helvétius (di lì a non molto la guida dei più materialisti tra i philosophes), e lo stesso Montesquieu. A contatto con le idee del Club – da lui stesso ispirate ed indirizzate – Saint-Pierre continuò da parte sua a lavorare, con grande costanza e alacremente, ad ulteriori progetti volti ad orientare in direzione riformista ed illuministica l’azione combinata di aristocrazia e clero, pubblicando scritti in favore della amministrazione della giustizia, della ridefinizione del sistema economico-fiscale e delle pratiche pedagogico-educative (dando, qui, un sempre maggiore spazio alla nuova cultura scientifica anglo-europea e al sapere tecnico). Quella in cui credeva l’abate era una Repubblica del merito: egli puntava sulla cooptazione dei migliori, da destinarsi mediante una formazione politica specializzata all’amministrazione pubblica. Progetti dei quali recano traccia le opere di morale e politica, stampate a Rotterdam – già la patria del Réfuge, al tempo dell’ugonotto Pierre Bayle e dei liberi pensatori – da Briasson in più tomi fra 1733 e 1740. È il caso crediamo di ritornare a leggerle, specialmente oggi che l’Europa tratteggiata dal Saint-Pierre affronta sempre nuove sfide, e si interroga sulla propria identità, presente e futura. Una identità che, certo, non può prescindere dalla storia settecentesca dei programmi riformatori illuministici.

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