La chiesa, baricentro della città e anima dell’Occidente

Non si riflette mai abbastanza sulla chiesa – o piuttosto, sulle chiese – intese come baricentro spirituale ma anche fisico delle città europee. E si potrebbe dire, non solo di quelle europee. Ma neppure, a ben vedere, solo della città. Anzi, nel rapporto secolare, forse millenario, tra città e campagna, la chiesa è stata il punto di incontro tra queste due realtà, divenute progressivamente sempre più differenti, sempre più ostili l’una all’altra. Se in città la chiesa, o le chiese – nella sola Roma ve ne sono, di culti e confessioni diverse, almeno 900, e in Italia quelle censite sono 68.000 (ma in realtà includendo le sconsacrate e abbandonate, molte di più) – devono competere con molti altri edifici monumentali, in campagna la chiesa è spesso il centro del paese, e l’edificio maggiore, punto di riferimento di tutta la comunità, luogo di spiritualità, bellezza, e soprattutto incontro. La chiesa non è un condominio di lusso, né una periferia degradata: la chiesa, come la Chiesa comunità spirituale e religiosa da cui prende il nome (Domus Ecclesiae) fa incontrare pezzenti e possidenti, li raccoglie tutti sotto uno stesso tetto, anche se per momenti particolari.

La copertina del volume presenta una vista del campanile nord della Catterale di Colonia: è il simbolo della città e il suo luogo più visitato.

Ora, Leonardo Servadio ha appena pubblicato un libro intrigante e illuminante, L’anima della città europea. Le chiese, il cuore, il volto (Jouvence, pp. 270, € 24), che ci fa riflettere sul significato che le chiese hanno avuto, e mantengono saldo, nella storia europea, dagli albori del Cristianesimo. Non solo nella storia europea, ma in quella urbana di gran parte del mondo: se è vero che anche in città costruite “a tavolino”, dalle città “ideali” rinascimentali come Pienza e Castiglione Olona, fino alla recentissima Brasilia, capitale costruita ex novo del Paese con più cristiani di tutto il nuovo continente, alla chiesa è sempre stata conferita una posizione centrale, il baricentro urbano, in una competizione serrata con i luoghi “laici” per eccellenza, gli uffici pubblici e i grattacieli privati; competizione assente giocoforza nei piccoli paesi, ove il campanile è assai spesso l’edificio più alto: quasi una mano tesa, la mano della comunità dei credenti, a sfiorare un cielo inarrivabile, ma ritenuto repleto della divina presenza. Per lungo tempo i campanili sono stati i grattacieli dell’Occidente, come nella grandiosa cattedrale di Puebla in Messico, per secoli l’edificio più alto di tutto il continente americano. Mentre le chiese storiche d’Europa sono state testimoni dei tempi, di distruzioni e ricostruzioni, saccheggi e devastazioni, e Notre Dame testimonia bene, di un lungo cantiere, di modificazioni di ogni tipo, di orde di giacobini che vi portano a razzolare i maiali, di incendi recenti: ma Notre Dame resiste, la resilienza delle chiese ha qualcosa, per l’appunto, di miracoloso. Insieme alla Tour Eiffel, determina il campo di forze urbano di Parigi. Nella Colonia devastata da centinaia di bombardamenti nella Seconda guerra mondiale solo la grandiosa cattedrale era sopravvissuta, nel 1945, miracolosamente intatta o quasi in un mare allucinante di rovine.

Certamente, esiste il fenomeno delle chiese non officiate, divenute spesso edifici abbandonati, pericolanti, dall’incerto destino, alcune perfino trasformate in “Night Club”: qualcosa su cui occorre interrogarsi, ed agire per preservare, magari non necessariamente ri-consacrare, quegli edifici su cui l’Occidente ha fondato la propria storia, eredi dei templi delle divinità pagane, e magari pronti a mutare Dio nel segno di una comune matrice monoteistica: Santa Sofia a Istanbul che diviene una moschea, la splendida cattedrale di Cordoba che una moschea celeberrima fu, prima di essere riconvertita a chiesa. Mentre l’architettura contemporanea continua a produrre chiese, che magari rendono consapevole della propria fede e riavvicinano a Dio gli architetti che le progettano. Come Mario Botta, per sua esplicita ammissione, il quale di recente ha scritto: «Credo che noi architetti dovremmo sempre attingere ai valori che i luoghi del sacro riescono ancora a trasmettere, perché è attraverso di essi che ho l’impressione di aver individuato le radici profonde e le radici primarie dell’architettura stessa.». Una lezione importante. Come è importante vedere i casi di progettazione religiosa contemporanea, che sono diversi anche in Veneto: Servadio ricorda il nuovo centro parrocchiale progettato per Giavera del Montello, che verrà realizzato a seguito di concorso dal Centro Ave Arte di Loppiano, coordinato da Andrea Tellini. Dove si incontra l’idea di fondo dell’armonizzazione anche urbanistica tra potere secolare e religioso, attraverso la riproposizione dell’affiancamento “discreto” tra i rispettivi edifici che tali poteri rappresentano, ognuno in modo diverso. Forse non tutte le religioni necessitano di templi. Ma senz’altro quella cristiana sì, sul fondamento abramitico. Gesù scaccia i mercanti dal Tempio, forse per incoraggiarli a trovare più vasti mercati, nel mondo, piuttosto che stare tra quattro mura; ma anche per rivendicare il primato spirituale sul mondo materiale, almeno in quel luogo. Anche se poi le chiese sono la testimonianza, assai spesso, della generosità dei privati, ricchi, che ne finanziavano la costruzione, e che poi costruivano altari di famiglia, o donavano opere d’arte. Le chiese furono anche per secoli cimiteri, chissà che non possano tornare ad esserlo.

Questo libro racconta davvero, in modo semplice, una storia straordinaria, e tutt’altro che finita.

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