di Roberto Luzi*
Introduzione
Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale (IA) è emersa come una delle trasformazioni tecnologiche più rilevanti del nostro tempo, tanto da essere definita da Papa Francesco uno “strumento affascinante e tremendo”1. Non si tratta soltanto di un progresso tecnico o scientifico: è un cambiamento profondo che investe cultura, economia, relazioni sociali e, in ultima analisi, la stessa idea di umanità. L’IA apre scenari promettenti per ambiti come la cura, l’educazione, la comunicazione e la giustizia, ma al tempo stesso solleva interrogativi inquietanti legati al controllo, all’esclusione e al rischio di disumanizzazione.
Di fronte a queste sfide, la Chiesa cattolica ha sentito l’esigenza di offrire una riflessione originale, fedele alla sua missione di discernimento storico. Il documento Antiqua et Nova, pubblicato dal Dicastero per la Dottrina della Fede nel gennaio 2025, e l’intervento di Papa Francesco al G7 del giugno 2024, rappresentano due contributi di rilievo per un approccio etico e antropologico all’IA, capaci di coniugare profondità teologica e attenzione concreta al bene comune. Entrambi sottolineano l’importanza di una visione integrale dell’uomo e ribadiscono che la tecnologia, lungi dall’essere neutrale, esprime e influenza l’immagine che l’umanità ha di sé. stessa2.
Questo saggio si propone di offrire una sintesi critica degli orientamenti emersi nel recente Magistero, con particolare attenzione ai fondamenti antropologici ed etici implicati nello sviluppo e nell’uso dell’intelligenza artificiale. L’intento è mostrare come la riflessione cristiana possa contribuire in modo originale e prezioso al dibattito globale, oggi spesso guidato da logiche tecnocratiche, economiche o ideologiche.
1. La tecnologia come espressione dell’apertura dell’uomo all’oltre
L’intelligenza artificiale non rappresenta un fenomeno isolato, ma si inserisce nel lungo cammino dell’inventiva umana, che accompagna la storia fin dalle sue origini. L’essere umano, per natura, è orientato verso ciò che è oltre: non si limita a reagire all’ambiente, ma lo interpreta, lo trasforma, lo rende cultura. È questa la “condizione tecno-umana” di cui parla Papa Francesco, in cui l’intelligenza creativa consente all’uomo di mediare la propria relazione con il mondo attraverso strumenti da lui stesso ideati3.
In tale prospettiva, la tecnologia non è espressione di debolezza, ma testimonianza dell’“ulteriorità” umana rispetto al dato biologico. Essa nasce dalla vocazione a “coltivare e custodire” (Gen 2,15) la terra, in un senso che va oltre l’ambito agricolo o economico, abbracciando anche le dimensioni culturale e spirituale. L’intelligenza applicata alla tecnica si inserisce così in un orizzonte più ampio: “Dio ha dato agli uomini la scienza perché fosse glorificato nelle sue meraviglie” (Sir 38,6), a ricordare che il sapere è dono e responsabilità4.
Tuttavia, questo potenziale creativo non è privo di ambiguità. Come ogni strumento, anche l’IA può essere usata per fini buoni o perversi. Papa Francesco lo esemplifica con l’immagine del coltello, che può servire a tagliare pelli per confezionare indumenti o a ferire un altro essere umano. Così pure l’IA può curare oppure discriminare, liberare oppure controllare, educare oppure manipolare 5. Così anche l’intelligenza artificiale può essere impiegata per curare o per discriminare, per liberare o per controllare, per educare o per manipolare.
Ciò che distingue l’IA da altri strumenti è la sua capacità di apprendere e adattarsi autonomamente. In alcuni casi, può assumere decisioni indipendenti dai programmatori, modificando i propri parametri in base a nuovi dati. Questo rappresenta una vera discontinuità rispetto al passato e richiede una nuova riflessione etica, capace di affrontare la complessità e l’opacità crescenti dei sistemi digitali6.
Per questo il Papa sottolinea la necessità di mantenere un “significativo controllo umano” sulle tecnologie intelligenti. Affidarsi ciecamente alle macchine è rischioso non solo dal punto di vista tecnico, ma anche antropologico: «all’essere umano deve sempre rimanere la decisione». L’uomo non si limita a scegliere, ma è chiamato a decidere con responsabilità, valutando le conseguenze delle proprie azioni in funzione del bene e della giustizia. Questa capacità, che la tradizione cristiana chiama phronesis o “sapienza del cuore”, non può essere replicata da alcun algoritmo.7.
Un’altra questione rilevante riguarda il fatto che l’IA non è mai neutrale. Riflette sempre la visione del mondo di chi l’ha progettata, con i suoi valori, pregiudizi e limiti. Anche quando le sue operazioni appaiono oggettive, in realtà sono condizionate dai dati su cui si fondano, che possono essere incompleti, distorti o ideologici. Questo aspetto diventa particolarmente delicato in ambiti come la giustizia, la sorveglianza o la selezione del personale, dove il rischio di discriminazioni è elevato.
Infine, non si può trascurare che l’IA influenza profondamente l’immaginario collettivo e i comportamenti. Non si limita a rispondere ai bisogni: li anticipa, li orienta, li modella. Diventa così un vero “agente culturale”, capace di incidere sull’identità personale e sociale. Da qui l’urgenza di un discernimento critico, capace di leggere i segni dei tempi con uno sguardo attento, profetico e responsabile.8.
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Intelligenza umana e intelligenza artificiale: differenze ontologiche e implicazioni etiche
Uno dei pericoli nel parlare di intelligenza artificiale è che si rischia di confondere la natura dell’intelligenza umana con quella delle macchine. Anche se sembrano simili, c’è una bella differenza tra le due. Come dice Antiqua et Nova , l’IA è frutto dell’ingegno umano, ma non può essere ricca, profonda e complessa come l’intelligenza di una persona9.
Nella visione cristiana, l’intelligenza umana non è solo calcolare o risolvere problemi. È una facoltà spirituale, incarnata, relazionale, che cerca la verità e il bene. San Tommaso d’Aquino, parlando di intellectus e ratio , ci fa capire che la nostra intelligenza ha due lati: l’intuizione immediata della verità e il ragionamento. Entrambi si uniscono nell’atto di capire, che abbraccia la realtà intera10.
Invece, l’intelligenza artificiale usa statistiche, modelli matematici e algoritmi che elaborano tanti dati per trovare schemi e dare risposte. Non c’è comprensione semantica, giudizio morale, intenzionalità cosciente. Per quanto siano avanzati, i sistemi di IA non “pensano” davvero, ma fanno finta11.
Papa Francesco l’ha detto chiaramente: «La macchina fa scelte algoritmiche […], ma l’uomo non solo sceglie, ma nel suo cuore decide»12. La decisione umana coinvolge la libertà, la coscienza morale, la responsabilità. Non solo valuta le opzioni, ma è un atto personale, a volte difficile, che implica discernimento, empatia, capacità simbolica e memoria storica.
Questa differenza ha conseguenze etiche importanti. Se consideriamo che l’intelligenza sia solo una cosa, rischiamo di non dare valore alla persona umana e di pensare che la sua dignità dipenda dalla sua efficienza. Così, si giustificano l’esclusione e lo scarto, misurando il valore in base all’utilità. Antiqua et Nova ci mette in guardia da questo, dicendo che non dobbiamo «stabilire un’equivalenza troppo marcata tra intelligenza umana e IA»13.
Un esempio è quello delle “decisioni automatizzate” nella giustizia, nella sicurezza o nel credito. Usare l’IA per valutare se un detenuto può tornare a delinquere o se un cittadino è affidabile può portare a discriminazioni, soprattutto se i dati su cui si basa l’algoritmo sono sbagliati. Inoltre, si rischia di dare alle macchine un’autorità morale, deresponsabilizzando gli uomini e riducendo la giustizia a numeri14.
Dare tutto all’IA non è solo un problema tecnico, ma umano. Ci fa capire che stiamo perdendo il senso della persona, la fiducia nella capacità umana di capire e decidere, e la coscienza morale. Il Magistero ci ricorda di non rinunciare alla nostra umanità. Come dice Antiqua et Nova , l’intelligenza vera «non consiste primariamente nel portare a termine compiti funzionali, bensì nel capire e coinvolgersi attivamente nella realtà in tutti i suoi aspetti»15.
Però, bisogna dire che l’IA, con la sua potenza di calcolo e di analisi, può aiutarci, se usata con criteri etici chiari. Può, ad esempio, integrare conoscenze, favorire il lavoro interdisciplinare, migliorare diagnosi e previsioni. Ma non può sostituire il cuore umano, la sua libertà, la sua spiritualità, la sua capacità di amare.
Quindi, la sfida non è se l’IA può superare l’intelligenza umana, ma come l’uomo può rimanere fedele a sé stesso in un’epoca in cui la tecnologia rischia di cambiare l’umano. Dobbiamo sempre ricordare la dignità della persona, creata a immagine di Dio, capace di verità, bellezza e bene. Solo così potremo usare l’intelligenza artificiale in modo etico, per servire la sua vocazione più profonda.
3. Il ruolo della libertà e della responsabilità morale nell’epoca dell’intelligenza artificiale
Uno degli aspetti più delicati e cruciali nel complesso rapporto tra l’intelligenza artificiale e l’umanità riguarda la questione, spesso sottovalutata, della responsabilità morale. Se da un lato è innegabile che l’IA, grazie ai progressi tecnologici, sia in grado di prendere decisioni autonome e di apprendere attivamente dall’esperienza accumulata, ciò non implica in alcun modo che essa possa sostituire l’essere umano nel ruolo, unico e insostituibile, di soggetto etico. Come ribadito con forza e chiarezza nel documento Antiqua et Nova , soltanto la persona umana, dotata di ragione, coscienza e libero arbitrio, è intrinsecamente capace di discernere il bene dal male, di scegliere con libertà consapevole e di agire con piena coscienza delle conseguenze delle proprie azioni16. L’IA, per quanto sofisticata, rimane uno strumento, privo di autonomia morale.
La libertà, nella ricca e complessa tradizione cristiana, non si riduce semplicemente alla possibilità di scegliere tra una gamma di opzioni differenti, come se fosse un mero esercizio di volontà. Essa si configura piuttosto come la capacità, profondamente radicata nella natura umana, di orientarsi consapevolmente verso il bene autentico, di provare la verità e di aspirare alla pienezza della realizzazione personale. È l’atto di una volontà illuminata dalla ragione, che discerne il giusto dall’ingiusto, e profondamente radicata nella dignità inalienabile dell’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. In questa prospettiva antropologica, la responsabilità morale è un elemento costitutivo della libertà e della razionalità umana: l’uomo, in quanto essere dotato di coscienza, è chiamato a rendere conto delle proprie scelte non solo davanti agli altri membri della comunità, ma soprattutto davanti alla verità stessa, incarnata nel Logos divino.
Con l’avvento e la diffusione sempre più pervasiva dell’IA, si assiste a una crescente automatizzazione dei processi decisionali, che inevitabilmente tende a deresponsabilizzare l’agente umano, a diluire la sua capacità di intervento ea offuscare la sua consapevolezza delle implicazioni etiche delle proprie azioni. Nei sistemi protetti da un alto livello di automazione, la catena delle responsabilità si fa progressivamente più sfuggente e difficile da ricostruire: chi è realmente responsabile se un algoritmo, a causa di un errore di programmazione o di una distorsione nei dati, causa un danno ingente, prende una decisione ingiusta che viola i diritti fondamentali o alimenta una discriminazione sistemica nei confronti di determinate categorie di persone? Il programmatore che ha creato l’algoritmo, il gestore della piattaforma che lo ha implementato, l’utente finale che lo utilizza o il sistema stesso, considerato come un’entità autonoma? Papa Francesco, con la sua consueta saggezza, ci avverte: «Abbiamo bisogno di garantire e tutelare uno spazio di controllo significativo dell’essere umano sul processo di scelta e di implementazione dei programmi di intelligenza artificiale: ne va della dignità stessa umana, della nostra capacità di autodeterminazione e della nostra responsabilità nei confronti del futuro»17.
Il rischio maggiore, che si profila all’orizzonte, è quello da abituarsi gradualmente a delegare alle macchine scelte che toccano nel profondo la vita concreta delle persone, scelte che riguardano la giustizia, la verità, la libertà e la dignità umana. In questo modo, si disabitua progressivamente l’uomo all’esercizio del discernimento morale, si affievolisce il suo innato senso del dovere, si anestetizza la sua coscienza critica di fronte alle sfide del mondo contemporaneo. È il pericolo insidioso di una vera e propria “alienazione morale”, che conduce l’uomo a fuggire dalle proprie responsabilità rifugiandosi in una tecnologia presentata come infallibile, oggettiva e neutrale.
Al contrario, la dottrina sociale della Chiesa, con la sua millenaria saggezza, invita con forza a un recupero della soggettività morale di ogni singola persona, a una riscoperta della sua capacità di agire come soggetto responsabile nel mondo. Ogni decisione, anche quella presa con il supporto di strumenti tecnologici avanzati, deve rimanere saldamente in capo all’uomo, che è e rimane l’unico autentico soggetto morale, dotato di ragione, coscienza e libertà. Antiqua et Nova è particolarmente chiaro su questo punto: «Solo gli esseri umani sono intrinsecamente in relazione con la verità e con il bene, guidati dalla luce della coscienza morale che li chiama incessantemente “ad amare, a fare il bene ea fuggire il male”, seguendo l’esempio di Cristo»18.
Questa responsabilità fondamentale si estende non solo all’uso consapevole e responsabile dell’IA, ma anche alla sua progettazione, al suo sviluppo e alla sua regolamentazione a livello globale. Coloro che sviluppano tecnologie intelligenti, che creano algoritmi e che implementano sistemi automatizzati non possono in alcun modo esimersi da un’attenta e rigorosa valutazione degli scopi che seguono e dei mezzi che utilizzano per raggiungerli. Come ogni prodotto dell’ingegno umano, anche l’IA riflette inevitabilmente una specifica visione del mondo, un determinato sistema di valori, un ordine di priorità ben preciso. Essa è “programmata” non solo con complessi codici informatici, ma anche e soprattutto con principi etici, espliciti o impliciti, che ne guidano il funzionamento e ne orientano le decisioni (o, talvolta, purtroppo, con la loro assenza). Per questo motivo, è assolutamente necessario promuovere un’etica della responsabilità a tutti i livelli della società: dalla ricerca accademica di base alle aziende tecnologiche, dalla politica ai sistemi scolastici ed educativi, dall’utente comune che utilizza quotidianamente l’IA ai legislatori che sono chiamati a regolamentarne l’uso.
Papa Francesco sottolinea con particolare urgenza la necessità di affrontare in modo serio e responsabile anche le implicazioni morali delle cosiddette “armi autonome letali” ( lethal autonome armi sistemi , LAWS), denunciando con forza il pericolo incombente di una tecnologia che possa decidere, senza alcuna mediazione umana, della vita e della morte di un essere umano: «Nessuna macchina dovrebbe mai avere il potere di scegliere se togliere la vita a un altro essere umano: questa è una responsabilità che spetta esclusivamente all’uomo, possedere di coscienza e di ragione»19. Una società che accettasse passivamente la diffusione di simili strumenti di morte rinuncerebbe di fatto alla propria umanità e si esporrebbe a scenari distopici e disumani, in cui la vita umana perderebbe ogni valore20.
Non meno importante è l’ambito cruciale dell’educazione delle nuove generazioni. Sempre più spesso, giovani e studenti di ogni ordine e grado si affidano ciecamente all’IA per risolvere complessi, per scrivere testi, per fare ricerche e per rispondere a domande difficili, delegando di fatto la loro responsabilità intellettuale e la loro capacità critica a un semplice algoritmo. Ma un’educazione che non coltiva il senso critico, la capacità di giudizio autonomo, la riflessione morale e la consapevolezza delle proprie responsabilità fallisce nella sua vocazione più profonda, che è quella di formare cittadini consapevoli, responsabilità e capacità di agire nel mondo con saggezza. È quindi necessario educare alla libertà e alla responsabilità anche nell’uso della tecnologia, affinché le nuove generazioni possano essere protagoniste consapevoli e responsabili del proprio tempo, capaci di utilizzare l’IA per il bene comune e non per la propria alienazione.
La responsabilità morale, dunque, non è un semplice accessorio o un’appendice dell’azione tecnica, ma rappresenta la sua anima più profonda, il suo fondamento etico imprescindibile. Senza un’etica solida della responsabilità, la tecnica rischia di trasformarsi in un potere cieco, in un dominio incontrastato, in una manipolazione subdola. Con essa, invece, l’IA può diventare uno strumento straordinario di umanizzazione, capace di liberare energie preziose a favore della giustizia sociale, della cura del prossimo, della promozione della pace e della salvaguardia del creato.
4, L’intelligenza artificiale e la giustizia sociale: rischi di esclusione, cultura dello scarto e prospettive per un futuro equo
L’intelligenza artificiale, pur dischiudendo orizzonti inesplorati e offrendo strumenti incredibilmente potenti per migliorare sensibilmente la qualità della vita umana in numerosi ambiti, purtroppo comporta anche rischi seri e insidiosi sul piano cruciale della giustizia sociale. Come, del resto, è già ampiamente accaduto con altre rivoluzioni tecnologiche che hanno segnato la storia dell’umanità, anche questa porta inevitabilmente con sé diseguaglianze profonde e spesso difficili da sanare, che tendino ad amplificare le asimmetrie economiche culturali, e geopolitiche che già affliggono il nostro mondo globalizzato. La posta in gioco, quindi, non è esclusivamente il mero accesso materiale alla tecnologia, che pure è fondamentale, ma soprattutto la possibilità concreta di determinare i modelli culturali dominanti, le dinamiche relazionali che plasmano le nostre interazioni sociali e le strutture di potere che inevitabilmente derivano dall’uso pervasivo dell’IA.
Papa Francesco, con la sua consueta lungimiranza e sensibilità verso le problematiche sociali, intervenendo al G7, ha parlato esplicitamente del concreto pericolo che l’IA possa «portare con sé una più grande e profonda ingiustizia fra nazioni avanzate e nazioni in via di sviluppo, fra ceti sociali dominanti e ceti sociali oppressi, creando nuove forme di marginalizzazione e di esclusione sociale»21. Infatti, è un dato di fatto che l’infrastruttura tecnologica, il capitale umano altamente specializzato e la capacità di produrre, implementare e governare in modo efficace i complessi sistemi di IA sono concentrati nelle mani di poche grandi potenze economiche e di un numero ristretto di multinazionali del settore tecnologico. Questa concentrazione di potere genera una nuova e insidiosa forma di “colonialismo digitale”, in cui i Paesi più deboli economicamente e meno sviluppati tecnologicamente si trovano a dipendere inevitabilmente dalle tecnologie sviluppate altrove, spesso senza avere un reale potere contrattuale né la possibilità di preservare la propria autonomia culturale e la propria identità specifica.
Il documento Antiqua et Nova mette in guardia con forza contro il rischio concreto di amplificare ulteriormente le diseguaglianze esistenti attraverso strumenti tecnologici che, in apparenza, dovrebbero essere neutri e oggettivi. In realtà, i dati sui quali si basano gli algoritmi di IA sono spesso raccolti in contesti sociali ricevute da profonde diseguaglianze economiche e sociali, e finiscono inevitabilmente per riprodurre, e in alcuni casi addirittura per accentuare, i pregiudizi e le discriminazioni già esistenti22. L’IA, quindi, non è semplicemente uno specchio che riflette passivamente la realtà sociale, ma è anche un potente moltiplicatore di dinamiche sistemiche distorte, che può rendere strutturale l’ingiustizia e perpetuare le diseguaglianze nel tempo.
Uno degli effetti più insidiosi e preoccupanti di questa dinamica è quello che Papa Francesco, con una felice espressione, definisce la «cultura dello scarto»23. Quando si affidano alle macchine compiti delicati di valutazione e di selezione delle persone, ad esempio nei complessi processi di assunzione del personale, nell’erogazione di servizi essenziali o nell’accesso al credito bancario, si corre il rischio di “scartare” in modo impersonale e automatico intere categorie di persone considerate “non idonee” o “non meritevoli”: i più poveri ed emarginati, coloro che hanno un basso livello di istruzione, coloro che non possiedono un’identità digitale pienamente riconosciuta dai sistemi automatizzati. In questo modo, l’IA può trasformarsi in uno strumento di esclusione sociale invisibile ma estremamente potente, che agisce in modo silente ma implacabile.
Il “divario digitale”, che separa chi ha pieno accesso alle tecnologie digitali e chi ne è irrimediabilmente escluso, non riguarda più solamente la disponibilità di una connessione internet a banda larga, ma si estende inesorabilmente alla capacità di essere riconosciuti e valorizzati nei nuovi sistemi di interazione sociale ed economica che si basano sempre più sull’IA. L’inclusione digitale, quindi, non si riduce alla semplice alfabetizzazione informatica, ma riguarda la piena e attiva partecipazione di tutti i cittadini alla vita culturale, politica e relazionale che è sempre più mediata dalla tecnologia. In tal senso, l’IA può paradossalmente diventare un fattore di “analfabetismo relazionale”, in cui chi non è in grado di interagire efficacemente con i nuovi linguaggi tecnologici viene escluso dalle reti significative della convivenza civile e relegato ai margini della società.
Una questione particolarmente urgente e delicata riguarda l’impatto sempre più evidente dell’IA sui contesti lavorativi. Da un lato, l’IA promette di liberare l’uomo da compiti faticosi, usuranti e ripetitivi, consentendogli di dedicarsi ad attività più creative e gratificanti; dall’altro lato, però, è già ampiamente dimostrato che l’IA è causa di perdita di posti di lavoro, di precarizzazione dell’occupazione e di svalutazione del lavoro umano, soprattutto nei settori a bassa specializzazione. In molte industrie, si assiste ad un progressivo e inesorabile spostamento del valore aggiunto dal lavoro manuale e intellettuale alle piattaforme tecnologiche che lo mediano e lo gestiscono. Il risultato è un incremento esponenziale della disuguaglianza economica tra chi possiede il capitale tecnologico, che genera profitti enormi, e chi mette a disposizione solo la propria forza lavoro, che viene sempre più sfruttata e sottopagata.
La dottrina sociale della Chiesa, con i suoi principiCardinali, offre criteri chiari e inequivocabili per affrontare in modo efficace queste sfide complesse. Il principio fondamentale del bene comune richiede che lo sviluppo tecnologico sia sempre orientato alla promozione integrale di tutti gli esseri umani, e in particolare dei più vulnerabili e svantaggiati24. Il principio essenziale della destinazione universale dei beni implica che anche i frutti della tecnologia, che sono il risultato dell’ingegno umano e delle risorse del pianeta, devono essere accessibili a tutti, senza distinzioni, e non riservati esclusivamente a un’élite privilegiata. Il principio irrinunciabile di sussidiarietà esige che le persone e le comunità locali siano messe nelle condizioni di partecipare attivamente ai processi decisionali che riguardano il loro futuro, e che non subiscano passivamente decisioni prese altrove, senza tener conto delle loro esigenze e delle loro aspirazioni.
In questo orizzonte di valori condivisi, l’IA può certamente diventare uno strumento potente di giustizia sociale, ma solo a condizione che sia governata da un’etica rigorosa della solidarietà e della responsabilità. Papa Francesco insiste con forza: «La dignità intrinseca di ogni persona umana e la fraternità che ci lega indissolubilmente come membri dell’unica famiglia umana devono necessariamente stare alla base dello sviluppo di nuove tecnologie, orientandone le finalità e guidandone l’implementazione»25. È necessario, quindi, un ripensamento strutturale e profondo delle finalità ultime della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica, affinché esse non siano guidate esclusivamente dalla logica del profitto o dall’ossessione per l’efficienza, ma dalla cura del tessuto umano e sociale, dalla promozione del bene comune e dalla salvaguardia del pianeta.
La giustizia sociale nell’era dell’IA non si riduce semplicemente a una corretta redistribuzione dei beni materiali, ma comporta anche e soprattutto il riconoscimento reciproco della dignità di ogni persona, la valorizzazione delle diversità culturali e delle competenze individuali, la promozione della partecipazione democratica e della responsabilità condivisa.
5. Educazione, verità e discernimento nell’era dell’intelligenza artificiale: sfide, opportunità e prospettive per una formazione integrale
Uno degli ambiti in cui l’impatto dell’intelligenza artificiale si manifesta in modo particolarmente profondo, pervasivo e immediato è senza dubbio quello cruciale dell’educazione, intesa nel suo senso più ampio e nobile. L’uso crescente e sempre più sofisticato di strumenti intelligenti digitali all’interno delle scuole di ogni ordine e grado, delle università, dei percorsi di formazione professionale e dei complessi processi valutativi sta modificando radicalmente il modo in cui si apprende, si insegna e si accede alla conoscenza, aprendo nuove frontiere ma anche sollevando interrogativi inediti e complessi. Se da un lato l’IA offre possibilità impensabili di personalizzazione dell’apprendimento, di accesso facilitato a una quantità illimitata di informazioni e di creazione di ambienti di apprendimento interattivi e coinvolgenti, dall’altro lato solleva interrogativi fondamentali e urgenti sul senso stesso dell’educazione, sulla formazione del pensiero critico, sulla promozione della creatività autentica e sulla salvaguardia dell’integrità e dell’autenticità della conoscenza.
Papa Francesco, con il suo sguardo attento alla realtà e con il suo realismo pastorale, mette in guardia con forza dai rischi di un uso ingenuo, acritico e superficiale dell’IA nel campo delicato dell’educazione. In particolare, egli sottolinea come gli studenti, che sono spesso più esperti dei loro stessi insegnanti nell’uso intuitivo delle nuove tecnologie digitali, tendono fin troppo facilmente ad affidarsi all’intelligenza artificiale generativa per la produzione rapida di testi, di immagini accattivanti o di elaborati completi, correndo però il serio rischio di appiattirsi sulla mera ripetizione di contenuti già esistenti, di rinunciare allo sforzo di elaborazione personale e di non sviluppare le capacità analitiche, critiche e creative che sono essenziali invece per una formazione completa e armoniosa26. In tal modo, si corre il pericolo concreto che la scuola, da luogo di crescita personale e di sviluppo del pensiero autonomo, venga ridotta a un mero centro di riproduzione automatica di sapere standardizzato, perdendo irrimediabilmente la sua vocazione formativa, umanizzante e trasformativa.
Il vero scopo dell’educazione, infatti, non è e non deve essere la semplice trasmissione di nozioni e di informazioni, per quanto utili e avanzate possono essere, ma la formazione integrale della persona umana, in tutte le sue dimensioni costitutive: intellettuale, affettiva, sociale, etica e spirituale. L’educazione autentica mira a sviluppare la capacità di pensare in modo autonomo e critico, di comprendere la complessità del mondo che ci circonda, di dialogare in modo costruttivo con gli altri, di discernere il vero dal falso, il bene dal male e il giusto dall’ingiusto. In questo senso profondo, l’educazione è strettamente legata alla ricerca appassionata della verità, che è una dimensione essenziale e irrinunciabile della dignità umana. Come ci ricorda il documento Antiqua et Nova , «il desiderio ardente di conoscere la verità appartiene alla stessa natura dell’uomo: è una proprietà innata della sua ragione interrogarsi incessantemente sul perché delle cose, sul significato della vita e sul destino ultimo dell’esistenza»27.
L’intelligenza artificiale, in quanto costruita sull’analisi e la correlazione di dati, non è in grado di accedere a questa dimensione profonda. Essa può aiutare, coadiuvare, potenziare l’apprendimento tecnico, ma non può guidare alla saggezza. Per questo, Antiqua et Nova richiama alla necessità di una “sapienza del cuore” che orienti l’uso delle tecnologie e le inserisca in un orizzonte più ampio, fatto di relazioni, di cura, di responsabilità, di amore per la verità28.
Infine, un ruolo chiave è affidato agli educatori, che sono chiamati a formare non solo alla competenza tecnologica, ma alla cittadinanza etica e alla libertà responsabile. Insegnare oggi significa anche aiutare a “decifrare” i linguaggi dell’IA, a comprenderne le logiche, i limiti, le potenzialità. Significa coltivare uno sguardo critico e creativo, che sappia riconoscere la bellezza della verità e il valore della ricerca.
In conclusione, l’educazione nell’epoca dell’intelligenza artificiale è chiamata a una triplice sfida: restare fedele alla sua vocazione umanistica, integrare criticamente le nuove tecnologie e custodire il primato della verità sulla quantità. Solo così potrà continuare a essere spazio di crescita, di libertà e di speranza per le nuove generazioni.
5.1 Una proposta etica per l’era dell’IA: dignità umana, bene comune e fraternità digitale come pilastri per un futuro più giusto e umano
Nel contesto di trasformazione tumultuosa e vertiginosa in cui ci troviamo a vivere, caratterizzato da un progresso tecnologico senza precedenti, è assolutamente fondamentale sviluppare e promuovere un’etica condivisa, inclusiva e universalmente riconosciuta, capace di orientare il corso dello sviluppo tecnologico verso fini autenticamente umani e profondamente umanizzanti. L’intelligenza artificiale, come ogni altro prezioso frutto dell’ingegno creativo umano, non è e non può essere considerata neutrale: essa porta inevitabilmente con sé una specifica visione del mondo, un determinato sistema di valori e genera conseguenze concrete, spesso profonde e di vasta portata, sulle dinamiche sociali, culturali ed economiche che plasmano la nostra esistenza quotidiana. Proprio per questa ragione cruciale, la Chiesa cattolica, forte della sua millenaria tradizione di riflessione etica e sociale, insiste con forza sull’esigenza improrogabile di un discernimento etico rigoroso e attento, che ponga al centro la persona umana, considerata nella sua integrità, nella sua dignità inalienabile e nel suo valore intrinseco.
L’etica lungimirante proposta dal documento Antiqua et Nova si fonda su alcuni assi portanti fondamentali, che costituiscono i pilastri di un edificio solido e ben costruito: la centralità assoluta della persona umana, il perseguimento del bene comune come orizzonte irrinunciabile, la promozione della responsabilità morale individuale e collettiva e la costruzione di una fraternità digitale autentica e inclusiva. Questi principi, lunghi dall’essere meri ideali astratti o aspirazioni vaghe e irrealizzabili, si configurano come criteri operativi concreti, strumenti preziosi per valutare in modo critico e responsabile lo sviluppo e l’applicazione delle tecnologie intelligenti, orientandole verso un futuro più giusto e più umano per tutti. In particolare, il documento afferma con forza e chiarezza che «la dignità intrinseca di ogni uomo e di ogni donna, a prescindere dalla sua origine, dalla sua condizione sociale o dalle sue capacità individuali, deve essere il criterio-chiave imprescindibile nella valutazione etica delle tecnologie emergenti, garantendo che esse siano sempre al servizio della persona e non viceversa»29.
5.2 L’etica della dignità umana: un imperativo categorico nell’era dell’intelligenza artificiale
L’etica della dignità umana, nel contesto specifico dell’intelligenza artificiale, implica anzitutto e soprattutto il rifiuto radicale e senza compromessi di ogni forma di riduzionismo funzionalista, di ogni tentativo di ridurre la persona umana a una mera funzione, a un semplice strumento o un puro oggetto manipolabile. La persona umana non può mai, in alcun modo e per nessuna ragione, essere trattata come un mezzo per raggiungere altri fini, come un dato da processare automaticamente, come un algoritmo da ottimizzare per massimizzare l’efficienza o come una risorsa da sfruttare per incrementare il profitto. Al contrario, la persona umana è un fine in sé, dotata di una dignità intrinseca e inalienabile, di una libertà inviolabile e di una capacità illimitata di amare, di creare e di aspirare alla verità. Ogni tecnologia, per quanto innovativa e potente possa apparire, che comprometta anche minimamente, che oscuri anche parzialmente o che relativizzi in qualsiasi modo questa verità fondamentale deve essere considerata eticamente inaccettabile e moralmente riprovevole, per quanto efficiente, pratica o redditizia possa apparire a una superficiale analisi dei costi e dei benefici. Questo principio imprescindibile vale, ad esempio, per le applicazioni invasive e pervasive della sorveglianza algoritmica, che violano la privacy e limitano la libertà delle persone, per le forme discriminatorie e automatizzate di selezione del personale, che penalizzano ingiustamente determinate categorie di individui, per le tecniche subdole di manipolazione dell’opinione pubblica mediante intelligenze artificiali appositamente addestrate per funzionare le emozioni, orientare i comportamenti e controllare il pensiero delle persone.
5.3 Il bene comune come bussola per navigare nel mare magnum dell’innovazione tecnologica
Il secondo criterio etico fondamentale, strettamente connesso al primo, è quello essenziale del bene comune. L’intelligenza artificiale non deve servire in alcun modo gli interessi particolari di pochi individui privilegiati, le ambizioni di potere di una ristretta élite o gli obiettivi di profitto di alcune multinazionali, ma deve essere orientata in modo chiaro e inequivocabile alla promozione della giustizia sociale, alla costruzione di una pace duratura, allo sviluppo integrale di ogni persona umana e alla prosperità di tutti i popoli della terra. Ciò implica necessariamente una gestione democratica, trasparente e partecipativa della tecnologia, una regolamentazione pubblica dei suoi usi che sia efficace, responsabile e orientata al bene comune, la promozione di modelli di governance multilaterali che siano inclusivi, equi e ispirati al principio irrinunciabile di sussidiarietà. In quest’ottica, le implicazioni etiche non si limitano in alcun modo alla mera programmazione degli algoritmi, ma si estendono necessariamente al disegno dell’intero ecosistema sociale e culturale che ruota attorno all’intelligenza artificiale30, garantendo che esso sia al servizio della persona e non viceversa.
5.4 La responsabilità morale: un impegno irrinunciabile per tutti gli attori coinvolti nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale
Un terzo pilastro fondamentale su cui si fonda una corretta etica dell’intelligenza artificiale è rappresentato dalla responsabilità morale, che non può essere considerata una semplice opzione o un accessorio secondario, ma deve essere intesa come un impegno irrinunciabile e una condizione imprescindibile per garantire che lo sviluppo e l’uso dell’IA siano sempre orientati al bene comune e al rispetto della dignità umana. In un contesto sempre più complesso e interconnesso, in cui la sofisticazione dei sistemi digitali e la loro crescente autonomia possono rendere estremamente difficile attribuire con precisione colpe e meriti, individuare le responsabilità e definire le conseguenze delle azioni, diventa urgente e necessario sviluppare una solida cultura dell’accountability, che promuova la trasparenza, l’integrità e la rendicontazione a tutti i livelli della società. Ogni soggetto coinvolto nello sviluppo, nella progettazione, nell’implementazione, nell’uso e nella regolamentazione dell’intelligenza artificiale, dagli ingegneri informatici alle grandi aziende tecnologiche, dagli utenti finali alle istituzioni governative, deve poter essere chiamato a rendere conto delle proprie scelte, a rispondere delle proprie azioni e a farsi carico delle conseguenze che esse producono, sia positive che negative. Ma la responsabilità, come ci ricorda saggiamente Papa Francesco, non è e non deve essere ridotta a una mera questione giuridica, a un semplice obbligo formale oa un mero adempimento burocratico: essa è prima di tutto un impegno personale e comunitario, un dovere morale profondo che si traduce concretamente nella capacità di «prendersi cura dell’altro»31, di coltivare l’empatia, di promuovere la solidarietà e di agire sempre con compassione e giustizia.
5.5 La fraternità digitale: un orizzonte di speranza per un mondo più umano e connesso
In questo movimento emerge con forza la proposta innovativa e stimolante della fraternità digitale, un concetto che affonda le sue radici nel Vangelo ma che si proietta con coraggio verso il futuro, offrendo un orizzonte di speranza per un mondo sempre più interconnesso, globalizzato e digitalizzato. In un’epoca caratterizzata da una crescente interdipendenza planetaria, in cui le distanze fisiche sembrano essere state quasi completamente superate grazie alla potenza delle nuove tecnologie, ma in cui paradossalmente crescono le solitudini individuali, le disuguaglianze sociali e le forme di esclusione digitale, l’uso etico e responsabile dell’intelligenza artificiale può diventare un’occasione per ricostruire legami, per sostenere la partecipazione democratica, per promuovere forme nuove di solidarietà. La fraternità digitale non è un’utopia, ma una prospettiva concreta: essa nasce dal riconoscere l’altro come persona, anche quando ci appare mediato da uno schermo, un profilo, un dato. In questo movimento emerge con forza la proposta innovativa e stimolante della fraternità digitale, un concetto che affonda le sue radici nel Vangelo ma che si proietta con coraggio verso il futuro, offrendo un orizzonte di speranza per un mondo sempre più interconnesso, globalizzato e digitalizzato. In un’epoca caratterizzata da una crescente interdipendenza planetaria, in cui le distanze fisiche sembrano essere state quasi completamente superate grazie alla potenza delle nuove tecnologie, ma in cui paradossalmente crescono le solitudini individuali, le disuguaglianze sociali e le forme di esclusione digitale, l’uso etico e responsabile dell’intelligenza artificiale può diventare un’occasione per ricostruire legami, per sostenere la partecipazione democratica, per promuovere forme nuove di solidarietà. La fraternità digitale non è un’utopia, ma una prospettiva concreta: essa nasce dal riconoscere l’altro come persona, anche quando ci appare mediato da uno schermo, un profilo, un dato.
Attraverso la valorizzazione delle tecnologie per il bene comune, le comunità possono essere rafforzate e trasformate, adottando una prospettiva inclusiva che considera la diversità come una risorsa invece che una barriera. Promuovere un accesso equo alle tecnologie e garantire l’alfabetizzazione digitale per tutti sono passi fondamentali per evitare che l’evoluzione digitale lasci indietro i più vulnerabili, aggravando le disuguaglianze esistenti.
Inoltre, il dialogo interculturale facilitato dalle piattaforme digitali può favorire una migliore comprensione reciproca tra i popoli, contribuendo alla costruzione di un tessuto sociale più coeso e pacifico. Incentivare la partecipazione e l’inclusione significa non solo colmare il divario digitale ma anche alimentare una civiltà digitale costruita su valori di giustizia, solidarietà e rispetto reciproco. Questo percorso richiede un impegno globale concertato, con il coinvolgimento di istituzioni, aziende, accademici e cittadini, per orientare lo sviluppo tecnologico verso la realizzazione di un bene comune sostenibile.
6. L’intelligenza artificiale nella pastorale parrocchiale: una risorsa per catechesi, oratorio e carità
L’intelligenza artificiale, se inserita con sapienza in un contesto pastorale vivo e partecipato, può rivelarsi una risorsa preziosa per sostenere e arricchire le attività della comunità cristiana. Non si tratta di sostituire il cuore della relazione umana, ma di mettere a disposizione strumenti capaci di amplificare le possibilità educative, organizzative e solidali già in atto. Nella catechesi, l’IA può facilitare l’accesso a contenuti biblici e dottrinali attraverso percorsi personalizzati e interattivi: ambienti narrativi digitali, quiz intelligenti, simulatori di scelte evangeliche possono aiutare bambini e ragazzi a comprendere e vivere il messaggio cristiano in modo più coinvolgente. Anche per i catechisti, sistemi di intelligenza artificiale potrebbero fungere da supporto alla preparazione degli incontri, suggerendo materiali, collegamenti biblici, linguaggi simbolici adatti alle diverse fasce d’età, favorendo così un approccio più integrato e attento ai bisogni dei singoli.
All’interno dell’oratorio, l’intelligenza artificiale può essere messa al servizio della creatività e della formazione attraverso laboratori tematici che stimolino nei ragazzi la riflessione e la responsabilità. Si potrebbero immaginare, ad esempio, percorsi di laboratorio sulla “cura del creato” che integrano dati ambientali reali elaborati da algoritmi intelligenti; oppure attività cooperative in cui gruppi di ragazzi progettano insieme, con l’aiuto dell’IA, iniziative solidali, piccole campagne di sensibilizzazione o giochi educativi su temi valoriali. In questo modo, la tecnologia si fa occasione di crescita integrale, diventando uno spazio in cui apprendere il pensiero critico, la collaborazione e l’apertura all’altro.
Particolarmente rilevante è l’apporto che l’IA può offrire alla dimensione caritativa della parrocchia. Sistemi intelligenti possono aiutare a raccogliere ed elaborare in tempo reale i bisogni emergenti delle famiglie del territorio, incrociandoli con le risorse disponibili nella comunità, nei centri di ascolto, nelle associazioni locali. In questo modo si possono evitare sprechi, duplicazioni o omissioni, rendendo più efficace la rete della solidarietà. Algoritmi eticamente orientati potrebbero anche suggerire forme di intervento sostenibili, elaborare report di impatto, mappare i punti di maggiore vulnerabilità sociale per stimolare la corresponsabilità civica e cristiana. Inoltre, strumenti di IA linguistica possono facilitare la comunicazione con persone straniere o con difficoltà linguistiche, migliorando l’inclusione nei servizi di accoglienza e accompagnamento. Anche l’educazione alla carità può avvalersi dell’IA: simulazioni digitali di situazioni concrete, testimonianze interattive, percorsi virtuali immersivi possono aiutare i giovani e gli adulti a comprendere in profondità la condizione di chi vive ai margini e a generare un coinvolgimento più empatico e maturo32.
L’intelligenza artificiale non è dunque un’alternativa alla comunità cristiana, ma può essere uno strumento al servizio della sua missione, se guidata da criteri evangelici e inserita in un discernimento comunitario condiviso. In questo modo, anche la tecnologia può contribuire ad annunciare il Vangelo nella complessità del tempo presente.
Conclusione
In questo senso, la riflessione della Chiesa si inserisce in una tradizione millenaria che ha sempre cercato di coniugare il progresso con la saggezza, la scienza con la coscienza, la tecnica con la giustizia. L’intelligenza artificiale, se ben orientata, può diventare una risorsa preziosa per costruire una società più umana, più giusta, più fraterna. Ma ciò richiede coraggio, vigilanza, formazione e, soprattutto, una visione alta dell’uomo.
Il criterio fondamentale e irrinunciabile resta, sempre e comunque, la dignità inviolabile della persona umana. Tutto ciò che promuove attivamente questa dignità, che la riconosce in ogni individuo, che la protegge da ogni forma di violazione e che la valorizza in tutte le sue espressioni è da considerarsi eticamente auspicabile, moralmente lecito e socialmente benefico. Al contrario, tutto ciò che offusca anche minimamente questa dignità, che la mette in discussione, che la riduce a un mero strumento o che la nega apertamente è da rifiutare con forza e determinazione. Papa Francesco, con la sua saggezza profetica, ci ricorda che «libertà e responsabilità»33.
In un tempo segnato dall’accelerazione e dall’incertezza, la voce della Chiesa risuona come un invito a non dimenticare l’essenziale: la persona umana, con la sua intelligenza, la sua fragilità, la sua apertura a Dio e agli altri. Solo tenendo fisso questo punto di riferimento sarà possibile abitare con sapienza e giustizia l’epoca dell’intelligenza artificiale. Papa Leone XIV sembra voler continuare l’eredità del suo predecessore Leone XIII nell’affrontare le sfide poste dalle rivoluzioni industriali, ma nel contesto moderno delle tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale (IA). Dal discorso ai cardinali del 10 maggio 2025, appare chiaro che il Papa è consapevole dell’impatto significativo che l’IA può avere sulla società.
Leone XIV sembra concentrarsi su come queste tecnologie possano contrastare la dignità umana, la giustizia e il lavoro, riprendendo l’approccio della dottrina sociale della Chiesa per affrontare tali temi. Egli potrebbe sottolineare l’importanza di utilizzare l’IA nei modi che rispettino e promuovere questi valori fondamentali, mentre incoraggia un dialogo etico sulle implicazioni di queste tecnologie.
Questo richiamo ci invita a non considerare il progresso tecnologico come un processo neutrale o inevitabile, ma come uno spazio da abitare con responsabilità evangelica, per orientare ogni innovazione verso il bene comune. Solo così la tecnologia potrà diventare davvero uno strumento di pace, di fraternità e di umanizzazione, capace di illuminare, come ha detto Papa Leone XIV, «le notti del mondo» e aprire cammini di speranza per le generazioni future.
*Prof Roberto Luzi. Insegnate Irc ISI PERTINI Lucca e coordinatore tempo del creato
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“IA e giustizia sociale: come l’intelligenza artificiale può aiutare o ostacolare la lotta per la giustizia sociale”. Partnership on AI, 2020.
1 Francesco, Discorso al G7, 14 giugno 2024.
2 Dicastero per la Dottrina della Fede, Antiqua et Nova, n. 5.
3 Francesco, Discorso al G7, n. 5.
4 Cf. Antiqua et Nova, n. 2; Sir 38,6
5 Francesco, Discorso al G7, n. 6.
6 Antiqua et Nova, nn. 9–10.
7 Francesco, Discorso al G7, n. 7
8 Ivi, n. 11
9 Antiqua et Nova, n. 12.
10 Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 79, a. 9; cf. Antiqua et Nova, n. 14.
11 Antiqua et Nova, n. 31.
12 Francesco, Discorso al G7, n. 7
13 Antiqua et Nova, n. 34.
14 Francesco, Discorso al G7, n. 9.
15 Antiqua et Nova, n. 33
16 Antiqua et Nova, n. 39
17 Francesco, Discorso al G7, n. 8
18 Antiqua et Nova, n. 39; cf. Rm 2,15.
19 Francesco, Discorso al G7, n. 10
20 Cfr documento finale Assemblea Generale ONU A/74/493 2019 Preliminary Study on the Ethics of Artificial Intelligence
21 Francesco, Discorso al G7, n. 3
22 Antiqua et Nova, n. 52.
23 Francesco, Evangelii Gaudium, n. 53; Discorso al G7, n. 4.
24 Cf. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, nn. 164–167
25 Francesco, Discorso al G7, n. 11
26 Francesco, Discorso al G7, n. 12
27 Antiqua et Nova, n. 21
28 Francesco, Discorso al G7, n. 12
29 Antiqua et Nova, n. 42.
30 Antiqua et Nova, n. 41; cf. Francesco, Fratelli tutti, n. 157.
31 Francesco, Discorso al G7, n. 13.
32 Francesco, Discorso al G7, 14 giugno 2024, n. 6; cf. Antiqua et Nova, nn. 2, 52.
33 Francesco, Discorso al G7, n. 5

Roberto Luzi, laurato in Scienze religiose presso la Pontificia Università Antonianum Roma, ha una
lunga esperienza di consulente in diverse istituzioni pubbliche e aziende private. Formato nella
spiritualità francescana, ha collaborato e tutt’ora collabora con diverse testate giornalistiche tra le quali:
l’Osservatore Romano, Avvenire, la rivista mensile “Francesco il volto secolare”. È esperto di
intelligenza artificiale in ambito didattico.
