Donald Trump e il “Premio Chamberlain”

di Axel Famiglini

L’America di Trump rappresenta una delle più importanti mutazioni politiche ed ideologiche della storia recente. L’imboscata verbale preparata da Vance e da Trump ai danni del presidente ucraino Zelensky ha chiaramente svelato al mondo intero la nuova faccia degli Stati Uniti d’America così come è emersa dall’esito delle ultime elezioni presidenziali. L’America di Donald Trump non è l’America a cui eravamo abituati a pensare in passato. Naturalmente nessuno ha mai creduto veramente che gli Usa fossero i paladini mondiali di verità e giustizia, tuttavia il messaggio che Washington ha trasmesso per decenni al mondo intero era caratterizzato da una visione condivisibile e positiva della politica e della società ossia finalizzato a promuovere un sistema di vita liberale e democratico il quale, per essere tale, doveva essere governato dallo stato di diritto e non dalla mera legge della giungla.

Se osserviamo il presidente Trump e coloro che orbitano attorno ad esso ci rendiamo ben conto quanto l’America sia cambiata rispetto al passato. Gli Stati Uniti di Trump sono ormai dominati da un gruppo di persone ossequenti al presidente, le quali, nella maggior parte dei casi, non hanno altra vera preoccupazione che quella di adulare il loro capo, essendo questo terribilmente sensibile alle lodi, per quanto palesemente interessate. I cortigiani di Trump sanno bene che cosa occorra fare per guadagnarsi l’attenzione del presidente e ciò è stato dimostrato recentemente dalla trascrizione della telefonata intercorsa tra Witkoff e Ushakov, nella quale l’americano istruiva i Russi su come incensare il presidente degli Stati Uniti.

Lo Studio Ovale, tuttavia, non assomiglia solo ad una corte orientale ma possiede anche i caratteri di un più concreto e pragmatico comitato d’affari. Personaggi quali Kushner, Witkoff e lo stesso Trump, tutti uomini che provengono dal mondo dell’imprenditoria d’assalto, vedono la politica quale viatico per promuovere gli affari personali e quelli degli “amici”. In altri termini essere un politico, per questi individui, non è incarnare la figura dello statista ma dell’uomo d’affari spregiudicato che intende scalare i vertici del potere solo per sviluppare esponenzialmente la propria rete di contatti e le opportunità di guadagno. Il ridicolo progetto della “Riviera di Gaza” o l’aereo donato dal Qatar rappresentano la cartina di tornasole del presente stato delle cose.

In tale ottica va letto l’interessamento americano finalizzato alla chiusura della guerra in Ucraina, ovvero un modo per tornare a fare affari con la Russia e i suoi “amici” con buona pace degli alleati di un tempo i quali, evidentemente, possono essere agevolmente traditi e conferiti in discarica. Non è solo una questione di soldi: personaggi quali Trump e Witkoff nutrono una sincera e smisurata ammirazione per uomini “forti” e risoluti quali Putin. Tuttavia è nell’indole dell’affarista senza morale prendere a modello personaggi che non si sono fatti alcuno scrupolo quando si è trattato di difendere a tutti i costi il proprio potere, scavalcando e distruggendo chiunque rappresentasse un ostacolo ai loro oscuri obiettivi. Vi è altresì da sottolineare che sovente gli uomini dell’entourage di Trump nulla sanno di politica, di amministrazione dello Stato e di diplomazia e i Russi questo lo toccano con mano così bene che riescono ad avere gioco facile con questi improvvisati dilettanti delle relazioni internazionali. In un certo senso la Russia si sta avvantaggiando rispetto agli Americani sul piano delle trattative sia a causa della cieca ammirazione per la Russia putiniana che per l’incompetenza generalizzata che permea una larga fetta degli appartenenti alla piramide trumpiana, ciò naturalmente con varie intensità, tonalità e sfumature a cominciare dal vertice supremo.

Donald Trump ha una assoluta necessità di rimanere al centro della scena e per farlo ha scelto l’unica arma che probabilmente conosce, ovvero quella della minaccia e del ricatto continui. Ormai da mesi la notte americana, purtroppo troppo breve, viene vista in Europa come un momento di relativa calma mentre il risveglio del presidente viene vissuto presso le cancellerie del Vecchio Continente (per non parlare del palazzo presidenziale di Kiev) con improvvisi sussulti e palpitazioni. Se solo Trump dormisse un po’ più a lungo… Non c’è sabato, non c’è domenica, non ci sono festività: il presidente Trump scatena incontrastato la sua furia cieca ed incontrollabile ora contro l’uno ora contro l’altro perché l’importante è rimanere sempre in prima pagina e ben visibile tra le ultime notizie segnalate dai media sulla rete internet ed in televisione.

Indubbiamente l’immagine di Trump si ripercuote su quella dell’America che è diventata altrettanto indigesta quanto il suo presidente. Il trumpismo tuttavia ha dovuto retrocedere quando l’aggressiva politica dei dazi stava danneggiando il gotha dell’economia americana. Allo stesso modo Trump e la sua corte hanno più volte dovuto riordinare le idee dal momento in cui sulle principali questioni della politica internazionale non esiste sempre pieno accordo neppure all’interno del cerchio magico del presidente. Donald Trump ha rappresentato il cavallo vincente del partito repubblicano, è diventato presidente per ben due volte di troppo, trasformando il “GOP” in un classico partito populista di destra. Alcuni trumpiani sono tali per convenienza, sono saltati sul carro del vincitore e hanno assunto incarichi nell’amministrazione. Naturalmente questi individui devono periodicamente genuflettersi di fronte al presidente, lodarlo ed osannarlo senza risparmio, non hanno una forza personale tale da potersi permettere di opporsi apertamente a Trump e rimanere politicamente vivi, tuttavia sono portatori di interessi più tradizionali e pertanto referenti di tutti coloro che vorrebbero che l’America fosse più come era un tempo che come è ora. Fra questi trumpiani di convenienza c’è Marco Rubio, il quale da un lato deve sposare la linea Trump e dall’altro cerca di mediare, accogliendo alla bell’e meglio quelle che sono le visioni più tradizionali dei soggetti interni ed esteri che gravitano attorno alla politica americana. E’ altresì interessante la vicenda di Elon Musk, noto multimiliardario pieno di grandi ambizioni personali, prima abilmente usato e poi agilmente cestinato da Trump nonostante ricatti di vario tipo sul caso Epstein e la minaccia di fondare un nuovo partito politico. Indubbiamente nel suo caso molto ha giocato il tracollo verticale che ha subito Tesla sia sul piano azionario che su quello commerciale il che deve aver suggerito a Musk un rapido disimpegno dalla politica, una scelta agevolata oltretutto da insanabili disaccordi con Trump in tema di economia e di gestione della cosa pubblica. Musk è recentemente tornato alla ribalta esternando nuove critiche all’Europa per via della multa che la UE ha inflitto contro la piattaforma X, vedremo se sarà solo un breve ritorno di fiamma o l’inizio di qualche altra avventura politica.

La cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, la quale ha dovuto prendere forma in fretta e furia per opera anglo-francese quando ci si è accorti di quello che stava accadendo a Washington, sta cercando da un lato di costruire un fronte comune europeo che coinvolga le istituzioni comunitarie della UE ai massimi livelli il quale possa con il tempo prendere solidamente in mano le sorti del Vecchio Continente sul piano politico-militare e dall’altro di conservare un dialogo con quell’America che ancora è disponibile ad ascoltare le istanze dei vecchi alleati. La coalizione dei volenterosi, capitanata dal premier britannico Starmer (il quale ne risulta il fondatore formale) e dal presidente francese Macron, ai quali, non appena è stato possibile, si è aggiunto il cancelliere tedesco Merz, è finora riuscita a costituire una forza sufficiente a placare i continui tentativi trumpiani di abbandonare l’Ucraina al proprio destino e di spartirsi il Paese con la Russia. Tale coalizione, assieme al contributo delle istituzioni europee, sta altresì tentando di sostituirsi progressivamente agli Stati Uniti nella fornitura di assistenza militare e di intelligence all’Ucraina e ciò a fronte del perenne ricatto trumpiano di togliere definitivamente ogni aiuto americano a Kiev, il che si è concretizzato per brevi periodi in varie forme anche se più blande rispetto a quanto minacciato e ciò anche a fronte del fatto che l’Europa ha dato il via all’acquisto di armi americane da fornire a Kiev.  L’appoggio della coalizione dei volenterosi, assieme a quello dell’Europa istituzionale, ha altresì permesso all’Ucraina di poter godere di un maggior peso contrattuale e di poter strappare all’America condizioni decisamente più vantaggiose in tema di sfruttamento delle risorse naturali ed infrastrutturali ucraine (si veda in primis il caso delle terre rare) rispetto a quanto inizialmente preteso dalla presidenza Trump. La coalizione dei volenterosi ha fortemente sostenuto il presidente Zelensky sul piano diplomatico dopo il diverbio con Trump trasmesso in mondovisione ed il premier Starmer ed i suoi collaboratori hanno istruito Zelensky su come approcciarsi a Trump dal punto vista dialettico.

L’incontro tra Putin e Trump tenutosi in Alaska nell’agosto 2025, oltre ad aver sciaguratamente sdoganato l’uomo forte del Cremlino, ha messo chiaramente in evidenza lo stato di sudditanza personale in cui versa il presidente degli Stati Uniti nei confronti dello “Zar di Tutte le Russie” nonché l’intimo desiderio di Trump di poter soddisfare le richieste del Cremlino in Europa orientale per poter stringere una sorta di relazione speciale con la Federazione Russia assieme alla quale spartirsi il mondo attraverso la definizione di sfere di influenza (ovviamente senza dimenticare la Cina). Le stesse recenti tensioni in essere tra Venezuela e Stati Uniti, pur apparentemente originatesi da quella che viene definita come “guerra al narcotraffico”, lasciano pensare che in realtà Washington voglia spingere Mosca a discutere i futuri equilibri geopolitici in un’ottica che vada ben al di là della sola Ucraina. Rispetto allo scenario ucraino, la Russia dal canto suo ha sempre chiaramente fatto intendere che pretende il riconoscimento internazionale della propria sovranità sulla Crimea oltreché sulle quattro regioni occupate parzialmente dalla Russia, ossia Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson. Mosca esige che tutte le parti rinuncino a rivendicare riparazioni di guerra, oltre la neutralità dell’Ucraina (ossia la sua sottomissione), la smobilitazione di gran parte delle forze armate di Kiev e una sua sostanziale resa incondizionata. Recentemente, a seguito dei numerosi colloqui avuti con la controparte americana, essenzialmente finalizzati a non far “disinnamorare” Trump di Putin, sembrerebbe che la Russia “potrebbe accontentarsi” sul piano territoriale di ottenere un riconoscimento formale per la Crimea ed un ritiro unilaterale da parte dell’Ucraina dal Donbass (Donetsk, Luhansk) mentre sul resto farebbe fede la linea del fronte. In ogni caso Putin spera che le prossime elezioni ucraine disarcionino Zelensky e che a Kiev possa insediarsi, con la fattiva benedizione del Cremlino, un governo filorusso, il quale possa regolare le eventuali rimanenti questioni territoriali pendenti e che di fatto trasformi l’Ucraina in una nuova Bielorussia, creando un forte legame di vassallaggio così come è attualmente in essere tra Mosca e Minsk.

Da quanto emerso dalla lettura dei famigerati 28 punti di intesa, ufficialmente scritti da Witkoff e dal rappresentante di Putin, Kirill Dmitriev ma, secondo alcuni, forse semplicemente tradotti dal russo all’inglese, gli Stati Uniti sarebbero “de facto” pronti a sposare la causa del Cremlino lasciando l’Ucraina alla mercé del nemico. E’ stata l’azione coordinata dell’Europa, della Coalizione dei Volenterosi e dell’Ucraina a bloccare per l’ennesima volta il tentativo di Trump di accordarsi con Putin, abbandonando l’Ucraina al proprio destino e lasciando il Vecchio Continente esposto ad un nuovo ordine geopolitico che lo vedrebbe quale ambita preda degli appetiti altrui. Non a caso il documento di Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti recentemente trapelato pone in evidenza, nei fatti, da un lato la necessità di non urtare le rivendicazioni russe sull’Europa e dall’altro l’urgenza di spezzare l’unità europea tramite un sapiente “divide et impera”. E’ inutile dire che tutto questo abbia suscitato il più sincero plauso del Cremlino. Nulla di cui stupirsi visto che gli Usa si sono già distinti nel febbraio scorso per il fatto di aver votato con Russia, Bielorussia e Corea del Nord contro una risoluzione presentata da Ucraina ed Unione Europea che in sede Onu chiedeva la condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. L’Europa dovrà parimenti tenere gli occhi ben aperti su quanto accade nei Balcani poiché la Russia sta già sostenendo le rivendicazioni territoriali dei nazionalisti serbi i quali si attendono il sostegno di Mosca dopo che questi sono accorsi in massa in Russia a combattere tra le fila dell’esercito di Mosca nella guerra in Ucraina.

E’ bene ricordare che l’Ucraina è stata inizialmente sostenuta nelle sue rivendicazioni nazionali di libertà ed indipendenza dagli stessi Stati Uniti oltreché dal Regno Unito. L’Unione Europea è intervenuta in un secondo momento, in maniera assai blanda, quando si accorta che le bandiere che gli Ucraini sventolavano nelle piazze della rivolta erano le sue. Nel momento in cui è scoppiato il conflitto con la Russia nel 2022 l’Unione Europea è nuovamente caduta dalle nuvole per poi “entusiasmarsi” a fronte dell’insperata resistenza del popolo ucraino di fronte all’invasore. Quando l’amministrazione Biden ha terminato il mandato, l’America di Trump avrebbe lasciato il Regno Unito a raccogliere da solo le macerie della guerra assieme agli alleati europei che si sarebbero dovuti accollare, con i Britannici, il peso politico, militare ed economico della sconfitta in Ucraina. Di fatto gli Americani sarebbero passati dalla parte dei vincitori per dividersi la torta con questi ultimi, lasciando gli sconfitti, Regno Unito, Europa ed Ucraina, in balia del nuovo ordine mondiale voluto dai vincitori stessi (ovvero quelli veri: Russia, Cina – e quelli presunti: Usa). E’ chiaro che dall’esito del conflitto ucraino nasceranno i nuovi equilibri geopolitici che domineranno il mondo nei prossimi decenni ed è altrettanto evidente il motivo per il quale gli Stati Uniti vogliano lasciare fuori dalle trattative un’Europa che, dopo lungo sonno, si è dovuta ridestare di soprassalto e del tutto impreparata al compito di cercare di salvare se stessa ed il proprio futuro dall’asse Washington-Mosca. Le avvisaglie della presente crisi sono state numerose per chi le ha volute leggere. Su tali temi chi scrive ha messo in evidenza i segnali premonitori del potenziale disastro in numerosi articoli pubblicati nel corso di più di un decennio. Basti solo ricordare la presidenza Obama, durante la quale sono iniziati il disimpegno americano, le prove di intesa con la Russia e le prime critiche agli alleati europei “simpaticamente” definiti “scrocconi”.

La sfida per l’Europa non è solo sul piano estero ma anche su quello interno. Il Regno Unito, la Francia e la Germania stanno guidando gli attuali sforzi dell’Europa per salvare sia l’Ucraina che l’autonomia europea. Tuttavia questi Paesi sono insidiati da una forte opposizione interna sovranista e populista la quale, se si andasse ad elezioni oggi, potrebbe cambiare radicalmente lo scenario politico almeno del Regno Unito e della Francia. Occorrerebbe chiedere a tali partiti filo-trumpiani se, qualora dovessero essere chiamati a formare un nuovo governo, intendano farsi portatori di un sincero interesse nazionale o passare alla storia quali eredi di un Oswald Mosley o di un Philippe Pétain se non peggio. Paesi quali Ungheria, Slovacchia ed ora Repubblica Ceca rappresentano nei fatti la quinta colonna di Mosca nell’Unione Europea. Ci si dovrebbe domandare per quale motivo Paesi che non condividono lo spirito dell’Unione stessa debbano essere ancora tollerati al suo interno. L’Italia, more solito, come nel recente caso del congelamento dei beni russi in Europa, cerca di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte e per questo la sua posizione rimane poco influente anche se la vicinanza ideologica del presidente del consiglio Meloni a Trump viene ancora considerata un aspetto che possa produrre qualche vantaggio in termini di facilitazione della comunicazione tra le parti. La Russia conosce bene quanto l’opinione pubblica europea possa essere influenzabile e sfrutta a suo favore i vari “distinguo”, sia inquinando la vita politica continentale che promuovendo azioni di propaganda che vedono nella rete internet un terreno assai fertile e poco pattugliato. In definitiva si tratterà di capire non solo quanto l’Europa potrà resistere al doppio assedio che subisce sia da est che da ovest ma anche quanto la politica europea al suo interno si dimostrerà coerente e resiliente nel tempo. In tale ottica è evidente come vi sia una palese contraddizione, abilmente sottolineata da Trump, nel proseguire nella politica di acquisto, per quanto ormai assai limitata, di idrocarburi dalla Russia così come è assurdo che l’Ungheria di Orban si faccia autorizzare da Trump, che nulla c’entra con l’Unione Europea, a proseguire con l’importazione di petrolio e gas dalla Russia senza subire da parte americana alcuna sanzione, soprattutto a fronte del fatto che lo stesso Trump rinfaccia periodicamente alla UE di non fare abbastanza per emanciparsi dalle fonti energetiche moscovite nonostante l’alleanza sempre più stretta con Kiev.

In questi giorni si stanno svolgendo frenetici i colloqui tra Usa, Ucraina ed Europa finalizzati a tentare di trovare una posizione comune che possa produrre una pace giusta e duratura per Kiev. Indubbiamente occorre essere realisti, la guerra per l’Ucraina non sta andando bene. L’avanzata russa è costante e l’esercito ucraino è in affanno. Tuttavia l’avanzata russa è ancora molto lenta e le forze di Kiev non sono in rotta ma stanno resistendo metro per metro, per cui non si giustifica una cessione territoriale che vada al di là di quanto i Russi abbiano effettivamente conquistato. La proposta di congelare il conflitto lungo la linea del fronte, senza alcun riconoscimento territoriale formale, può essere una proposta ragionevole, tuttavia non è sufficiente. Se ciò che rimarrà dell’Ucraina, nel caso di accordo di pace o cessate il fuoco, vorrà essere considerato al sicuro, ad esso dovrà essere concessa la facoltà di stanziare forze europee ed alleate che ne garantiscano la sovranità. Occorre essere chiari: c’è la forte possibilità che l’attuale linea del fronte ucraino possa costituire un domani il confine orientale dell’Unione Europea. In tale ottica l’esercito ucraino non può essere sottodimensionato o limitato negli armamenti. Anzi: deve essere rafforzato ed integrato con lo stanziamento di truppe europee ed alleate per tutto il tempo che risulterà necessario perché l’esercito ucraino, assieme agli eserciti europei ed alleati, deve costituire uno scudo di protezione contro le mire russe sull’Europa e l’esercito ucraino è al momento quello meglio preparato per questo difficile compito. Il confine orientale dell’Europa non può sottostare ad un accordo internazionale che ne limiti la possibilità di difesa. Si possono naturalmente aggiungere postille che assomiglino a quanto disposto dall’articolo 5 della Nato, tuttavia nulla può fornire garanzie sufficienti per la sicurezza di Kiev quanto la concreta dislocazione di truppe “amiche” sul territorio. Come l’Ucraina sa bene, le precedenti promesse stabilite dal memorandum di Budapest del 1994 sono rimaste lettera morta, il rischio è che lo stesso esito negativo si ripresenti nuovamente. Fra l’altro Donald Trump sta mettendo in dubbio lo stesso ruolo americano nella Nato, di fatto ponendo un grosso punto interrogativo sopra la stessa sopravvivenza dell’alleanza atlantica nel prossimo futuro. A fronte di questo grave clima di incertezza l’Europa, sia che il trumpismo risulti solo un’influenza passeggera, sia che l’America abbia effettivamente cambiato corso per sempre, deve cogliere l’occasione per rendersi autonoma dagli Stati Uniti, sia in termini politici che militari. E’ fin troppo stridente, avvilente ed umiliante da un lato vedere un’Europa che si deve accodare, volente o nolente, alla mediazione americana e dall’altro constatare che il presunto mediatore, ovvero gli Stati Uniti d’America, il quale, dopo l’incredibile mutazione occorsa, dovrebbe almeno incarnare il ruolo di parte terza, non vede l’ora di andare a braccetto con la controparte per schiacciare e derubare i propri alleati. C’è un grossissimo vulnus in tutto questo e forse è già tardi per porvi rimedio. E’ in ogni caso da sottolineare che l’Ucraina deve avere piena facoltà di poter decidere autonomamente a quali organizzazioni internazionali aderire, sia che si tratti della Nato che della Ue. La Russia non ha alcun diritto di imporre all’Ucraina quale politica estera intraprendere.

Trump sostiene di aver posto fine a ben sette o otto guerre (difficile dire quante siano esattamente le guerre a cui, a suo dire, Trump avrebbe messo fine). L’unica guerra nella quale ha avuto un qualche reale successo diplomatico è stata quella che ha coinvolto Israele, Hamas ed Iran. Hamas ha compiuto un errore tragico per le sorti del popolo palestinese ovvero quello di promuovere un attacco terroristico su larga scala con il sostegno dell’Iran, inserendosi oltretutto in un contesto di scontro globale che l’ha esposta enormemente sul piano internazionale. Se il popolo palestinese aveva qualche concreta ragione storica da addurre a supporto delle proprie rivendicazioni statuali (perché è evidente come da parte di cerca politica israeliana vi sia il desiderio di derubare i Palestinesi della terra rimasta loro), l’attacco di Hamas l’ha relegata pesantemente in secondo piano. Quando Hamas ha capito che Israele non si sarebbe piegato di fronte alla tragedia degli ostaggi e che l’Iran non era in grado di difendere l’organizzazione terroristica (l’ultima guerra aereo-missilistica combattuta fra Israele ed Iran l’ha ulteriormente ribadito dal momento che l’Iran non possiede i mezzi per controbilanciare la potenza di fuoco israeliana), Hamas ha dovuto cercare un accordo che fosse il più onorevole possibile per liberarsi degli ostaggi che erano diventati un peso ormai insostenibile visto che rendevano l’organizzazione un mero bersaglio, essendo questa sovraesposta sia sul piano politico che militare. Il duplice attacco iraniano ed israeliano sul Qatar ha messo pesantemente in crisi la spericolata politica estera del piccolo emirato, il quale probabilmente, dopo aver fatto un “cortocircuito” diplomatico, dovrà riplasmare una propria collocazione in area mediorientale tramite una politica più coerente e meno equivoca, soprattutto a fronte di un ruolo politico-diplomatico di Turchia, Egitto e Paesi del Golfo fortemente rafforzato. Alla fine l’intervento di Trump, tramite gli inviati Witkoff e Kushner, ha prodotto un cessate il fuoco a Gaza anche se su quello che succederà dopo è difficile esprimere ottimismo. Hamas pare voler rimanere trincerata a Gaza e non è chiaro chi si assumerà l’onere di stanarla casa per casa, cunicolo per cunicolo. Parimenti occorre dare atto a Trump di aver suggerito il conferimento della grazia a Netanyahu al fine di evitare che il conflitto di Gaza potesse continuare all’infinito. Netanyahu ha utilizzato il suo ruolo di primo ministro e le urgenze derivanti dallo stato di guerra per sottrarsi ai procedimenti giudiziari a suo carico, tenendo in vita una maggioranza di governo fortemente ideologica ed economicamente interessata all’esproprio delle terre palestinesi la quale più che un elemento facilitatore per la risoluzione del conflitto ha rappresentato uno degli ostacoli alla pace. Trump, soprattutto perché sollecitato da numerosi attori internazionali quali, ad esempio, l’Europa, ha evitato che il confronto tra Israele ed Iran sfociasse in una più ampia guerra regionale la quale avrebbe prodotto uno spaventoso caos generalizzato che nessuno in questa fase sarebbe stato in grado di governare. L’attacco americano ai siti nucleari iraniani, contestuale all’ultimo conflitto israelo-iraniano, ha cercato in effetti di chiudere la questione del nucleare iraniano, togliendo argomenti ad Israele sulla necessità di dichiarare guerra all’Iran a causa delle sue attività illecite sul piano della proliferazione nucleare. Che i siti iraniani siano stati completamente distrutti o meno, tagliando tale nodo gordiano Trump ha fatto sì che Netanyahu non avesse più la possibilità di giustificare l’ennesima guerra infinita che da un lato gli avrebbe garantito (almeno per un po’…) la  salvezza dal procedimento giudiziario ma che dall’altro avrebbe condotto la regione verso una destabilizzazione devastante. Ciononostante non si può nascondere il fatto che d’ora in avanti il programma nucleare iraniano, diversamente da prima, verrà tenuto in gran parte segreto (in Russia?), con evidenti ricadute negative in termini di monitoraggio sulle attività atomiche degli ayatollah.   Allo stesso modo l’intervento di Putin, sostenuto dalla Cina, ha probabilmente contribuito a garantire la salvezza del regime di Teheran il quale avrebbe rischiato di implodere come quello di Assad, un fatto che avrebbe costituito un elemento fortemente destabilizzante per l’intera strategia russa non solo in Medio Oriente ma anche in Europa. La Russia ha tratto grandi benefici dai rapporti economici e dalla collaborazione militare con l’Iran e non può permettersi di perdere un alleato così importante, né può tollerare che la produzione bellica iraniana venga impegnata su un fronte diverso da quello russo. In particolare basti pensare al ruolo che i droni stanno avendo nel conflitto con l’Ucraina e nelle operazioni di disturbo, di spionaggio e di guerra psicologica che Mosca ha messo in piedi in mezza Europa (con basi di lancio collocate evidentemente sul suolo europeo o nelle sue prossimità sia a terra che in mare), con droni (e palloni aerostatici) che disturbano aeroporti e basi militari. In merito alla vicenda degli Houthi, gli Americani, che pur criticavano l’Europa sulla sua incapacità di affrontare la questione, sono dovuti scendere a più miti consigli, essendosi rivelati gli Houthi stessi un osso più duro di quanto si pensasse in precedenza. Va messo in evidenza che gli Houthi non sono solo emanazione dell’Iran ma sono stati aiutati anche dai Russi e dai Cinesi.

Se Russia e Stati Uniti stanno pianificando la spartizione del mondo in sfere di influenza, la Cina non sta certo a guardare. Gli Stati Uniti di Trump non sembrano rendersi conto del fatto che una sconfitta strategica dell’Ucraina costituirà una sconfitta strategica per gli Usa, i quali non solo non otterranno nulla dalla Russia se non le briciole, dal momento che la Russia dovrà ripagare la Cina per l’enorme aiuto ricevuto, ma perderanno contestualmente gli unici veri alleati che hanno avuto ovvero i Paesi europei che da decenni sono stati – più o meno – al loro fianco. Allo stesso tempo Canada, Australia e Nuova Zelanda non avranno molto da guadagnare dal nuovo corso trumpiano sia in fatto di dazi che di alleanze e già il Canada guarda all’Europa per una nuova alleanza transatlantica che parta dal Vecchio Continente e raggiunga il Canada via Islanda e Groenlandia.  Se Trump svenderà l’Ucraina alla Russia difficilmente potrà sperare di ottenere il tanto agognato premio Nobel per la pace ed indubbiamente affidare al filorusso Witkoff la difesa d’ufficio di Kiev rappresenta forse più che altro il modo per tentare di vincere un altro eventuale fantomatico premio che potremmo chiamare “Premio Chamberlain”, entrando indubbiamente per sempre nella storia ma non fra coloro a cui Trump forse spera di essere associato. La Russia, se prevarrà contro l’Ucraina, avrà solo ottenuto una vittoria di Pirro perché il vero vincitore sarà la Cina che sta letteralmente tenendo in piedi la Russia sia dal punto di vista commerciale che finanziario. La Cina, con centinaia di testate nucleari a disposizione ed il suo miliardo e quattrocento milioni di abitanti che premono ai confini, guarda con crescente interesse alla Siberia e alle sue risorse, a cominciare da quei territori che l’Impero russo aveva strappato alla Cina nel corso del cosiddetto “secolo dell’umiliazione”. Chissà se un certo signore al Cremlino, che forse si crede zar Alessandro III redivivo, sta considerando seriamente le implicazioni di tutto ciò.

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