Nell’indifferenza generale, è cominciata la trasformazione della Spagna in stato federale. L’annuncio formale è avvenuto lunedì 14 luglio, da parte del ministro per la Politica territoriale e per la memoria democratica (sic) Ángel Victor Torres: tra stato spagnolo e comunità autonoma di Catalogna è stato raggiunto un accordo per concedere a quest’ultima di recepire tutte le imposte dovute sul sul territorio. In altri temrini, alla Catalogna viene attribuita piena sovranità impositiva.
Non sono ancora noti i dettagli operativi né i termini entro i quali tale nuova condizione diverrà effettiva, ma il principio è definito e l’impegno è fermo. Si tratta della prima grande vittoria sulla strada per l’indipendenza della Catalogna e, di riflesso, per la trasformazione della Spagna in stato federale, cosa che richiederà una drastica modificazione della costituzione del ’78. Già da tempo il Presidente del governo Pedro Sanchez si muove in questa direzione, e recentemente si è molto speso, per quanto sinora invano, per far riconoscere a livello europeo le lingue catalana e basca come lingue ufficiali.
Il riconoscimento dell’autonomia impositiva per la Catalogna apre un vaso di Pandora che travolgerà la Spagna: alcune altre comunità autonome già mostano insofferenza verso questo privilegio concesso ai catalani, altre ambiranno ad avere gli stessi privilegi e ovviamente nasceranno interminabili discussioni su che cosa fare al riguardo.
Il ministro Torres ha cercato di gettare acqua sul fuoco sottolineando che permangono i contributi di solidarietà volti ad appianare le differenze tra le comunità autonome, ma il fatto è che il governo centrale ha ceduto alle richiete più estremiste dei catalani. Cosa peraltro inevitabile, da un lato poiché muoversi in questa direzione era parte del patto in forza del quale dopo le ultime elezioni in Catalogna il PSC, cioè l’estensione catalana del PSOE, ha ottenuto l’appoggio dei locali partiti indipendentisti per governare quella comunità autonoma; dall’altro lato perché a sua volta anche il governo nazionale spagnolo si regge solo grazie al supporto dei partitini indipendentisti. E questi per giunta hanno ottenuto un potere ancor maggiore da quando l’attuale ondata di scandali ha eroso la credibilità di Sanchez. Colpito da questi recenti scandali, Sanchez è osteggiato sempre più anche all’interno del partito e pertanto ancor più dipende dal supporto dei partitini esterni che ne sostengono il governo. Non a caso da tempo diverse voci all’interno del PSOE suggeriscono che si dimetta per salvare la periclitante sinistra di governo, tramite un rimpasto del medesimo.
Il passo successivo nell’ambito dello smantellamento del regime costituzionale del ’78 sarà l’assoggettamento dell’apparato della Giustizia al Governo nazionale: operazione in corso da tempo con la riforma Bolaños, per sommi capi già descritta qui: https://www.frontiere.info/spagna-riforma-della-giustizia-e-un-certo-allarme-per-lorizzonte-venezuelano/ . Anche questa è frutto del tentativo di Sanchez di resistere al governo a tutti i costi: cerca di mettere a tacere gli scandali ingabbiando gli apparati giudiziari.
Lo scivolamento cominciato verso lo stato federale può essere interpretato secondo due prospettive. Sul pino storico può richiamare le tendenze indipendentiste già emerse nel corso della Seconda Repubblica spagnola (1931-39), i cui rivolgimenti interni diedero adito alla guerra civile del ’36-39.
Sul piano della politica internazionale contemporanea può divenire un prodromo alla cessione di sovranità degli stati nazionali all’Unione Europea: smembrandosi gli stati nazionali, ipso facto acquisiranno maggior potere le amministrazioni locali sotto l’egida del costituendo stato federale unitario europeo.
Quest’ultima tendenza appare sempre più auspicabile nell’ambito del panorama mondiale attuale, che richiede organismi capaci di confrontarsi con potenze centralizzate e ben strutturate quali la Cina e gli Stati Uniti (della Russia si può dire che ormai abbia perso, bombe atomiche a parte, qualsiasi capacità di confrontarsi col peso economico e strategico di questi due paesi). Ma è una tendenza che si può perseguire vantaggiosamente solo attraverso un processo di crescita delle istituzioni europee derivante dalla trasformazione delle istituzioni nazionali. Se invece le istituzioni nazionali vengono semplicemente corrose al loro interno, come sta avvenendo ora in Spagna, il crescente potere centrale europeo correrebbe il rischio di esporsi all’arbitrio delle grosse multinazionali che già grandemente vi incidono. In questo caso, invece di diventare un nuovo “superstato” radicato nella cultura europea, l’apparato amministrativo del continente potrebbe diventare l’estensione istituzionale delle grandi lobby.
Se si smembrano gli organismi e i sistenìmi istituzionali che hanno vertebrato gli stati nazionali emersi nella seconda metà del XX secolo, i potentati economici multinazionali, sempre più trionfanti nel mare magnum del libero mercato, non potranno che acquisire maggiore libertà di azione. Quanto sta avvenendo in Spagna punta decisamente in questa direzione, a logico compimento delle ben radicate tendenze anarcosindacaliste e separatiste che covano da tempo in questo Paese.

