Alberto Calza Bini tra divisionismo, liberty, neoclassicismo: un genio italiano dimenticato in mostra a Collesalvetti

Si deve alla feconda passione per l’arte, anzi, le arti, di Francesca Cagianelli, critica e curatrice di incessante operosità, la splendida mostra a Collesalvetti, “Alberto Calza Bini. Pittore e architetto tra Roma e Livorno”, visitabile presso la Pinacoteca Comunale Carlo Servolini fino al 19 marzo 2026. Settanta mirabili opere che costituiscono, agli occhi di uno storico – che non è storico dell’arte, invero, se non en amateur –, prima di tutto un riscatto per la figura, straordinaria, di Alberto Calza Bini (1881-1957). Che non ebbe, nel Dopoguerra, gli studi e l’attenzione che meritava, solo forse per la sua adesione della prima ora, e coerente, al fascismo, cosa che condannò all’oblio figure altrettanto straordinarie; un oblio immeritato, poiché quest’artista di tutte le arti “grafiche”, dal disegno all’architettura – il primo aprile 1930 pronunciò un celebre discorso “per l’arte italiana” al Parlamento, ove sedette (come deputato), per due legislature, la XXVIII e la XXIX (fu anche senatore nella XXX e ultima), principiando definendosi “artista, ma non della parola” – fu un grande entusiasta dell’arte, capace di affascinare D’Annunzio, di dialogare con architetti, incisori e pittori suoi contemporanei, di riflettere su tematiche profonde relative, soprattutto, alla(e) urbanizzazione(i) e al “disurbanamento”, nozione anche linguisticamente poco chiara: ma legata all’idea, coltivata ad un certo punto anche in età fascista, per cui il sovraffollamento delle metropoli – da Roma (che egli conosceva così bene, essendovi nato), a Napoli (dove insegnò e fu preside alla Facoltà di Architettura all’Università, che ancora lo ricorda), a Bari (per cui redasse il piano urbanistico, nel 1952, insieme al figlio Giorgio, architetto e urbanista di fama anch’egli, ideatore della città di Guidonia, forse in omaggio proprio al “disurbanamento” di Roma stessa, allora ritenuto necessario, e co-autore di diversi piani regolatori, ad esempio Bologna e Palermo) –, dovesse essere superato con la creazione di periferie organicamente legate alla città (idee allora innovative, poi riprese per Milano ad esempio con l’intuizione del giovane Berlusconi, allora ancora legato all’edilizia, di Milano 2, cui poi si aggiunse Milano 3, e da numerosi altri costruttori e urbanisti, ovviamente).

Alberto Calza Bini ebbe un nipote, Alessandro, anch’egli architetto di notevole fama, ancora attivo a Roma, classe 1936, che del celebre nonno scrisse la voce sul Dizionario Biografico degli Italiani, nel 1974 (cosa assai singolare, per il dizionario Treccani, che una voce venga scritta da un discendente diretto), accentuandone i meriti organizzativi e le appartenenze di scuola in ambito architettonico, soprattutto, e sminuendone il suo gusto tardivo per lo “stile littorio”, coltivato in modo assai più convincente – e vorremmo dire più convinto – dal suo collega e amico Piacentini. A quanto ci risulta ancora inedita è l’opera più recente sul Calza Bini architetto, ovvero la tesi di dottorato di Sarah Catalano, discussa a Palermo nel 2011, presso il Dipartimento di Architettura, liberamente consultabile in rete (la studiosa ha poi pubblicato un bellissimo lavoro sull’attività italiana dell’architetta italo-brasiliana Lina (Achillina) Bo Bardi, Lina Bo Bardi in Italy 1940-1946, presso l’Ordine degli Architetti di Roma nel 2022). Certamente, Calza Bini seppe interpretare al meglio sia le esigenze urbanistico-architettoniche dell’Italia entrata di colpo nella modernità, sia il rapporto tra urbanistica-pianificazione-architettura e potere, che fu fondamentale in età fascista, con esiti consistenti, e rilevanza notevole tuttora. Calza Bini ebbe notevolissime intuizioni, diede valore alle architetture italiane in zone “di confine” (la Dalmazia, ad esempio, con un vasto lavoro pubblicato in occasione di una delle ultime mostre del regime, quella sulla Dalmazia nel 1943, un volume curato da lui con scritti di Bruno M. Apollonj Ghetti e di Luigi Crema), sia alla stessa figura dell’architetto nella sua quasi identità con quella dell’ingegnere (Renzo Piano, ad esempio, è laureato in ingegneria). Ma alla fine, l’architetto sembra prevalere anche sugli ingegneri, come pensavano anche Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini –: come segnala Alessandro Merlo nel catalogo, egli «ribadisce il primato dell’architetto che, “circondato da squadre numerose di giovani aiutanti e di ingegneri provetti, di calcolatori e di misuratori, di meccanici e di elettricisti”, deve soprintendere l’opera, assimilandolo a un direttore d’orchestra che “con la bacchetta e con l’occhio, indirizza, riprende e corregge, conducendo alla conclusione polifonica”.»

Il meritorio lavoro della Cagianelli, dell’amministrazione di Collesalvetti, e dei co-autori del bel catalogo pubblicato da Silvana Editoriale (Dario Matteoni, Alessandro Merlo, Flavia Mattitti), con vari sostenitori tra cui Fondazione Livorno, colloca finalmente Calza Bini anche nel territorio della pittura e dell’incisone italiana. Finalmente! E a buon diritto! Che basterebbe un capolavoro come “Il fosse reale di Livorno”, datato 1908 – l’anno, significativamente, della morte di Fattori, avvenuta a Firenze il 30 agosto– per fissarlo nella storia pittorica italiana. Uno squarcio possente di liquida luce che definisce e divide la città, attraversato da un sole tiepido ma incisivo, un fremito di luci come se la città fosse un’immensa opale, piena di riflessi. Di poco successivo “Il cantiere”, che illumina la produzione nautica cittadina, in un fervore di produttività ma anche di poesia, di senso pratico e di sogni marini, come nello spirito di Livorno. E in effetti la Cagianelli mette bene in luce, nel dettaglio, l’importanza del periodo livornese, pochi anni ma densi di rapporti intellettuali, di suggestioni, tra il neoclassico e il divisionista, di relazioni con il gruppo del Caffè Bardi, e molto altro (la Fornace di San Lorenzo, ad esempio, di cui parla Matteoni nel suo intervento in catalogo), nel tipico fervore di Calza Bini, giovane insegnante agli istituti tecnici, ma attento osservatore sia dei paesaggi attorno a lui, sia di quanto stava accadendo sulla scena artistica europea, ma anche locale. Tutt’altro che spenta. Una lettera inedita del 1912 – esposta in mostra – racconta del fascino che Calza Bini nutriva per l’Eremo della Sambuca di Collesalvetti, pieno di echi dell’antichità; e qui entra in scena un’altra personalità, Galileo Chini, con cui Calza si terrà a lungo in rapporti. In quattro sezioni la figura del Calza Bini pittore, esteta (ma assai più misurato di D’Annunzio), legato a Plinio Nomellini, e al Divisionismo in generale, ma anche attratto dal decorativismo e dal liberty – insomma, curioso ed effervescente, come nella sua personalità – è mostrata appieno, qui, in modo convincente. Non solo grazie a questo altissimo numero di inediti, messi a disposizione dalla famiglia che custodisce l’importante archivio, ma anche grazie al rapporto con un’artista di genio, più legata forse al liberty e al decadentismo, sua moglie Irene Gilli, torinese, classe 1884, che gli fu sempre vicina e si spense a Roma nel 1962, la mostra è davvero unica. L’ultima sezione è poi, se possibile, ancor più sorprendente delle tre dedicate a Calza. Intitolata Irene Gilli, pittrice e acquafortista tra Preraffaellismo e Liberty, la sezione ci fa scoprire un’artista vivacissima, ma ancora tutta da scoprire e valorizzare, che partecipò a numerosissime collettive in Italia e all’estero, e venne omaggiata notevolmente da Raffaelle Calzini, tra le altre voci di lode, in occasione dell’Esposizione di Londra del 1916: «È fra le artiste italiane una delle poche che si dedichino alla pittura e all’incisione con serietà di intenti e con personalità». Purista, sognatrice, preraffaellita, portava un tocco muliebre di dolcezza ad un marito assai probabilmente più deciso e meno languido. Ma li possiamo immaginare come una splendida coppia. Irene Gilli era figlia d’arte. Suo padre, Alberto Maso Gilli (Chieri, 1840 – Calvi dell’Umbria, 1894) si annovera tra i principali incisori del suo tempo, direttore dal 1885 della Regia Calcografia di Roma. Quando si sposarono, nel 1905, il letterato empolese Vittorio Fabiani (1875-1951), classicista, poeta e storico locale, dedicò loro una piccola plaquette, Trittico d’amore. Sembra se ne conservi una copia sola, a Bari, alla Biblioteca Nazionale. Ma è una delle pochissime tracce bibliografiche che riguardino la Gilli. Ben meriterebbe una monografica, e chissà che non sia già nei piani della Cagianelli.

In conclusione, non solo la mostra è veramente preziosa, ma interessante, per uno storico, è cogliere il fervore che animava la Livorno di inizio secolo, ove Calza Bini s’immerge come giovane professore entusiasta, e da cui trae moltissimo, giungendovi proprio quando Modigliani si reca a Parigi, nel 1906. Città di mercanti, di ebrei, di marinai, toscana ma ampiamente ibridata dal contatto con la Liguria, fervida di traffici, ma anche di idee, vicina a Pisa, ma in perpetua – e talvolta feroce –, rivalità con quest’ultima.

Da non perdere.

Torna in alto